Luigi e Zelia Martin

Chiedere l’impossibile. La storia di Pietro Schilirò

di Mariarosaria Petti

Tra 5 giorni i genitori di Santa Teresa di Lisieux saranno canonizzati, nel cuore del Sinodo sulla famiglia: una luce per tutte le famiglie. Ecco la storia del primo miracolo, riconosciuto dalla Chiesa, operato da Dio per intercessione di Luigi e Zelia Martin.

11:55, 25 maggio 2002. Una manciata di secondi. Quante emozioni possono chiudersi in una frazione di tempo così piccola. L’attimo prima ripercorri nove mesi trascorsi in una compagnia speciale e il momento dopo vedi per la prima volta il tuo bambino, ma non per stringerlo tra le braccia. Il tuo piccolo, legato così indissolubilmente a te per 280 giorni, in un battito di ciglia è portato via, lontano dalla sua mamma.

Le domande si susseguono e insieme fanno capolino le inquietudini e il dolore. Cosa non è andato? Il travaglio, il parto, il taglio del cordone ombelicale e poi un rantolo soffocante.

Appesi ad un filo

Dopo qualche ora dal parto la comunicazione di un’infermiera dell’Ospedale San Gerardo dei Tintori di Monza (Milano) informa Adele e suo marito Valter che il neonato ha una grave insufficienza respiratoria. Probabilmente, ha inalato del meconio, un liquido intestinale, e deve essere sottoposto alle cure necessarie.

In questo minuscolo spazio di tempo, intercorso tra la nascita e il trasferimento al reparto di terapia intensiva neonatale, inizia la partita di Pietro, quinto arrivato della famiglia Schilirò.

Il sabato trascorre nell’attesa di notizie. Il giorno seguente i genitori vedono Pietro: è intubato, gli è stato somministrato il 100% di ossigeno per la grave difficoltà di respirazione autonoma. Il piccolo è stato sottoposto a lavaggi polmonari. I medici, inoltre, comunicano la possibilità di un eventuale trasferimento a Bergamo, per un’ossigenazione extracorporea.

D’improvviso il vocabolario dei coniugi Schilirò si colora a tinte fosche. Alle parole di gioia e di festa che avrebbero voluto condividere con il resto della famiglia, subito si sostituiscono termini medici tecnici. Adele chiede di poter accarezzare suo figlio, ma non è possibile. Il tentativo di una madre di trasferire tutto l’amore possibile in una carezza potrebbe alterare gli equilibri che le macchine tentano di stabilire per Pietro.

Passano i giorni e la battaglia del piccolo Schilirò è sempre più ardua: la situazione si aggrava. Il 3 giugno viene presa in considerazione l’opportunità di eseguire una biopsia polmonare: si tratta di un’operazione molto complicata per le condizioni precarie di Pietro, ma rappresenta l’unica strada per fare chiarezza sul suo quadro clinico. È necessario appurare se il neonato sia stato colpito da un’infezione molto grave o sia invece affetto da una malformazione congenita. I medici sperano di scongiurare la seconda ipotesi. In questo ultimo caso non ci sarebbe più niente da fare per Pietro.

Ad Adele e Valter giunge dallo staff ospedaliero la richiesta ufficiale per procedere alla biopsia polmonare.

Il battesimo

Il 3 giugno arriva una telefonata a padre Antonio Sangalli, guida spirituale dei coniugi Schilirò. I medici hanno dichiarato il piccolo in pericolo di vita. Padre Sangalli è sorpreso, stenta a crederlo. Non c’è un minuto da perdere, il rito del battesimo è fissato per la sera stessa, alle ore 20:00.

Il 4 giugno viene effettuata la biopsia sui piccoli polmoni di Pietro. Il risultato dell’esame istologico non tarda ad arrivare: “malformazione congenita maturativa del polmone”. Una diagnosi infausta che non lascia posto ad alcuna speranza. Tutto sembra giunto al termine.

Chiedere l’impossibile

Qualche ora prima della celebrazione del battesimo, padre Antonio aveva consegnato ad Adele e Valter un’immaginetta dei coniugi Martin, i genitori di Santa Teresa di Lisieux. Il religioso aveva posto nelle mani dei genitori di Pietro l’esperienza degli allora Venerabili Zelia e Luigi. Lungo il tragitto di ritorno verso il Carmelo, la guida spirituale degli Schilirò invita la famiglia a iniziare subito la novena ai Martin. I coniugi di Monza accolgono l’invito. Al rientro a casa la Fraternità ecclesiale di cui fanno parte, Comunione e Liberazione, attende tutti loro per la recita del Santo Rosario.

Quella notte il loro sguardo sulla vicenda che li ha colpiti cambia. Il giorno seguente al primario che li riceve diranno: «Noi poniamo la nostra speranza nel Signore e osiamo chiedere il miracolo. Vi chiediamo di sostenere, con la vostra professionalità, i macchinari e la tecnologia la condizione di Pietro, perché ci sia un tempo ragionevole in cui il Signore ci faccia comprendere cosa abbia deciso. Noi chiediamo il miracolo per intercessione di Zelia e Luigi Martin».

E così nella fede e nella preghiera s’instaura un dialogo profondo tra due coppie di coniugi lontane nel tempo ma vicino nello spirito.

