29 Ottobre 2026

Conosciamo l’islam… ma noi cristiani sappiamo ancora chi siamo?

Mi piacerebbe sentire risuonare una domanda accanto a quelle, certamente legittime e necessarie, sul dialogo tra le religioni: mentre ci impegniamo a conoscerle per liberarci dai pregiudizi, che cosa stiamo facendo per conoscere, custodire e trasmettere la nostra identità cristiana? Leggo la notizia delle undici schede per conoscere l’islam, realizzate dalla Conferenza episcopale italiana con il Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica e destinate alle scuole nell’ambito dell’insegnamento della religione cattolica. Leggo le parole del cardinale Matteo Zuppi, che invita a superare l’ignoranza, i sospetti, le semplificazioni e l’islamofobia. Leggo anche quelle di Yassine Baradai, presidente dell’Ucoii, che si definisce «musulmano di fede ma cattolico di cultura», raccontando di aver frequentato l’ora di religione e l’oratorio e di aver sempre festeggiato il Natale.

Non ho difficoltà a riconoscere il valore della conoscenza. Il pregiudizio non è una forma di intelligenza, la paura non è una virtù e confondere una religione con le azioni di chi la invoca per giustificare la violenza è un errore che non aiuta nessuno. Credo anche che il cristiano non abbia bisogno di inventarsi un nemico per sapere in chi crede. Anzi, dovrebbe essere proprio la solidità della sua fede a consentirgli di incontrare l’altro senza sospetto, senza aggressività, senza la necessità di difendersi da ogni differenza ma è proprio qui che vorrei inserire una riflessione un tantino più provocatoria.

Il dialogo presuppone qualcuno che abbia qualcosa da mettere in dialogo. È dunque doveroso chiedersi: mentre insegniamo ai nostri ragazzi a conoscere la fede degli altri, quanto ci preoccupiamo che conoscano davvero la propria? Quanto tempo dedichiamo a raccontare loro il cristianesimo non come una generica eredità culturale, una tradizione familiare da rispettare nelle feste comandate, ma come una presenza viva, capace di illuminare le scelte, giudicare le abitudini, mettere in discussione persino il nostro modo di vivere?

La questione non è se sia opportuno conoscere l’islam. Lo è anche se mi piacerebbe sapere se oltre a presentarle abbiamo l’onestà di dire tutto ciò che quella religione porta con sé come risvolto culturale. La questione è se, nel farlo, abbiamo sufficientemente chiaro che cosa significhi essere cristiani oggi, in una società che porta ancora i segni della propria storia cristiana ma che, sempre più spesso, fatica a riconoscerne le radici, a comprenderne il linguaggio, persino a difenderne la libertà di espressione. Nel tentativo di apparire accoglienti, moderni, capaci di dialogo, non abbiamo finito per diventare timidi proprio nel dichiarare ciò in cui crediamo? Ci preoccupiamo, giustamente, che nessuno venga discriminato per la propria fede, ma siamo altrettanto solleciti quando si tratta di tutelare la possibilità concreta di vivere e manifestare la nostra?

Siamo capaci di dire che le radici cristiane dell’Italia non sono una decorazione da esibire nelle ricorrenze, ma una storia che ha plasmato il nostro modo di intendere la persona, la dignità umana, la famiglia, la solidarietà, la cura dei più fragili? E siamo ancora capaci di spiegare perché quei valori meritino di essere trasmessi, anche quando entrano in conflitto con le idee dominanti? Nel corso dei decenni la nostra società ha modificato profondamente il proprio modo di concepire il matrimonio, la vita nascente, la morte, la libertà individuale. Il divorzio, l’aborto e, oggi, il suicidio assistito chiamano in causa questioni morali e antropologiche sulle quali la visione cattolica si è trovata spesso in contrasto con le scelte legislative e con l’evoluzione del costume. Su questi terreni, si è consumato un profondo cambiamento culturale, nel quale la tradizione cristiana ha perso parte della sua capacità di orientare la coscienza collettiva.

Il 13 maggio 2004 il cardinale Ratzinger in una meravigliosa lectio magistralis sull’Europa e i suoi fondamenti religiosi affermava che “la multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri. Essa sicuramente non può sussistere senza rispetto di ciò che è sacro. Di essa fa parte l’andare incontro con rispetto agli elementi sacri dell’altro, ma questo lo possiamo fare solamente se il sacro, Dio, non è estraneo a noi stessi”.

Il cristianesimo non è una tessera di appartenenza da esibire contro qualcuno. È un incontro che trasforma la vita, una visione dell’uomo e della sua dignità, una responsabilità verso il mondo. Ma se non sappiamo più raccontare perché la vita è preziosa anche quando è fragile, perché la fedeltà coniugale è una promessa che merita di essere custodita, perché la libertà non coincide con il semplice diritto di fare ciò che si desidera, allora che cosa resterà della nostra identità? Un patrimonio artistico da ammirare, qualche festa popolare, i presepi a Natale e le processioni a Pasqua? Tutte cose belle, ma insufficienti se non rimandano a una fede capace di generare scelte e di dare ragione della speranza che essa annuncia.

Dovremmo esser più preoccupati della liquefazione della nostra identità cattolica e della sua progressiva inconsistenza. Il rischio è una fede che non sa più dire chi è, che teme di apparire divisiva quando propone una verità, che confonde la misericordia con la rinuncia a ogni giudizio e il dialogo con il silenzio sulle differenze. Una Chiesa che non sa più presentare la propria proposta non diventa automaticamente più accogliente, è semplicemente meno riconoscibile. Ecco perché, accanto alle schede dedicate alla conoscenza dell’islam, mi piacerebbe vedere un investimento altrettanto convinto nella formazione cristiana dei ragazzi. Un insegnamento capace di offrire conoscenze serie e di aprire domande autentiche, di generare adulti consapevoli che sappiano testimoniare con amore e fedeltà l’appartenenza alla Chiesa di Cristo.

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Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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