CORRISPONDENZA FAMILIARE

L’ipocrisia dei potenti e la chiarezza di Papa Leone

19 Gennaio 2026

Fa un certo effetto ascoltare che la Russia condanna fermamente l’intervento degli Usa in Venezuela come “aggressione armata” che viola il diritto internazionale. Come se l’invasione dell’Ucraina fosse invece un intervento legittimo, in linea con le norme del diritto. È il trionfo dell’ipocrisia. Quando serve, invochiamo il diritto che regola i rapporti tra le Nazioni; e quando quelle stesse norme vengono infrante, ignoriamo il diritto o lo bypassiamo, avanzando altre e più cogenti ragioni. 

Il diritto internazionale è diventata una bandiera da innalzare con fierezza quando si tratta di condannare gli altri e da abbassare (fino a nascondere) quando è necessario assolvere sé stessi. Le parole della diplomazia sono l’espressione della più raffinata retorica. Una retorica spudorata che colpevolmente tace anche dinanzi ai crimini più gravi. È quello che oggi accade in Iran: i Paesi amici non condannano la feroce repressione di quello che a tutti gli effetti è un regime sanguinario e invitano a non intervenire, in nome della sovranità. La sovranità è diventata un totem, un idolo da venerare sempre e comunque. Come uno scudo penale che permette ai Paesi privi di democrazia di violare la legalità senza patire alcuna conseguenza. La sovranità non può diventare un paravento per nascondere i crimini più odiosi. 

Se il diritto internazionale non è capace di difendere i diritti delle persone, dobbiamo avere il coraggio di dire che il diritto è morto. Se la comunità internazionale non ha la forza per indurre un regime a non calpestare la vita dei suoi cittadini, vuol dire che non siamo in grado di far rispettare il diritto. 

Negli anni ’90, dinanzi alle gravi violazioni dei diritti umani nei Balcani, Giovanni Paolo II invocava il “principio di ingerenza umanitaria”. In pratica una violazione della sovranità nazionale per proteggere la sacralità della vita. 

Le Nazioni Unite rischiano di diventare la fiera della retorica, il luogo in cui anche quei Paesi che non rispettano affatto la libertà dei cittadini, si presentano come fieri paladini dei diritti. Vi sono Paesi che calpestano impunemente la legalità senza neppure ricevere un’esplicita condanna da parte dell’Onu. Questo paradosso mostra l’intrinseca debolezza di questa grande assemblea che raccoglie tutti i popoli e rischia di fare dell’Onu non più il difensore e il promotore della pace ma il museo del diritto. 

Dinanzi a questa plateale ipocrisia dei potenti s’innalza la lealtà e la chiarezza di Papa Leone che non si stanca di richiamare tutti – ma proprio tutti – al rispetto della persona e di ogni persona perché ogni uomo ha una dignità inviolabile. Nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (9 gennaio 2026) il Pontefice ha richiamato “l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici”. 

In queste parole possiamo intravedere la fondamentale differenza della diplomazia vaticana: l’aggettivo umanitario, che unisce i vocaboli diritto e internazionale, è una luce che indica il cammino da perseguire. Il rispetto e la promozione della persona è la base del diritto, di ogni diritto, anche di quello internazionale. A partire da questo indiscutibile principio, con quella chiarezza che nasce dall’amore per la verità, e senza temere di censurare i Paesi della guerra, il Pontefice afferma:

“Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale”. 

E ricorda che: “la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale”. 

La persona umana: ecco il principio che deve – e purtroppo dobbiamo dire dovrebbe – regolare la vita dei popoli e il rapporto tra le Nazioni. Una regola che troppo spesso viene calpestata in nome di un presunto e mai giustificato bene comune. Malgrado tutto è bene ricordare che se questo criterio viene dimenticato o, peggio ancora, sostituito da un non ben precisato interesse collettivo, l’impalcatura del diritto cade rovinosamente. E resta solo la forza. Ed è quello che oggi avviene, come nota acutamente Leone XIV:

“È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. […] Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile.

Se viene a mancare la forza del diritto, si fa spazio, anzi s’impone il diritto della forza. L’umanità si trova dinanzi ad un bivio, come scrivevano con grande lucidità i Padri del Concilio: 

“Il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell’odio” (Gaudium et spes, 9). 

Sono parole scritte sessant’anni fa ma non hanno perso la loro stringente attualità. Evidentemente, al di là dei contesti differenti, i criteri che regolano l’umana società sono sempre gli stessi. E chi impunemente li viola, rischia di creare il caos. 

Quello che Papa Leone ha proposto al Corpo diplomatico è un discorso coraggioso: non ha fatto i nomi ma ha chiaramente condannato i Paesi invasori. Pur riconoscendo il ruolo essenziale che l’Onu svolge e può svolgere per la pacificazione dell’umanità, non ha esitato a rimproverare questa istituzione perché i suoi sforzi “siano più orientati ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli”. 

Un discorso chiaro e forte che avrebbe potuto aprire un confronto costruttivo e che invece è stato ignorato e affidato semplicemente alla cronaca dei vaticanisti. Se il Papa non parla di quei temi che appartengono all’agenda politica e se non appoggia la narrazione proposta dal potere mediatico, non si discute quello che dice, lo si ignora. Sta a noi, popolo che riconosce nel Successore di Pietro il Vicario di Cristo, accogliere le sue parole e farle risuonare nel cuore delle nostre comunità come nei vari ambiti dell’agorà e della politica. Un compito che riguarda tutti e ciascuno per la sua parte di responsabilità. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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