EDUCARE ALL’AFFETTIVITÀ

Risposte empatiche dei chabot: quando ci si affeziona a “qualcuno” che non esiste

Abbiamo incontrato, di nuovo, la Dott.ssa Claudia Montana, che di recente ha messo al servizio di Punto Famiglia la sua esperienza professionale e la propria testimonianza di psicologa cristiana. Ci ha parlato di Teologia del Corpo e Umanesimo integrale, come approcci alla persona che aiutano a superare l’egoismo che spesso caratterizza le relazioni. Ci ha anche spiegato qualcosa sull’influsso dell’Intelligenza Artificiale nei rapporti interpersonali. Oggi proseguiamo il nostro discorso con lei sulla stessa linea…

Dott.ssa Montana, cosa può dirci dei legami pseudo-affettivi che sempre più persone instaurano con “entità virtuali”, ovvero con algoritmi pensati per dare l’impressione di ascoltare, consolare, consigliare?

Nel mio lavoro approfondisco questo fenomeno attraverso la teoria dell’attaccamento, a partire dai contributi di Bowlby, Ainsworth e Fonagy. Le relazioni umane costituiscono contesti privilegiati di regolazione emotiva, costruzione della fiducia, sviluppo della mentalizzazione e riconoscimento dell’alterità. Quando una persona instaura un legame emotivamente significativo con un sistema artificiale, può sperimentare sentimenti soggettivamente autentici di vicinanza, conforto o appartenenza. Questo vissuto merita attenzione e non può essere banalizzato. Tuttavia, è necessario distinguere l’autenticità dell’esperienza emotiva dell’utente dalla natura dell’interlocutore tecnologico. Un chatbot può produrre risposte linguistiche empatiche, ma ciò non equivale a dimostrare che sperimenti empatia nel senso umano del termine. È precisamente in questa asimmetria che si colloca una delle questioni più delicate. 

Dunque, avviene un investimento affettivo reale, nonostante la consapevolezza che dall’altra parte ci sia “solo una macchina”?

L’essere umano può attribuire intenzionalità, comprensione e reciprocità a un sistema che genera risposte sulla base di processi computazionali. Tale dinamica può favorire fenomeni di antropomorfizzazione, idealizzazione e, in determinate condizioni, forme di investimento affettivo problematico. A questo si aggiunge un secondo elemento: la progressiva trasformazione della corporeità in rappresentazione digitale. 

Ovvero?

Nei social network, nelle piattaforme relazionali e negli ambienti virtuali, il corpo può essere sottoposto a processi di estetizzazione, selezione, modificazione e mercificazione. L’identità rischia così di essere costruita prevalentemente attraverso la visibilità, l’approvazione e la prestazione. In uno dei miei saggi dedico particolare attenzione anche alla pornografia digitale, agli avatar erotizzati e alle nuove forme di sessualità mediata dall’intelligenza artificiale, interrogandomi sulle possibili implicazioni per la formazione dell’immaginario affettivo e sessuale, soprattutto durante l’adolescenza. Non si tratta di attribuire automaticamente a ogni esperienza digitale conseguenze patologiche. Gli effetti dipendono dalle caratteristiche individuali, dall’età, dal contesto relazionale, dalle modalità d’uso e dalle eventuali condizioni di vulnerabilità. Occorre però interrogarsi criticamente su una cultura che rischia di trasformare il desiderio in consumo, la corporeità in immagine e l’altro in un’esperienza personalizzabile. 

In tutto questo, che apporto può dare un’antropologia cristiana?

La riflessione antropologica cristiana introduce, a questo proposito, una categoria particolarmente feconda: quella del “limite”. Il limite non rappresenta necessariamente una privazione. Può costituire la condizione stessa dell’incontro, perché ci ricorda che l’altro non è interamente disponibile, controllabile o assimilabile ai nostri desideri. 

La relazione umana è autentica proprio perché implica l’incontro con qualcuno che non coincide con noi, che non possiamo programmare e che conserva il diritto di essere altro da ciò che vorremmo. 

Per questo, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, educare all’affettività significa anche recuperare il valore della presenza, della corporeità, della vulnerabilità condivisa e della reciprocità.

Leggi anche: Le relazioni nell’era dell’IA e la psicologia cristiana. Intervista alla dott.ssa Montana – Punto Famiglia

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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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