La macchina della speranza

Il conforto che i coniugi Schilirò ricevono li ammanta e mette in moto una “macchina della speranza”: le persone che incontrano, i conoscenti, tutti vengono spronati a recitare la novena per i Martin. Un vero e proprio popolo in cammino.

La cosa giusta per Pietro

Due occhi piccoli e sgranati su una vita a cui ci si aggrappa con tutta la forza che si ha. È lo sguardo di Pietro, nella culla della terapia intensiva neonatale. Quando l’azione dei farmaci andava scemando, spalancava le palpebre per dialogare con il mondo circostante. In quegli attimi non si poteva distogliere la vista dal suo volto. Pietro non poteva fare niente. Fermo, immobile. Lo confermava anche una delle dottoressa: «Questo bambino ha uno sguardo così forte, che mi giudica in modo tale che io non posso non fare quello che devo fare». Lui c’era.

Un giorno un’altra dottoressa continuava a passare davanti alla culla di Pietro. Dalle sue movenze era chiaro che in lei ci fosse confusione. Una divisione interna tra l’umanità di chi non registrando nessuna ripresa non sa come agire e la professionalità di chi – affidandosi alla scienza – propende per la sospensione degli interventi di salvataggio della vita di Pietro.

Alla perplessità della specialista si impone la fiducia di Valter: «Stia serena, qualunque cosa decida di fare sarà la cosa giusta per Pietro». Non è la risposta che immaginava, ma è lo sprone a seguire la luce della speranza. La dottoressa interviene immediatamente per l’ennesimo drenaggio al polmone del neonato. Ancora una volta la mano della scienza segue sentieri inediti.

È un miracolo!

Nel frattempo è trascorso circa un mese dalla nascita di Pietro. È il 26 giugno e il bambino ha delle forti crisi respiratorie, che si protraggono per il giorno successivo. Il primario dell’ospedale, il dottore Paolo Tagliabue, convoca Adele e Valter. Il colloquio ha il sapore dell’epilogo. I polmoni di Pietro resistono più ai macchinari, bisogna prepararsi alla sua morte. Adele chiama tutti i conoscenti a raccolta: è necessario intensificare la preghiera. Nessun cedimento alla speranza. Il 28 giugno il quadro clinico resta grave, seppure stazionario.

Con tre giorni simili alle spalle, il timore blocca ogni passo che conduce gli Schilirò all’ospedale. Le ore di agonia di Pietro raggelano pian piano le loro flebili attese. Ormai era necessario aspirare continuamente dai polmoni del neonato: un’operazione difficile e molto dolorosa. Il 29 giugno, giorno del primo onomastico di Pietro, Adele e Valter varcano la soglia della terapia intensiva: è sabato e sono insieme per fronteggiare il peggio. Sul volto la tensione. «Perché fate quella faccia?». L’infermiera continua: «Per me oggi è già successo un miracolo!».

L’ossigeno era stato ridotto dal 100% al 70%: Pietro iniziava a dare i primi segni di voler respirare da solo. Lo shock è grande. L’emozione immensa. Tre giorni dopo Pietro viene estubato, comincia a respirare autonomamente: i suoi polmoni funzionano.

Dopo un mese, il 27 luglio, Pietro torna a casa, tra lo stupore di tutti.

Chiamati alla santità

«Quando sono nato avevo una brutta malattia e i miei genitori hanno domandato a Luigi e Zelia, che sono andati da Gesù e gli hanno chiesto: “Guarisci Pietro?”. E io sono guarito».

È così che Pietro racconta il miracolo che ha ricevuto dal Signore, per intercessione dei coniugi Martin.

Dopo 33 giorni di permanenza in ospedale, Pietro, il 27 luglio 2002, è dimesso. La sua condizione era migliorata giorno dopo giorno: il 2 luglio è rimosso definitivamente il respiratore. Nulla ostacolava l’ingresso a casa Schilirò. Il 14 settembre, Pietro riceve i riti complementari del battesimo, alla presenza di 400 persone, tra amici, parenti e anche solo conoscenti. Un coro per rendere grazie del duplice dono ricevuto: la vita del piccolo e la sua guarigione.  

Il 10 giugno il cardinale Tettamanzi, allora arcivescovo della Diocesi di Milano, chiude la fase diocesana del processo sul miracolo. Hanno assistito il sacerdote postulatore carmelitano della causa dei Martin; Simeone della Sacra Famiglia; mons. Angelo Amadeo, istruttore del processo; mons. Guy Gaucher, vescovo ausiliare di Bayeux e Lisieux; la famiglia Schilirò, con Pietro e un centinaio di persone.

Il cardinale informava la Congregazione per le Cause dei Santi e il 7 luglio 2003 Papa Giovanni Paolo II veniva a conoscenza dei fatti. Il processo è così consegnato a Roma: ci vorranno 5 anni di ulteriori indagini della Congregazione per la Causa dei Santi per appurare la veridicità delle testimonianze raccolte.

Per diventare beati non era sufficiente dimostrare di aver invocato singolarmente Luigi o Zelia, ricevendo dall’uno o dall’altra il miracolo. L’elemento che si andava ricercando era l’invocazione di entrambi, in quanto coppia. Insieme, come sposi, hanno interceduto per Pietro.

Il riconoscimento del miracolo apre le porte alla beatificazione, che avverrà il 19 ottobre 2008 a Lisieux.




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