29 Ottobre 2026
Il pane costa di più. E noi abbiamo dimenticato il valore delle cose?
La settimana scorsa, dal mio fruttivendolo di fiducia, ho fatto quello che faccio abitualmente: ho scelto frutta e verdura di stagione, controllando provenienza e coltivazione, e ho riempito le buste pensando ai pasti della mia famiglia per i giorni successivi. Solo che, mentre prima bastavano venti o venticinque euro, oggi ne servono almeno quaranta. Non è cambiata la spesa, è cambiato il suo prezzo. E il portafoglio se ne accorge prima delle statistiche.
Anche il pane, quello che un tempo si comprava quasi con le monete rimaste in tasca, è diventato una voce da mettere in conto: dieci euro per una scorta che dura appena un paio di giorni. Se aggiungiamo carne e pesce, il quadro è completo. Il necessario costa sempre di più, ma gli stipendi non crescono allo stesso ritmo. E quando a rincorrersi sono soltanto i prezzi, a perdere terreno sono le famiglie.
Il problema non è soltanto economico. È anche educativo. Come spieghiamo ai nostri figli che bisogna rinunciare a qualcosa, quando li abbiamo cresciuti nell’idea che ogni desiderio possa diventare un acquisto? Come li prepariamo a un futuro nel quale la disponibilità economica potrebbe non garantire più le comodità alle quali si sono abituati? Non si tratta di rimpiangere la povertà dei nostri nonni, né di chiedere alle famiglie di arrangiarsi mentre la politica discute di bilanci e manovre finanziarie. A salari dignitosi e misure concrete non si può rinunciare. Ma abbiamo ancora il senso della misura? Sappiamo distinguere ciò che ci serve da ciò che desideriamo soltanto perché lo possiedono gli altri? Quanto denaro, tempo ed energie investiamo nell’apparire, nei successi da esibire, nell’estetica di una vita che deve sembrare sempre all’altezza delle aspettative?
I nostri nonni, che avevano conosciuto la guerra, sapevano ricavare un pranzo da quello che oggi chiameremmo appena l’inizio di una ricetta. Due pezzetti di carne diventavano un buon brodo per la pasta; poi la stessa carne, con il sugo e le patate, si trasformava in un secondo piatto. Non era una magia, ma una sapienza domestica che oggi rischiamo di perdere: non sprecare, inventare, condividere. Ho incontrato un’amica al supermercato che divideva il carrello in due parti. Le ho chiesto perché e lei mi ha detto, faccio la spesa anche per la mia vicina di casa. Vive da sola e non è in grado con la pensione che ha di permettersi la carne e il pesce. “Lei in cambio si occupa di rammendare tutti i vestiti di casa con i miei figli adolescenti!”. Una forma che salva la dignità.
Questa attenzione mi ha convinta che antidoto al caro vita non è soltanto imparare a spendere meno, ma tornare a vivere meno da soli. La condivisione non sostituisce salari adeguati e politiche economiche giuste, ma può impedire che le difficoltà diventino solitudine. Una spesa divisa, un pasto preparato per chi è in difficoltà, una comunità che si fa carico dei bisogni concreti: sono gesti che restituiscono al denaro il suo giusto posto, quello di uno strumento, non di una misura del valore delle persone. Non basta invocare la provvidenza se poi non siamo disposti a diventare provvidenza gli uni per gli altri. Mentre aspettiamo che la politica faccia la sua parte, dunque, proviamo a fare la nostra. Educhiamo i giovani all’essenziale, non perché debbano accontentarsi di meno, ma perché non diventino schiavi di bisogni costruiti artificialmente. Insegniamo loro che rinunciare non significa sempre perdere e che condividere non è un gesto riservato a chi possiede poco. Forse è un buon modo anche per evitare che essi siano fagocitati dai guru del momento che si nutrono di rabbia, di disperazione e di tanta solitudine.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!



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