Da sposi a monaci? No. San Francesco invitava le coppie alla santità nel matrimonio

6 Ottobre 2026

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Le fonti francescane – dalla Vita Prima di Tommaso da Celano alla Legenda Maior di San Bonaventura – raccontano di molte coppie che, infiammate dal carisma di San Francesco d’Assisi, volevano abbandonare tutto per farsi frati o monache. Francesco lo impedì espressamente, dicendo loro di rimanere uniti e di custodire gelosamente il vincolo matrimoniale.

Il cammino di santità incarnata nella vita dei laici sposati prese forma stabile con la fondazione del Terzo Ordine dei Penitenti (regolato, come detto, dalla bolla Memoriale propositi). Francesco offrì alle coppie una Regola pensata su misura per la vita coniugale. Richiama il consenso reciproco quando ricorda che nessuno, né uomo né donna sposati, poteva accedere alla fraternità senza il pieno accordo del rispettivo coniuge. Invoca la concordia e la cura quando scrive che la penitenza non consisteva in fughe mistiche o in separazioni, ma nel vivere la fedeltà quotidiana, la moderazione nell’abbigliamento, un digiuno sobrio, la preghiera in famiglia e l’esercizio instancabile della pacificazione e delle opere di misericordia.

La tradizione storiografica custodisce i volti di questa rivoluzione nei beati Lucchese e Buonadonna da Poggibonsi, considerati i primi terziari francescani: due sposi che seppero dimostrare come la santità possa fiorire tra i banchi del mercato, i litigi superati, la tenerezza coniugale e la carità verso i poveri. Intorno ai quarant’anni, segnati dalla perdita prematura dei due figli e toccati dalle trasformazioni sociali del tempo, maturarono un profondo travaglio interiore. L’evento decisivo fu l’incontro personale con San Francesco avvenuto nel 1221, durante uno dei suoi viaggi di predicazione in Valdelsa. I due sposi espressero il desiderio di abbandonare i propri beni e seguire il Poverello. Francesco, tuttavia, non suggerì loro di separarsi né di entrare in un monastero (Lucchese tra i frati e Buonadonna tra le Clarisse), ma disse loro di rimanere nel mondo e continuare a vivere il proprio matrimonio, conformando la vita familiare al Vangelo. 

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Inizialmente scettica, Buonadonna condivise poi in pieno l’ideale del marito. Le fonti francescane narrano un episodio emblematico: un giorno in cui Lucchese aveva donato tutto il pane di casa ai poveri, Buonadonna lo rimproverò; ma, riaprendo la madia, la trovarono di nuovo colma di pane fresco. Da quel momento la loro missione divenne del tutto sinergica. La tradizione agiografica sottolinea l’epilogo della loro vita: quando Buonadonna si ammalò gravemente, Lucchese, ormai anziano e malato a sua volta, la assistette. I due sposi morirono a poche ore di distanza nello stesso giorno, il 28 aprile, suggellando quasi il compimento totale di un cammino spirituale e coniugale vissuto spalla a spalla fino all’ultimo istante: quella che viene indicata come una caro, una sola carne, nell’oggi della storia e nell’eternità in Dio.

Per loro e per chi voleva seguire Cristo senza prendere i voti religiosi, San Francesco dettò i primi cardini di quella che nel 1221 divenne la Memoriale Propositi (la Regola dei Penitenti di Assisi). Fu così che vestirono l’abito di cenere e il cordone, diventando i primi terziari francescani.

Questa profonda stima per la condizione laicale non fu solo un’elaborazione teorica, ma si incarnò nelle scelte più intime della vita del Santo. Per profonda umiltà e per sentirsi fratello fino in fondo di ogni battezzato, Francesco accolse consapevolmente la vocazione a rimanere laico, rifiutando l’ordinazione al sacerdozio. Accettò l’ordinazione diaconale — il grado del servizio — al solo scopo di poter proclamare il Vangelo durante la liturgia e predicare la Buona Novella tra la gente delle piazze e dei villaggi. Non volle mettersi al di sopra del popolo di Dio, come erroneamente e comunemente è intesa la condizione sacerdotale, ma volle stare in mezzo a esso come fratello minore, addirittura minimo, ultimo, servo di tutti.

A ottocento anni di distanza, la lezione di San Francesco resta di una modernità folgorante. Resta solidamente a ricordarci che non serve allontanarsi dalla vita per trovare Dio, perché anche ogni casa, ogni famiglia e ogni amore coniugale, se vissuti nel Vangelo, possono diventare una vera e propria Chiesa domestica e un riflesso della bellezza del Creatore.




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Assunta Scialdone

Assunta Scialdone, sposa e madre, docente presso l’ISSR santi Apostoli Pietro e Paolo - area casertana - in Capua e di I.R.C nella scuola secondaria di Primo Grado. Dottore in Sacra Teologia in vita cristiana indirizzo spiritualità. Ha conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Da anni impegnata nella pastorale familiare diocesana, serve lo Sposo servendo gli sposi.

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