Post aborto

Il dolore che nessuno racconta

di Giovanna Abbagnara

“Quando entravo in Chiesa mi mettevo sempre all’ultimo posto. Nessuno mi giudicava, ero io che mi condannavo. Ero io che mi sentivo sporca”: la storia di Giulia e il dramma del post aborto. Dal buio alla luce.

C’è un episodio della mia vita che mi ha profondamente segnata. Un giorno, un’amica mi ha telefonato dicendomi che aveva bisogno di parlarmi. La invitai a casa e pensavo ai soliti problemi di famiglia o di studio. E invece mi ritrovai di fronte una donna terrorizzata dall’idea di essere incinta. Un figlio arrivato improvvisamente da una relazione lampo con uno sconosciuto incontrato in una chat e con il quale si era vista una sola volta. Un’assurdità pensai. Eppure quel bambino c’era. Esisteva e non poteva pagare il conto dell’irresponsabilità di chi lo aveva generato. Ma a nulla valsero i miei tentativi di dissuaderla dalla decisione di abortire. Provai ogni strada. Fino a proporle la visione del video con il quale si vede chiaramente in che modo avviene l’aborto. I miei imploranti tentativi si scontravano con la facilità con cui in pochi giorni riuscì ad organizzare il tutto per l’intervento di interruzione. Nessuno spese una parola, né per lei, né per il suo bambino. Quando mi chiese di accompagnarla però, nonostante le volessi bene, le dissi che non potevo scendere a patti con la mia coscienza. Comprese le mie motivazioni e con lo sguardo basso se ne andò. Non l’ho più rivista, o meglio non ho più rivisto la ragazza solare e divertente con la quale avevo trascorso gran parte della mia giovinezza. Qualcosa in lei si è spento per sempre. Noi che facciamo parte del popolo della vita, che lottiamo a ben diritto per dare voce a chi non ha voce, spesso dimentichiamo che dietro al dramma delle migliaia di aborti che si consumano negli ospedali e negli ambulatori, si nascondono altrettante donne che da quell’istante dovranno convivere con un dolore muto, assordante foriero di depressioni e incapacità di relazionarsi. A queste donne però qualcuno ha pensato. Monika Rodman Montanaro, che ha lavorato 12 anni a tempo pieno nella pastorale familiare diocesana della Chiesa Cattolica degli Stati Uniti. Nella Diocesi di Oakland, California è stata sia direttrice del programma diocesano per promuovere il rispetto della vita sia coordinatrice del programma di cura pastorale dopo l’aborto. Monika, insieme al marito Domenico, la psicologa Valeria D’Antonio, varie ex-partecipanti al ritiro, e vari sacerdoti sono i responsabili della Vigna di Rachele, un percorso concreto, spirituale e psicologico, per aprire più ampiamente le porte della Misericordia alle persone che portano la ferita dell’aborto.

Giulia: “Vi racconto la mia storia”. Quando entravo in Chiesa mi mettevo sempre all’ultimo posto. Nessuno mi giudicava, ero io che mi condannavo. Ero io che mi sentivo sporca. E poi il silenzio. L’aborto ti zittisce, ti chiede di dimenticare, di vivere tutto come un incidente di percorso da rimuovere presto dall’agenda della tua vita. Ma il senso di colpa come un’ombra ti segue e la vergogna diventa complice del tuo quotidiano. E più passa il tempo più la ferita fa male e, spesso, mi sorprendevo a pensare al perché di quel detto che l’amica di turno ti ripete come una cantilena ad ogni evento doloroso della vita: “Non ti preoccupare, il tempo guarisce ogni cosa”. Il tempo. Allontana, ma non lenisce. Fino a diventare il pozzo dal quale emergono domande capaci di rubarti il sonno e la pace.

Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Ero in Chiesa, era la notte di Pasqua. Tutto intorno a me gridava di resurrezione, di luce, di vita nuova. Era la notte gravida di un giorno nuovo, foriera della notizia che tutti aspettavamo: la Vita aveva trionfato sulla morte e il prodigioso duello era stato vinto dal Principe della Pace. Nella mia vita invece regnava la notte della disperazione. E un grosso interrogativo pendeva in bilico sul mio cuore stanco: “Dov’è mio figlio? Mi odia per quello che gli ho fatto?”. Quella notte tornai a casa più angosciata del solito. Erano trascorsi otto anni dal mio aborto. Un tempo ragionevole per recuperare le forze e riprendere in mano la mia vita. Eppure niente aveva ancora un senso. La mente attimo dopo attimo rivedeva quei giorni di solitudine e la mia vita prima di quella scelta.

