CORRISPONDENZA FAMILIARE
La famiglia, culla e casa del Vangelo. Il magistero di Papa Leone
12 Ottobre 2026
In questi giorni, e fino al 14 ottobre, si svolge in Vaticano un incontro mondiale sulla famiglia. Ne ho già parlato la settimana scorsa ma vorrei tornare su questo argomento. Qualche settimana fa, nel corso di un’intervista per Radio Vaticana, mi fu chiesto quale domanda dovrebbe essere al centro di questo appuntamento. Risposi in modo provocatorio che occorre partire da questa domanda, apparentemente scontata: “La Chiesa crede ancora nella famiglia?”.
Il fatto stesso che Papa Leone ha sentito il bisogno di convocare un summit di questa portata che coinvolge tutta la Chiesa è una risposta piuttosto chiara e contiene un vero e proprio annuncio: dice a tutti che la Chiesa intende continuare a custodire e a promuovere la famiglia come culla e casa del Vangelo. Le parole che il Santo Padre ha indirizzato ai partecipanti all’inizio di questo incontro non solo confermano l’attenzione della Chiesa ma offrono anche un’indicazione di merito. Leone XIV infatti ricorda che
“vi sono, infatti, luoghi e circostanze in cui la Chiesa non può diventare sale della terra se non per mezzo dei fedeli laici e, in particolar modo, delle famiglie” (7 ottobre 2026)
E aggiunge che la specifica missione ecclesiale delle famiglie passa anzitutto attraverso il “tessuto quotidiano della loro vita”. E spiega:
“l’amore e la fedeltà, la cura e il perdono, l’educazione dei figli, l’impegno nella trasmissione della fede, l’attenzione agli anziani e alle persone vulnerabili, e i molti modi in cui servono le loro comunità e la società”.
Tutte cose che non appartengono alla cronaca mediatica, impegni e responsabilità che non diventano mai eventi di cui parlare. Anche per questo la famiglia appare come la cenerentola della vita sociale, una realtà minore e marginale, un piccolo rivolo di montagna rispetto al fiume che impetuosamente scorre a valle. E tuttavia, senza famiglie che plasmano di amore le relazioni strutturali della vita, la società è infinitamente più povera. Invece di mettere frettolosamente la famiglia nel museo della storia, come un’istituzione che non risponde più alle esigenze della storia, è più ragionevole impegnare energie e risorse per custodire la famiglia come “un bene sociale primario” (Papa Leone).
Il magistero di Leone XIV sulla famiglia si muove nel solco di una dottrina che accompagna tutti i secoli dell’esperienza cristiana. Nell’enciclica Magnifica humanitas, accanto alle grandi questioni che attraversano la vita dei popoli, e sono spesso fonte di legittima inquietudine, Papa Prevost ha parlato anche della famiglia:
“Fondata sull’unione stabile tra un uomo e una donna, essa è il primo ambiente in cui ognuno sviluppa le proprie potenzialità, prende coscienza della propria dignità e impara le prime forme di verità e di bontà, interiorizzando abitudini che preparano alla vita sociale” (Magnifica humanitas, 165).
Sappiamo bene quante volte – e con quanta determinazione – in questi mesi Papa Leone ha chiesto ai governanti delle Nazioni di fermare i conflitti che insanguinano zone sempre più vaste del Pianeta. Non basta far zittire le armi, è necessario ritrovare le ragioni della pace. Non basta neppure la pur necessaria diplomazia, serve un nuovo approccio culturale, un cambio di mentalità. È necessario passare dalla “cultura della potenza” a quella che, richiamando una suggestiva espressione di Paolo VI, egli chiama la “civiltà dell’amore”.
Questo processo culturale, che oggi appare una meta lontana e forse impossibile, è il frutto maturo di un cammino paziente e coerente. Questo processo, scrive Leone XIV,
“non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione” (MH 213).
Tutto questo chiama in causa proprio la famiglia che il Papa presenta come una realtà fondamentale “per un approccio che coniughi il locale e il globale”. La fraternità universale, che a parole tutti desiderano, inizia e si sperimenta nel contesto dell’esperienza domestica. Il primo argine alla disumanizzazione della vita è proprio la famiglia perché è l’unico ambito della società in cui ogni persona viene accolta per quello che è e non per quello che ha o per quello che sa. Viene accolta come persona e non per le competenze.
In famiglia il limite non solo non limita l’amore ma lo incentiva: un figlio ammalato diviene oggetto di una una cura ancora più amorevole. In famiglia impariamo che “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite” (Magnifica humanitas, 118).
Tra i criteri che custodiscono l’umanità nella vita sociale, la solidarietà gioca un ruolo fondamentale e come tale viene promossa da tutte le istituzioni. Papa Leone scrive che nella vita sociale “non siamo semplicemente vicini gli uni agli altri, ma affidati gli uni agli altri, perché ciascuno si faccia carico, per quanto può, della vita e delle ferite del fratello e della sorella” (MH 74). La cultura della solidarietà trova nella famiglia la sua culla. La casa domestica, infatti, è il luogo in cui la solidarietà si presenta nella sua forma più limpida e immediata.
Se dunque vogliamo edificare quella che Papa Leone chiama la “magnifica umanità”, è necessario ripartire dalla famiglia. “La Chiesa crede ancora nella famiglia?”: la risposta sembra fin troppo scontata ma non basta confermare a parole. Non basta scrivere documenti e organizzare convegni. Se davvero la Chiesa ritiene che la famiglia abbia un ruolo importante e decisivo per l’annuncio del Vangelo e il bene dell’umanità, deve mettere in campo una più ampia progettualità per sostenere e incoraggiare gli sposi, in un tempo in cui il patto coniugale è minacciato dalla cultura della precarietà. Molto è stato fatto negli ultimi decenni. Molto resta ancora da fare. E tutti siamo chiamati in causa.
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