TESTIMONI

Pier Giorgio Frassati e la politica del Vangelo: quando la fede prende posizione

L’Italia detiene uno dei primati più allarmanti d’Europa: nel 2023, il 17,7% dei giovani tra i 15 e i 29 anni erano NEET, ovvero non lavorano, non studiano, non si formano. L’ultimo referendum ce lo ha mostrato chiaramente: una generazione che si lamenta, litiga sui social, ma che non si scomoda. Tutto si consuma dietro uno schermo, in una realtà virtuale che non sporca le mani, non crea impegno, non cambia nulla. E se ti dicessi che cento anni fa c’era un giovane che faceva esattamente il contrario? Pier Giorgio Frassati, che sarà canonizzato il prossimo 7 settembre, non stava in pantofole a criticare dal divano. Non postava lamentele né delegava il bene a qualcun altro. Si sporcava le mani. Si esponeva. Si schierava.

Nei circoli universitari, nell’Azione Cattolica, nella FUCI, Pier Giorgio prendeva posizione netta contro la povertà, contro l’ingiustizia, contro le speculazioni e la corruzione morale. Non era “democratico” nel senso di etichetta politica, ma era chiaro e coerente. Un ragazzo che restava fedele ai suoi ideali – e a Cristo – anche se costava caro. Proprio per dare una testimonianza forte che scuote le nostre coscienze, è dedicato a lui l’ultimo testo di Editrice Punto Famiglia, Pier Giorgio Frassati. Fino alle vette.

Nel 1922 Pier Giorgio aderì alla sezione della FUCI di Torino, promuovendo incontri culturali, scambi di idee religiose e sociali. Come capogruppo dell’Azione Cattolica universitaria, denunciava apertamente gli abusi e le speculazioni, mettendosi contro interessi forti. Anche rinunciando ai privilegi familiari – denaro, status, sicurezza – preferì donare tutto agli ammalati e ai poveri, violando le “buone maniere” di chi sta al sicuro e si protegge.

Il suo fare politica non era un’opinione buttata lì, né un discorso da salotto. Era una scelta incarnata, concreta, concreta: incontrare i poveri, denunciare il marcio, costruire una comunità e non limitarsi a lamentarsi. Oggi verrebbe bollato come “radicale” o “estremista”. Ma allora? Allora era semplicemente credibile.

Pier Giorgio entra nel Partito Popolare fondato da don Sturzo nel 1919. Non lo fa per ideologia o per salire su qualche palco, ma perché vede lì uno strumento concreto per vivere il Vangelo nella società. Per via del cognome – e del padre noto liberale – deve aspettare: una sorta di quarantena prima che accettino la sua iscrizione. Ma non si scoraggia.

Una volta dentro, resta fedele a sé stesso: niente ruoli di potere, solo servizio. Pulisce la sede, attacca manifesti di notte, anche rischiando botte dai militanti di altri partiti. Accompagna gli oratori nei quartieri più tesi, dove il suo fisico possente e la sua calma servono più della parola.

È chiaro nelle sue posizioni: sta con l’ala più avanzata del partito, senza ambiguità. Al Congresso Popolare di Torino del ’23, quando si discute se collaborare o no con i fascisti, lui non ha dubbi. Come suo padre – che si era dimesso da ambasciatore dopo la salita al potere di Mussolini – anche Pier Giorgio è netto: il fascismo è da rifiutare, punto.

Lo dice ad alta voce, lo dice in pubblico. Non ha paura. Chiede persino di iscriversi al circolo della Gioventù Cattolica di Guastalla, spesso preso di mira dai fascisti. E quando c’è bisogno, agisce: sventa un’aggressione fascista in casa propria.

Ma quello che sorprende davvero non è il suo coraggio. È la coerenza. In lui non ci sono ombre. Non ci sono maschere. Pier Giorgio è tutto intero: gioioso tra gli amici, profondo nelle lotte, nascosto nei gesti di carità. Cammina diritto, saldo, con uno sguardo fisso verso il Cielo e i piedi ben piantati sulla terra. Sa godere con cuore semplice, sa soffrire con dignità. E lo fa con una libertà che ancora oggi abbaglia.

Il disagio giovanile, l’apatia, il rifiuto di mettersi in gioco non risolvono nulla. La paura di sporcarsi le mani è il vero veleno. Le chiacchiere su Facebook, Instagram o TikTok non servono a cambiare un solo destino. E il voto? Quel 36% che si è presentato alle urne alle ultime elezioni europee è un campanello d’allarme che grida più forte di mille post.

Oggi, più che mai, serve chi ci mette il corpo, chi non si accontenta di hashtag e slogan. Serve chi esce dalla tastiera e va nei quartieri difficili, nelle assemblee, nelle piazze, nei luoghi dove la vita vera si gioca ogni giorno.

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Chi ha detto che la fede deve restare privata? Pier Giorgio ribalta il tavolo: la fede è disordine, è scompiglio, è esporsi dove fa male, è prendere posizione quando il mondo vuole zittirti. è la scelta concreta di chi fa qualcosa di più che mettere un like. Di chi sceglie di entrare in un progetto, incontrare i poveri, parlare con chi non ha voce. E di non restare zitto, come tanti “buoni cristiani” da tastiera.

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