Ero sposata civilmente con un uomo molto più grande di me, divorziato. Eravamo innamorati, condividevamo il lavoro e desideravamo avere figli. Durante una visita di routine avevamo scoperto che lui era irrimediabilmente sterile. La notizia ci sconvolse. Apparentemente ciascuno desiderava custodire l’altro perché non soffrisse, ma ben presto mio marito cominciò a frequentare locali notturni e ad avere rapporti con le giovani donne straniere conosciute in quei gironi dell’inferno. Quando lo seppi, iniziai a prendere le distanze da lui, pur giustificandolo per il dolore che gli aveva provocato la sua dichiarata sterilità. Frequentai un altro uomo con il quale ebbi una relazione molto breve di un paio di mesi. Quando decisi però di ritornare da mio marito e di riconquistarlo scoprii di essere in attesa. Non ero innamorata del padre di questo bambino e, soprattutto, non volevo ferire mio marito. Con quella capacità spiccatamente femminile che solo noi donne abbiamo di addossarci tutti i pesi del mondo, decisi che mi sarei sacrificata io. E così feci. Cancellai quell’incidente di percorso. Almeno così credevo. Io e mio marito riprendemmo la nostra storia ma nulla era più come prima. Litigavamo spesso perché ero vulnerabile, insicura, fragile e priva di fiducia in lui e in me. Mentre ogni giorno morivo un po’ di più, silenziosamente nel mio profondo lo ritenevo responsabile. Dopo un paio d’anni di tregua, lui ricominciò ad avere le sue storie extraconiugali e così decisi di lasciarlo. Da quel momento ho ripreso in mano la mia vita, mi sono ricostruita una professione, ho fatto un percorso psicologico e ho incontrato un nuovo e stabile amore. Ma nonostante tutti questi buoni motivi, il dolore mi accompagnava ovunque fino a diventare vera e propria disperazione sfociata come un fiume in piena nella notte di Pasqua del 2013.

«Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?». «La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto». Quando sono tornata a casa dopo la celebrazione, ho cercato disperatamente su internet qualcosa o qualcuno che mi potesse aiutare ad uscire da quel tunnel e mi sono imbattuta nel sito della Vigna di Rachele. Ho mandato una mail, ma dopo diversi giorni senza risposta, mi ero convinta che fosse una bufala. E invece qualche giorno dopo la mia amara considerazione, mi arriva una mail di Monika e subito dopo la sua telefonata. La sua voce dolce e rassicurante rompe in pochi minuti il fragile involucro del mio dolore e mi ritrovo a raccontarle tutto di me, della mia angoscia soffocante, di quel giorno che ha cambiato totalmente la mia vita. Lei mi comprende, è come se fosse dentro di me, riesce a cogliere il dolore profondo della perdita del mio bambino. Mi invita a partecipare ad un ritiro spirituale con altre donne che vivono lo stesso dramma. Decido di andare. Mi fido. Quando sono là mi accorgo che non sono la sola al mondo a vivere quell’immenso dolore. Abbiamo storie diverse, età diverse e veniamo da città diverse ma ci accomuna lo stesso dramma. Abbiamo tutte la necessità di accettare e di elaborare un lutto. Sì, un lutto, una morte, quella del nostro bambino.

Quando hai una croce, una lapide, una cerimonia funebre, per quanto sia tragica la morte di qualcuno che ami, hai la possibilità di piangere, di materializzare il tuo dolore e di elaborarlo. Quando abortisci ti viene negato tutto questo. L’unico imperativo è dimenticare. Lì invece alla Vigna di Rachele accade il contrario. Ti viene chiesto di prendere coscienza che sei madre e che la tua maternità, anche se fisicamente interrotta dall’aborto, spiritualmente continua. È un passaggio faticoso e molto doloroso perché ti confronti con la tua realtà. Ti viene suggerito di dare un’identità al tuo bambino con un nome e di scrivergli una lettera che poi leggerai davanti agli altri partecipanti durante un momento di preghiera. È stato in quel percorso che in me si è accesa una scintilla.

L’agnello ha redento il suo gregge, l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre. Ho ritrovato il mio bambino. Ora finalmente sono riuscita a riconciliarmi con lui e soprattutto a perdonare me stessa e a sentirmi perdonata. I giorni che sono seguiti non sono stati facili. Avevo riconosciuto la mia maternità ma avevo dovuto scavare nel fondo delle mie fragilità. Sapevo che quei lunghi anni di buio e di silenzio non potevano essere cancellati da un colpo di spugna ma il cammino verso la luce era cominciato.

Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea. È stata un’esperienza meravigliosa, profonda, faticosa, ma colma di dolcezza e carica dell’Amore del nostro Padre misericordioso. Ho capito quanto Dio ami ognuno dei suoi figli in modo speciale, senza barriere, come nella parabola del “figliol prodigo”. Da quel giorno ho iniziato un percorso pieno di speranza e ho capito cosa significa risorgere dal buio del dolore. Ho compreso che ogni donna che ha vissuto l’aborto, anche la più scettica, col tempo si trova di fronte ad un dramma difficile da gestire e superare: una ferita che non trova pace. Quello che proviamo è un istinto incontrollabile come quello di essere madri. Il nostro ventre, la nostra pancia e il nostro cuore non sono programmati per negare la vita dentro di noi. Essi superano le nostre convinzioni. Vorrei che questa testimonianza aiutasse te donna, che ti trovi in difficoltà, nella solitudine o condizionata da altri, a conoscere la verità, tutta la mia verità, prima di ricorrere all’aborto volontario. E vorrei ancora che queste mie parole aprissero gli occhi a voi che siete accanto a queste madri dubbiose, affinché possiate offrire tutto il vostro sostegno in questo grave momento di difficoltà.

Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza.

Storia di Giulia scritta da Giovanna Abbagnara




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