CORRISPONDENZA FAMILIARE

Che senso ha la sofferenza? La rivoluzione della fede

23 Febbraio 2026

malattia genitore

(Foto: © Arman Zhenikeyev - Shutterstock.com)

Capita spesso a noi sacerdoti di raccogliere le confidenze e le lacrime di chi soffre a causa della malattia dei familiari o degli amici. Per rispondere alle numerose richieste, sull’altare della Cappella dedicata ai santi Luigi e Zelia Martin ad Angri (SA), ho sistemato un foglio sul quale sono scritti i nomi dei malati che hanno chiesto preghiera. Una volta al mese – il giorno 11 di ogni mese, in onore della Vergine di Lourdes – celebriamo la Messa per gli ammalati e gli operatori sanitari, un segno di vicinanza affettiva e un impegno orante. È un capitolo che riguarda tutti, ciascuno porta il suo carico di dolore.

La sofferenza è una scomoda compagna di viaggio: viene quando nessuno l’aspetta, entra con prepotenza nella casa degli affetti e, a volte, vi resta a lungo, seduta sul trono, consumando poco alla volta le energie fisiche e la speranza. Una situazione insostenibile. Anni fa ho ricevuto un messaggio da un giovane amico ricoverato in una struttura di riabilitazione:

“Caro Don Silvio, l’altra notte sono stato con gli infermieri a fare il giro per la terapia nel corridoio dove Dio non esiste, quello dei comatosi in stato vigile… quanti giovani… da anni così… e ho capito che al dolore non esiste limite e che c’è qualcosa di peggio della morte”.

Parole come queste costringono a guardare la realtà in tutta la sua crudezza: malati chiusi in una stanza senza finestre, a volte legati al mondo e agli affetti solo da una macchina. Come si può in queste circostanze scoprire l’amore di un Padre che ci ama?

“Caro don Silvio – mi ha scritto il mio amico – i tuoi discorsi sono molto belli e teorici. Sai cosa è salvifico per un giovane? Uscire, giocare, lavorare, andare a ballare …”.

Dire che attraverso la sofferenza passa la salvezza per lui è una vera bestemmia. E come dargli torto? Dio ha creato la vita e l’ha vestita a festa, come leggiamo nella Genesi: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (1,31). L’amore e la gioia hanno l’impronta di Dio, sono il segno visibile della sua presenza. La sofferenza resta uno scandalo anche per i credenti, alza un muro che spesso impedisce di vedere il cielo, pone domande alle quali non è facile rispondere. È una realtà difficile da vedere e da comprendere.

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La sofferenza incute paura. Inutile negarlo. Anche Teresa di Lisieux, che pure aveva fatto della sofferenza una sua buona amica, nelle ore di agonia, confessò: “Mai avrei creduto che fosse possibile soffrire tanto! mai! mai!”. Parole che suonano come un grido carico di angoscia. In quei giorni consegnò anche una riflessione di cui tener conto: “Madre mia, è proprio facile scrivere delle belle cose sulla sofferenza, ma scrivere è nulla, nulla! Bisogna esserci per sapere!”.

Si prova sempre un certo imbarazzo a parlare del dolore: è facile affrontare in modo superficiale una condizione che non poche volte presenta contorni drammatici. Il silenzio, soprattutto quando si tratta di parlare della sofferenza altrui, appare talvolta la reazione più dignitosa. E anche quando a parlare sono i testimoni diretti, quelli che portano nella propria carne le ferite del male, anche in questo caso le parole sembrano rompere un tacito patto, come se il dolore fosse un segreto da custodire con la massima riservatezza.

Eppure bisogna parlarne perché, piaccia o no, la sofferenza è un capitolo decisivo della vita. Ognuno di noi porta con sé un carico di dolore. E quando arriva siamo come foglie d’autunno. Quando viene a sapere di avere un tumore inoperabile, santa Zelia scrive:

“sono molto lontana dall’illudermi e stento ad addormentarmi a sera, quando penso all’avvenire […] mi rassegno il meglio possibile; ma ero lontana dall’attendere una simile prova”.

