24 Ottobre 2026
Ai nostri figli non basta togliere uno schermo. Dobbiamo restituire loro un mondo
Una domanda mi sembra manchi nel dibattito sulla dipendenza digitale dei ragazzi: quando finalmente spegniamo i loro telefoni, che cosa trovano fuori? Quale mondo abbiamo preparato per loro, quali luoghi, quali adulti, quali esperienze capaci di accendere la loro curiosità e dare una direzione alla loro energia? Perché denunciare i pericoli del virtuale è necessario, ma non basta. Se chiediamo ai nostri figli di uscire da un mondo che li tiene prigionieri, dobbiamo almeno essere in grado di indicare loro una porta aperta.
Le immagini dei preadolescenti scesi in piazza sabato scorso mi hanno indignato come a tanti ma mi hanno anche lasciato una domanda addosso. Che cosa ci fanno ragazzi che frequentano ancora la scuola media dentro dinamiche che non sembrano avere nulla a che fare con la loro età? Non vorrei liquidare tutto con la solita condanna dei giovani, come se gli adulti fossero spettatori innocenti di una degenerazione che riguarda soltanto le nuove generazioni. Sarebbe troppo comodo. La preadolescenza è un’età in cui il corpo acquista una forza nuova, le emozioni si fanno intense, il desiderio di autonomia cresce più rapidamente della capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni. È il tempo in cui si vuole uscire dall’infanzia, misurarsi con il mondo, dimostrare di non essere più bambini, ma non si possiedono ancora tutti gli strumenti per governare questa nuova libertà. Proprio per questo servono adulti presenti, capaci di accompagnare senza soffocare, di porre limiti senza umiliare, di offrire occasioni in cui quella forza possa diventare coraggio, responsabilità, competenza.
Un tempo, almeno per molti di noi, questa palestra della crescita aveva indirizzi abbastanza precisi. C’erano il campetto sotto casa, la bicicletta, gli amici con cui si usciva senza dover organizzare ogni movimento attraverso una chat. C’erano soprattutto gli oratori, le comunità parrocchiali. Poi, lentamente, qualcosa si è consumato. Il mondo digitale ha conquistato uno spazio enorme nella vita dei ragazzi, ma non lo ha fatto soltanto perché le tecnologie sono diventate più attraenti e persuasive. Ha trovato anche un vuoto che noi adulti, spesso senza volerlo, abbiamo contribuito a creare. Un figlio davanti a uno schermo è un figlio che sembra al sicuro, che non corre pericoli per strada, non torna a casa con i pantaloni sporchi, non chiede di essere accompagnato, non costringe a riorganizzare il pomeriggio. Il virtuale è entrato nelle nostre case presentandosi come una comodità diciamolo pure. È comodo vedere i nostri figli a casa su un divano o nella loro cameretta e pace se passano un po’ di tempo in più sugli smartphone ma così ci risparmiano il tempo di accompagnarli in giro, di preoccuparci per loro e di fare qualche lavatrice in meno. Non è cinismo, è la realtà.
I fatti di Milano ci inducono a pensare che il digitale vado in qualche modo se non fermato almeno limitato e facciamo bene anche politicamente e socialmente a trovare le strade giuste per poter incidere sui colossi della tecnologia ma il problema resta l’alternativa. Che cosa mettiamo al posto delle ore trascorse online? E chi si assume il compito di esserci quando un ragazzo cerca un luogo in cui sentirsi importante, quando ha bisogno di misurare la propria forza, quando desidera essere riconosciuto da qualcuno che non sia soltanto un profilo sul suo telefono?
Servono adulti che sappiano mettere a disposizione il proprio tempo e che non si limitino a lamentarsi del disinteresse dei giovani, magari dopo aver costruito un mondo nel quale ogni minuto deve essere produttivo e ogni relazione deve risultare comoda. Un ragazzo non rinuncia facilmente a una realtà virtuale che gli promette gratificazione immediata se, fuori, trova soltanto porte chiuse, adulti frettolosi e luoghi in cui non c’è niente da fare. L’alternativa deve essere desiderabile, non soltanto moralmente corretta. Deve permettergli di provare la soddisfazione di costruire qualcosa, di appartenere a un gruppo, di essere atteso, di scoprire che la sua energia può diventare un bene per qualcuno. Occorre offrirgli occasioni reali di libertà, proporzionate alla sua età e accompagnate da una presenza adulta che sappia esserci senza controllare ogni respiro.
L’altra sera sono stata invitata a dire qualcosa ad un gruppo di 40 giovani riuniti alle 21 di sera per sentir parlare di Gesù. Si sono discostati dallo schermo e hanno accettato la sfida perché qualcuno tra loro li aveva invitati. È stato bellissimo. Non ho visto per più di due ore nessun giovane prendere in mano il cellulare. Possiamo continuare a indignarci quando vediamo un preadolescente partecipare a una devastazione, possiamo discutere di divieti e responsabilità delle piattaforme, possiamo chiedere maggiore vigilanza. Ma, prima di concludere, dovremmo rivolgerci una domanda che riguarda direttamente noi: se domani nostro figlio decidesse di spegnere il telefono, dove potrebbe andare? Chi troverebbe ad aspettarlo? Quale comunità saprebbe accoglierlo, dargli una responsabilità, accompagnarlo a diventare grande? Se non sappiamo rispondere, il problema non è soltanto lo schermo che ha davanti. È anche il mondo che gli abbiamo lasciato fuori.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!



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