Ogni volta che incontriamo una persona lontana dalla fede che cosa le offriamo? Un percorso da seguire, una serie di indicazioni da rispettare, un insieme di verità da conoscere, oppure la possibilità di fare esperienza di un amore che cambia la vita? Non sono alternative che si escludono, naturalmente. Ma l’ordine conta perché prima di sentirsi parte di una comunità, prima ancora di comprendere fino in fondo ciò in cui crediamo, una persona ha bisogno di intuire che lì c’è qualcosa che la riguarda, che parla della sua sete di felicità, delle sue ferite, delle sue domande più ostinate.
Il Vangelo, del resto, non comincia con un regolamento consegnato agli uomini, ma con un incontro. Gesù si ferma, guarda, chiama per nome. Entra nelle case, si lascia interrompere, si siede a tavola con chi non avrebbe dovuto frequentare. Non aspetta che le persone abbiano sistemato ogni cosa nella loro vita per avvicinarsi a loro. È la sua presenza a mettere in movimento le loro esistenze, a generare domande, a rendere possibile un cambiamento che, da soli, forse non avrebbero neppure immaginato.
Zaccheo non restituisce il maltolto per guadagnarsi un posto accanto a Gesù. È Gesù che, prima di ogni restituzione, gli chiede di poter entrare in casa sua. E quella visita, inattesa e persino scandalosa agli occhi di chi assiste alla scena, diventa l’inizio di una conversione concreta. Zaccheo scopre di essere guardato da qualcuno che non lo riduce ai suoi errori. Per la prima volta, forse, si sente raggiunto da un amore che non si limita a registrare ciò che è stato, ma apre una possibilità per ciò che può diventare.
Ecco il punto da cui dovremmo ripartire quando pensiamo all’annuncio cristiano. Se vogliamo che le persone si avvicinino alla fede, dobbiamo chiederci se siamo capaci di offrire loro un’esperienza significativa di Cristo. Non un’esperienza superficiale, costruita per piacere a tutti, né una versione addomesticata del Vangelo, privata delle sue esigenze. Piuttosto, un incontro capace di intercettare la vita reale: le crisi di una coppia, la fatica di educare i figli, la solitudine di chi non riesce a dare un nome al proprio dolore, la ricerca di un senso da parte di un giovane, il bisogno di ricominciare di chi si porta addosso il peso delle proprie scelte.
È proprio lì, in quella vita spesso disordinata e lontana dall’immagine che abbiamo di un buon cristiano, che Cristo desidera essere incontrato. E se la Chiesa non sa raggiungere quei luoghi, se si limita ad aspettare che le persone arrivino già pronte, già consapevoli, già sufficientemente vicine alle nostre abitudini religiose, rischia di parlare una lingua che molti non comprendono più.
Dobbiamo essere seducenti ma non la seduzione che manipola, che promette ciò che non può mantenere o che nasconde il prezzo delle proprie proposte. Sedurre, nel suo significato più profondo, è attrarre a Cristo, la vera Bellezza, suscitare un desiderio, rendere percepibile la gioia di qualcosa che merita di essere incontrato. Una Chiesa seducente non è una Chiesa che rincorre le mode o che cerca di rendersi simpatica a ogni costo. È una Chiesa nella quale la vita nuova promessa dal Vangelo diventa, almeno in parte, visibile.
La questione, allora, non è se dobbiamo essere esigenti oppure accoglienti. È se sappiamo essere fedeli a un Vangelo che tiene insieme entrambe le cose, senza sacrificare la persona sull’altare delle nostre impazienze e senza sacrificare la verità sull’altare del consenso. Una Chiesa che accoglie soltanto chi è già pronto rischia di diventare un club per persone che si somigliano. Una Chiesa che accompagna davvero, invece, sa che ogni storia ha un tempo, che ogni incontro può aprire una strada e che nessuno dovrebbe essere identificato per sempre con il punto da cui è partito. Mi sembra di intravedere il sogno di papa Francesco… e un po’ mi commuovo pensando che lui è lì ad intercedere ancora perché ciascuno possa fare esperienza di sentirsi amato e da qui cominciare a desiderare una vita che prima non riusciva neppure a immaginare.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!



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