Non era pronta eppure affronterà quella prova senza ribellarsi e senza dare spazio alla lamentazione; e vivrà il tempo della malattia con una serenità che può nascere solo dalla fede. Come lei, tanti altri credenti sono passati per questo “duro calle” senza perdere la gioia e senza cadere nella rassegnazione. Non hanno accolta la sofferenza come un castigo o un peso insopportabile ma come una speciale vocazione che li rendeva più conformi a Gesù e dava la grazia di partecipare alla redenzione dell’umanità. Un tale ribaltamento della mentalità comune.

Il cristianesimo non rinnega la realtà ma la trasfigura, la riveste di luce e permette di vedere il bene anche dove gli occhi umani vedono solo il male. La fede attua così un’autentica rivoluzione, fa della sofferenza il grembo della vita. Ai piedi della Croce, quando era immersa nel dolore più intimi e acuto che una persona possa provare, Maria ha ricevuto una nuova maternità. Quando il dolore soffoca ogni altro desiderio e costringe ad essere ripiegati su noi stessi, Gesù chiede alla Madre di dilatare il cuore. Alla sua intercessione affidiamo gli ammalati e quanti hanno il compito di accompagnarli.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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ULTIMI COMMENTI

3 risposte su “Che senso ha la sofferenza? La rivoluzione della fede”

Gentilissimo, Leggere riflessioni sulla sofferenza senza affrontare le realtà più radicali della vita – come il lutto perinatale o le malattie genetiche gravi – lascia un’impressione di distanza abissale tra parole e dolore concreto. Pierre Teilhard de Chardin quantomeno provo con la sua immagine sui “caduti sul campo” nell’evoluzione della vita, a cogliere l’esperienza vissuta dai genitori che perdono un figlio. Il problema è che la Chiesa, nonostante secoli di tradizione e di insegnamento, offre ancora quasi nulla di concreto: il celibato dei sacerdoti impedisce di vivere certe esperienze in prima persona, e non esistono percorsi cattolici strutturati di sostegno reale per chi affronta lutti o malattie genetiche.
Esiste solo un ‘associazione laica (ciao Lapo) e poche altre sempre non cattoliche ça va sans dire…
In questo contesto, le riflessioni sulla sofferenza rischiano di rimanere parole decorative: belle nella forma, ma lontane dalla realtà concreta dei genitori e delle famiglie. La Chiesa parla molto di consolazione, vocazione e fede, ma non accompagna davvero chi soffre, lasciando spesso i genitori soli davanti a perdite devastanti. Riflettere sulla sofferenza ha valore, ma senza un vero supporto umano, emotivo , psicologico , clinico e pastorale, le parole rimangono vuote, e la sofferenza resta un’esperienza solitaria, non condivisa né alleviata. Cordialmente.

Grazie della condivisione, in Punto Famiglia abbiamo a cuore proprio la concretezza di cui parla. Può trovare, sul nostro Magazine, esperienze di vita concrete sulle realtà che ci espone: uno dei nostri collaboratori, Nicola Gabella, assieme alla moglie Giulia, ha scritto vari pezzi su questo argomento, avendo una figlia con grave disabilità. Sul lutto perinatale ho scritto spesso io (Cecilia Galatolo), avendollo vissuto, e Fabrizia Perrachon, che lo stesso ha avuto la medesima dolorosa esperienza. Insomma, spesso partiamo da vicende reali per mostrare come la fede si incarna. Serve, però, al contempo anhce una riflessione ad ampio raggio, che non è astratta, se a scriverla è un sacerdote che la sofferenza la occa con mano e la accompagna. Grazie ancora comunque del suo commento, lieti di mantenere un dialogo con i nostri lettori.

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