La settimana scorsa mio nipote Andrea, che frequenta la prima media, ha dimenticato a casa il quaderno di inglese. Una dimenticanza, una di quelle piccole distrazioni che a undici anni dovrebbero ancora appartenere alla normale amministrazione della crescita. Ma il quaderno assente gli è costato una nota sul Registro Elettronico. E qui la storia ha preso una piega inaspettata: in tempo reale, la nota è arrivata ai genitori, che all’uscita da scuola lo aspettavano già armati di rimproveri, punizioni e minacce di restrizioni nell’uso dello smartphone. Il condannato, per usare il linguaggio della cronaca giudiziaria, si è ritirato quel pomeriggio nella propria cameretta e ha studiato inglese fino allo sfinimento, deciso a farsi interrogare il giorno dopo e a riscattare la propria colpa con un risultato ineccepibile. E così è stato: un bel 9 e mezzo, da esibire con orgoglio proprio sull’app del Registro Elettronico. Quasi una sentenza di assoluzione pronunciata dalla stessa piattaforma che, ventiquattr’ore prima, aveva reso pubblica la sua colpa.
A raccontarla così, la vicenda fa anche sorridere. Ma, a pensarci bene, quel quaderno dimenticato e quel nove e mezzo raccontano qualcosa di meno divertente. Andrea ha imparato la lezione di inglese, certo ma quale lezione ha imparato sulla responsabilità? Che cosa gli è rimasto di quella dimenticanza: la consapevolezza di dover essere più attento oppure la paura di essere scoperto? E soprattutto, se la nota non fosse arrivata in tempo reale sul telefono dei genitori, avrebbe potuto trovare da solo il coraggio di raccontare l’accaduto, assumersene la responsabilità e magari scoprire che un errore non è una condanna definitiva?
È da qui che vorrei partire per una riflessione sul Registro Elettronico, uno strumento indubbiamente utile, ma che rischia di trasformare la relazione educativa in un sistema di sorveglianza permanente. Se ogni dimenticanza viene immediatamente segnalata, ogni voto tempestivamente comunicato e ogni compito registrato in un’agenda sempre consultabile, quale spazio rimane ai ragazzi per imparare a rispondere delle proprie azioni? E noi adulti, genitori e insegnanti, siamo davvero sicuri che sapere tutto, subito, significhi educare meglio? Qual è il progetto che insieme portiamo avanti sui ragazzi? Il raggiungimento di una pagella tutto sommato accettabile o la fatica di traghettarli verso l’età adulta dando loro le ragioni per diventare grandi?
Un tempo, un brutto voto poteva restare per qualche ora un segreto. Il ragazzo doveva decidere se confessarlo a tavola, aspettare il momento giusto, affrontare la delusione dei genitori. Non era necessariamente una storia edificante: poteva mentire, inventare scuse, cercare di guadagnare tempo. Ma in quel passaggio, anche attraverso gli errori, era chiamato a esercitare una responsabilità. Doveva scegliere come presentarsi davanti all’altro, trovare le parole, assumersi il rischio di una reazione. E quando finalmente raccontava, poteva accadere qualcosa di importante: un padre o una madre non si limitavano a leggere un numero, ma ascoltavano una voce, coglievano un’esitazione, scoprivano magari che dietro quel quattro c’era una difficoltà che nessuna notifica avrebbe saputo raccontare.
Adesso il voto può arrivare ai genitori prima che il figlio abbia deciso come parlarne. La comunicazione è avvenuta, ma la relazione non è detto che ci sia stata. Sappiamo il risultato, non necessariamente quello che è accaduto dentro il ragazzo mentre lo riceveva. Possiamo intervenire immediatamente, chiedere spiegazioni, controllare, sollecitare. Eppure, proprio nella fretta di sapere, rischiamo di perdere l’occasione di ascoltare.
È questo il punto che mi interessa: non il registro elettronico in sé, ma l’idea di educazione che può insinuarsi nel suo uso. Un’educazione nella quale conoscere ogni dettaglio sembra più importante che imparare a fidarsi, prevenire ogni inciampo più urgente che accompagnare un ragazzo mentre cerca il proprio equilibrio. Noi adulti siamo diventati bravissimi a monitorare. Ci preoccupiamo se non vediamo, se non sappiamo, se qualcosa ci sfugge. Vorremmo avere sempre una finestra aperta sulla vita dei figli, possibilmente con notifiche attive. Ma una finestra sempre aperta non è necessariamente una casa nella quale ci si sente liberi di parlare. L’amore, quando non accetta più alcun margine di rischio, può trasformarsi in una sorveglianza premurosa dalla quale diventa difficile sottrarsi. Crescere significa anche imparare a stare dentro ciò che non possiamo governare completamente. Invece di moltiplicare le forme di controllo perché non proviamo a capire un po’ di più le domande che si portano dentro?
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!



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