Storie

“Perché i nostri figli hanno tutto mentre quei bambini sono soli?”

affido

La testimonianza di Luisa e Davide, cresciuti come famiglia nell’arte di amare grazie all’affido familiare.

La nostra esperienza di famiglia affidataria è la storia che spesso racconto nelle parrocchie per la promozione della cultura dell’affido. Da quando abbiamo conosciuto l’Ideale del Movimento dei Focolari, venti anni fa, tanti aspetti della nostra vita sono cambiati. C’era tanta voglia di corrispondere all’Amore di Dio che avevamo scoperto come Padre. Un po’ alla volta diventammo più sensibili alle esigenze dei meno fortunati e di chi ci stava intorno. L’impressione era che più ci sforzavamo di amare, più cresceva in noi la capacità di donazione. 

Un giorno lessi con interesse un articolo su “Città Nuova”. Mi colpì il racconto del sindaco di un paesino della provincia di Torino che per il Natale aveva deciso di trascorrere una giornata in un istituto di accoglienza per minori. Al momento del pranzo, decise di legare il bavaglino al bambino sedutogli accanto. Vedendo questo gesto, tutti gli altri piccoli si misero in fila per farselo legare. Questo episodio mi commosse profondamente.

Davide ed io avevamo due bambini – Alberto, quasi tre anni, e Maria Rosaria, un anno e mezzo – ed eravamo felicissimi. Dopo aver letto quell’articolo, mi chiesi perché i miei figli avevano tutto mentre quei bambini erano soli. Mi sentii chiamata in causa. Non era giusto che alcuni bambini fossero privi dell’affetto di una famiglia. L’accoglienza temporanea mi sembrava la soluzione ideale e condivisi le mie riflessioni con Davide. I suoi dubbi non mi scoraggiarono al punto che nei giorni successivi tirai spesso fuori l’argomento. Davide non sembrava contrario ma una decisione così richiedeva una grande determinazione. Così, in un momento di grande intimità spirituale, decidemmo che era troppo presto, eravamo sposati da tre anni e avevamo già due bambini, ma fissammo una scadenza: dopo tre anni ne avremmo riparlato.

Straordinariamente, allo scadere del sesto anno di matrimonio – avevamo ancora le rose sul tavolo per la ricorrenza – senza che avessimo fatto niente, arrivò la prima bambina in affido. Dio aveva preso sul serio i nostri buoni propositi ed ora ci aiutava ad attuarli. Una sera passai a salutare il mio parroco ed egli mi raccontò di una telefonata di un’assistente sociale che gli chiedeva di cercare una famiglia disposta ad accogliere una ragazza madre, rifiutata dalla famiglia. A dire il vero, era rifiutata solo la bambina perché frutto del peccato. Davide ed io ci rendemmo immediatamente disponibili. Quello che è successo dopo non è descrivibile fino in fondo. Ci sentimmo coraggiosi e forti per affrontare ogni difficoltà, la gioia ci pervadeva. L’unità tra noi e i nostri figli era palpabile e ne usufruivano parenti e amici che volentieri venivano a trovarci per offrirci il loro aiuto. Una catena d’amore si era attivata contagiando tutti. Aprimmo la nostra casa alle visite quotidiane del fratello della ragazza, molto dispiaciuto dell’atteggiamento dei suoi genitori. Coltivava il rapporto con la nipotina con tanto amore, una rarità per un giovane ventenne. Un giorno mi propose di far venire suo fratello maggiore, già sposato, per fargli conoscere la nipotina. Ci preparammo a quell’incontro con grande intensità, porgemmo loro la bambina senza riserve. Parlammo con confidenza ed insieme decidemmo di fare una proposta più forte al nonno ostinato. Così fu e la piccola poté ritornare tra le braccia della mamma, insieme ai nonni che l’hanno coccolata facendola crescere in un clima sereno.

L’anno successivo, per quattro mesi, ci siamo presi cura del bambino di una ragazza madre mentre lei cercava un lavoro ed una casa. Abbiamo misurato fino in fondo la nostra capacità di amarci reciprocamente. Un episodio è rimasto indelebile nella mia mente: una sera ero sul divano a dondolare il carrozzino ma fui sopraffatta dal sonno: il piccolo di notte non dormiva mai. Mia figlia Maria Rosaria – aveva appena quattro anni – prese lentamente il carrozzino, lo portò in camera sua e cullò il bambino per più di un’ora per permettermi di riposare.

Desideravamo avere un altro figlio. Dopo otto mesi il Signore ci benedisse e rimasi incinta di Domenico. Una gioia tutta nuova rivestì la nostra famiglia. In quel periodo entrò nella nostra vita una ragazzina di 12 anni, avviata alla prostituzione dalla mamma. Era proprio un pulcino bagnato, non conosceva niente di diverso dal tingersi i capelli e vestire in maniera strana. Un giorno, rientravamo dalla spesa, mi mostrò un dolce che aveva fatto da sola. Sbalordita mi resi conto che era cresciuta e sapeva prendere delle iniziative. Inutile dire quanto grande fu la mia commozione. Anche se i suoi familiari non l’avevano mai cercata, volle fare un gesto importante. Per Natale chiese al direttore del carcere un permesso per il papà, raccolse i fratelli di cui si ricordava e con la mamma organizzò un pranzo.

Questo episodio ci ha aperto ad una lunga riflessione sulle famiglie d’origine. In qualunque condizione esse vivano, vanno rispettate. É innaturale andare contro il legame di sangue che Dio ha disposto.

Il Signore ha benedetto la nostra famiglia con l’arrivo di un quarto figlio, Paolo, nato prematuro. Abbiamo pensato di non poter più fare accoglienza. Eppure, continuamente passava gente per casa: immigrati da aiutare con il permesso di soggiorno, ragazzi in difficoltà, famiglie in crisi.

Appena, grazie a Dio, i problemi di salute si sono risolti, è ritornata la voglia di metterci in gioco. Inaspettatamente è arrivata la telefonata di una fondazione che si occupa di disagio minorile. C’è stato proposto di accogliere un bambino di nove anni, originario del Marocco e cresciuto nell’hinterland casertano. Abbiamo detto subito sì. Ci è stato presentato come un bambino difficile, invece tra di noi è scattata immediatamente una grande intesa che ci ha permesso di rimanere uniti anche quando c’erano litigi o incomprensioni.

Questo bambino ha portato un continente nuovo nella nostra casa, usi e costumi differenti, un’altra religione e familiari da rispettare nella loro diversità. Abbiamo dovuto accettare molti cambiamenti di programma sul suo futuro e sperimentare l’assenza dei Servizi Sociali. Ci rimane, tuttavia, la solidarietà di tante famiglie che ci hanno sostenuto e hanno potuto toccato con mano la possibilità di cambiare la storia e la vita di una persona in una società che sembra non avere mai risorse sufficienti per i più deboli.

Non sappiamo se in futuro faremo ancora esperienza di affido, preferiamo non fare programmi affidando tutto a Colui ha in mano la vita di ciascuno.

Storia di Luisa scritta
da Antonietta Abete

 




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