Sulle orme di don Oreste

Il dramma della prostituzione e la risposta di amore della Papa Giovanni

strada

di Ida Giangrande

A colloquio con Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII: “A 19 anni sentivo che era importante fare esperienza del Vangelo nell’incontro con i poveri. Quel cammino ha dissetato la mia anima, dando risposte alle mie esigenze più profonde”.

Giovanni Paolo Ramonda, dal 2007 presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, ma soprattutto sposo e padre di 12 figli, tre naturali e nove della Provvidenza. La sua è una vita spesa a servizio dei più poveri, secondo un progetto condiviso con la sua sposa. Una scelta coraggiosa e spesso molto difficile. Vuole raccontarci come lei e sua moglie avete maturato questo desiderio?
Dovevo fare il servizio civile nel 1979 e scelsi di andare a Rimini nella Comunità Papa Giovanni XXIII. Sentivo che era importante fare esperienza del Vangelo nell’incontro con i poveri. Quel cammino ha dissetato la mia anima, dando risposte alle mie esigenze più profonde. In un gruppo di altri giovani c’era anche mia moglie Tiziana. Ci siamo fidanzati nel 1982 e sposati nel 1984. Abbiamo subito accolto 4 bambini di cui tre gravemente disabili. L’avventura è iniziata già come famiglia allargata. È stata una bella sfida!

Riferendosi all’inizio del suo cammino ha parlato di esigenze profonde. All’epoca lei aveva solo 19 anni. Cosa cercava? Quali erano le esigenze del suo cuore?
Avevo finito le superiori. Stavo studiando all’università, ma sentivo dentro di me che la vita di fede mi richiamava a un oltre. Un oltreche a quel tempo forse non riuscivo bene a definire. Era il bisogno di un’esperienza di preghiera forte, profonda e anche sensibilmente concreta. Un’esperienza di fede dove la preghiera si intrecciava perfettamente con la carità, se vogliamo anche quella più scomoda. La carità spesso chiama al sacrificio, perché è sacrificante accudire concretamente un bambino disabile in tutte quelle che possono essere le sue vicissitudini quotidiane, lavarsi, mangiare. Sono cose che, soprattutto in presenza di grave disabilità, non possono fare da soli. Questa per me era la sintesi dello stare in ginocchio, dello stare a servizio come Gesù ci ha insegnato a fare. Questa era la sintesi del contemplare la bellezza della vita, medicando le sue ferite anche quando sei stanco e hai paura di non farcela. In ultimo c’era un profondo desiderio di giustizia dentro di me. Volevo donare una famiglia ai bambini abbandonati per esempio. Cercare di raggiungere gli ultimi, coloro a cui era ed è stato negato ciò che è nel diritto umano di ciascuno ricevere. Ognuno di noi ha l’esigenza affettiva di vivere in una famiglia. Il nostro desiderio, mia e di mia moglie, era quello di diventare padre e madre, fratello e sorella di chi non aveva più nessuno.

La Comunità Papa Giovanni XXIII è evidentemente un ottimo catalizzatore soprattutto per i giovani che fanno parte delle 21 unità di strada e che vanno alla ricerca delle ragazze coinvolte nel racket della prostituzione. Vuole parlarci di questo aspetto così dinamico del movimento? Qual è ad esempio il compito delle unità di strada? Come si muovono?
Molti giovani arrivano da noi grazie al servizio civile e ai caschi bianchi, servizio civile internazionale, vanno anche nei 30 Paesi del mondo dove siamo presenti. Tra questi ce ne sono alcuni che vogliono fare semplicemente un’esperienza, e ce ne sono altri che sentono forte il desiderio di giustizia e il bisogno di fare qualcosa. Settimanalmente in più parti di Italia, le 21 unità di strada vanno nei luoghi dove le ragazze sono costrette a prostituirsi. Le incontriamo e offriamo loro la possibilità di venire via immediatamente. Molte di loro sono diffidenti, ma ormai ci conoscono, sanno che offriamo loro una casa, una famiglia che le accolga, la possibilità di riabilitarsi sotto ogni punto di vista, spirituale, psicologico, professionale. Sanno che c’è la concreta possibilità di iniziare un percorso che le guarisca dalle ferite più profonde.

Quante sono attualmente le prostitute in Italia e quante sono state salvate dall’impegno della Comunità Papa Giovanni XXIII?
Si aggirano dalle 80 alle 100mila. Molte di loro sono sulla strada, ma adesso il fenomeno sta cambiando, le costringono a prostituirsi nei night, in luoghi chiusi. Quello della prostituzione è un mondo tristemente sommerso di adescamenti, violenze e sopraffazioni. Il fenomeno è in larga diffusione, ed è supportato da un cattivo uso di internet, penso ad esempio alla facilità con cui si può accedere alla pornografia che, condizionando la sessualità, alimenta anche il traffico della prostituzione. In 30 anni sono uscite 7.500 ragazze da quando don Oreste ha iniziato. Oggi sono diverse centinaia quelle che vivono nelle nostre case e quando raggiungono l’autonomia riprendono la loro vita. Alcune tornano nei loro paesi di origine, altre restano qui ma in condizioni assolutamente differenti.

Ci sono delle norme in Italia che tutelano le ragazze costrette a prostituirsi? E i clienti? Qual è la situazione vigente in campo legislativo?
Ci sono varie proposte di legge che vorrebbero modificare la legge Merlin. Un legge che punisce l’induzione alla prostituzione, noi invece come Comunità Papa Giovanni, crediamo che la domanda è all’origine e incoraggia il racket. È la domanda che deve essere punita. Ci ispiriamo al modello nordico che si è sviluppato in Svezia e si è diffuso in Germania e Francia, e che prevede la punibilità del cliente. Ormai è comprovato che, se si sente smascherato, il cliente rinuncia e c’è una drastica diminuzione della domanda. Questa è da sempre la nostra richiesta e attualmente la nostra proposta è inserita in un disegno di legge di cui primo firmatario è l’onorevole Bini del Partito Democratico.

Cosa possiamo fare per non spegnere le luci dei riflettori su questo argomento?
Sul sito della Comunità Papa Giovanni c’è la campagna Questo è il mio corpoche decine di migliaia di persone stanno sottoscrivendo, tra sindaci, vescovi, il Patriarca di Venezia, tanti parroci e giovani. Ci sono tanti comuni che stanno facendo delle ordinanze contro i clienti. C’è tutto un movimento ed è sufficiente agganciarsi sottoscrivendo la petizione e visitando il nostro sito.

La prostituzione è un male contagioso, porta con sé una serie di traffici correlati, dagli stupefacenti, agli aborti clandestini, dalla vendita di organi alla vendita dei bambini. Un aspetto forse troppo poco considerato questo. Qual è la vostra esperienza sul campo?
La prostituzione è il terzo fenomeno dopo le armi e la droga, come grandezza del volume d’affari. Purtroppo noi abbiamo avuto diversi casi di ragazzine incinte e costrette ad abortire. Dietro questo mercato c’è un ciclo di corruzione e devastazione che parte dalla prostituzione e investe tutti gli altri ambiti della vita. Gli studi scientifici e psicologici dicono che chi è stato sulla strada soffre lo stesso trauma dei reduci di guerra. Noi ne siamo testimoni, molte delle ragazze che abbiamo accolto, prima di riavvicinarsi alla figura maschile, impiegano tempo e fatica. Portano sulla pelle, nella memoria e nel cuore i segni di una vera e propria guerra, un combattimento senza esclusione di colpi. Per i loro clienti, per coloro che le sfruttano, queste ragazze, spesso poco più che bambine, sono solo carne, possibilità di fare denaro. Noi cerchiamo di restituire loro un’anima.

Per firmare la petizione clicca sul link che segue: http://www.questoeilmiocorpo.org/




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