Sessualità e intimità coniugale a 50 anni dalla discussa Enciclica di Paolo VI

coppia

di padre Maurizio P. Faggioni, ofm

L’amore coniugale si riflette e si attua nei gesti dell’unione sessuale degli sposi e quei gesti di intimità sono segni autentici dell’amore coniugale se esprimono con verità l’unione vitale fra le persone, il loro impegno reciproco, la loro fedeltà e la loro apertura alla vita. Ecco l’insegnamento di Humanae vitae.

Il cinquantesimo anniversario dell’enciclica Humanae vitae sulla regolazione della fecondità, è una occasione per riflettere sul senso di una enciclica discussa e complessa. Prima di tutto dobbiamo cercare di capire a quali problemi rispondeva Paolo VI e in quale contesto l’enciclica si collocava, ma, in secondo luogo, dobbiamo chiederci se e in qual misura il messaggio di Humanae vitae è valido per affrontare i problemi del nostro tempo. Humanae vitae è stata una delle encicliche più discusse del Magistero postconciliare e solo l’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, pubblicata nel 2016, ha sollevato più discussioni e reazioni. Humanae vitae fu accusata di essere troppo conservatrice e Amoris laetitia è oggi da molti accusata di essere troppo liberale: in entrambi i casi un magistero non accolto.

Per capire Humanae vitae dobbiamo tornare con la mente al contesto socio-culturale degli anni ’50 e ’60 del XX secolo e a questioni emergenti che sfidavano la Chiesa e che erano state oggetto di discussioni appassionate al tempo del Concilio Vaticano II. La Chiesa di allora si confrontava con fenomeni epocali del tutto inediti, quali il mutamento dei modelli familiari e la rivoluzione sessuale in Occidente e l’esplosione demografica con le prime politiche di controllo demografico nei Paesi in via di sviluppo. L’introduzione nell’uso medico corrente della pillola anovulatoria di Pincus, alla fine degli anni ’50, detta semplicemente “la pillola”, aveva fornito alle donne un mezzo maneggevole, flessibile e sicuro per rompere il legame biologico tra esercizio della sessualità e fecondità e aveva permesso loro di gestire con autonomia la propria vita sessuale, secondo i dettami della nuova cultura. Nei variegati scenari mondiali della seconda metà del XX secolo, l’introduzione della contraccezione chimica dette una spinta formidabile al cambiamento degli stili di vita delle persone. Da allora la situazione è diventata sempre più complessa. Vent’anni dopo Humanae vitae, con l’esplosione della pandemia dell’AIDS, il nuovo scenario ha contribuito a promuovere l’uso del profilattico legittimandolo con motivi igienico-preventivi. La diffusione crescente delle malattie a trasmissione sessuale, legata alla sessualità promiscua, e la volontà contraccettiva che accompagna, di regola, la sessualità extramatrimoniale hanno rafforzato il cortocircuito fra scopi igienici e scopi contraccettivi. La questione della contraccezione si è ulteriormente ingarbugliata negli ultimi anni con l’introduzione delle pillole postcoitali in cui effetti contraccettivi e abortivi precoci si intersecano.

Il Concilio Vaticano II, prolungatosi nelle sue diverse fasi dal 1962 al 1965, aveva fatto un grande sforzo per ripresentare al mondo moderno la fede cattolica e per rileggere la tradizione morale della Chiesa in prospettiva pastorale aggiornata. In particolare nella costituzione Gaudium et Spes il Concilio aveva posto al centro della sua presentazione dell’ideale cristiano di vita matrimoniale non un insieme di doveri o il rispetto di specifiche finalità, ma l’amore coniugale nella sua duplice dimensione di comunione di persone e di fecondità. Negli ultimi progetti di Gaudium et spes erano state introdotte alcune aperture all’uso della contraccezione, ma il dibattito nell’aula conciliare era stato così forte che, per espressa volontà di Paolo VI, si approvò un testo moderato e irenico e la discussione sulla regolazione della fecondità fu rimandata a dopo il Concilio. Al termine di un iter piuttosto tormentato e a tratti burrascoso, nel 1968 Paolo VI promulgò l’enciclica Humanae vitae che, in risposta alle sfide del tempo, riaffermava, il legame fra l’esercizio della sessualità e l’amore coniugale e indicava nella fecondità una delle dimensioni native e irrinunciabili dell’amore coniugale. L’amore coniugale – insegna Humanae vitae – si riflette e si attua nei gesti dell’unione sessuale degli sposi e quei gesti di intimità sono segni autentici dell’amore coniugale se esprimono con verità l’unione vitale fra le persone, il loro impegno reciproco, la loro fedeltà e la loro apertura alla vita. Credo che in questa proposta antropologica stia il messaggio più importante di Humanae vitae e guardando a quello che è avvenuto dopo nella nostra cultura, soprattutto con l’affermarsi della cultura del gender, la fluidificazione dell’idea di famiglia e l’indebolimento del legame fra eterosessualità e filiazione, possiamo dire che fu un messaggio profetico. Papa Francesco in Amoris laetitia, ripercorrendo alcuni punti fermi del magistero postconciliare sulla famiglia, sottolinea appunto che “il beato Paolo VI, sulla scia del Concilio Vaticano II, ha approfondito la dottrina sul matrimonio e sulla famiglia. In particolare, con l’enciclica Humane vitae, ha messo in luce il legame intrinseco tra amore coniugale e generazione della vita” (Amoris laetitia 66).

Questo fondamentale e irrinunciabile messaggio antropologico fu messo un po’ da parte nel dibattito susseguente la pubblicazione dell’enciclica, a motivo dell’insistenza esclusiva da parte di alcuni sulla norma operativa che Humanae Vitae stessa deduceva dai principi antropologici enunciati. Non basta – affermava Humanae Vitae – che l’insieme della vita matrimoniale sia sinceramente aperto alla vita, ma la regolazione ragionevole e responsabile della fecondità deve essere attuata in modo tale da non intervenire direttamente sui singoli atti sessuali o, in generale, sul corpo dell’uomo o della donna così da renderli infecondi temporaneamente o permanentemente. La morale cattolica insegnata dal Magistero, più volte confermata da Giovanni Paolo II, vede nella prassi contraccettiva un modo di agire che oscura l’integrità umana dell’atto sessuale e la percepisce come una manipolazione che deforma, per così dire, l’atto coniugale con il rischio, alla fine, di ferire lo stesso amore coniugale. La conclusione di Humanae vitae è che la prudenza animata dalla carità può suggerire e, talora, richiedere agli sposi di rimandare una nascita o addirittura, in casi gravi, di rinunciare a procreare, ma questa decisione – che può essere in sé legittima e buona – dovrebbe essere attuata con metodi, come quelli naturali, che non prevedono un intervento sull’atto coniugale o sulla corporeità degli sposi. Alla bontà dell’intenzione deve accompagnarsi la bontà del metodo.

Questa indicazione operativa ha una sua validità di fondo. La stessa Amoris laetitia ribadisce che “va riscoperto il messaggio dell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI che sottolinea il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità” (Amoris laetitia 82) e che “il ricorso ai metodi naturali fondati sui ritmi naturali di fecondità andrà incoraggiato” (Amoris laetitia 222). D’altra parte la sapienza pastorale sa che nessuna norma, neppure quella di Humanae vitae, può essere applicata rigidamente e quasi meccanicamente nella vita quotidiana delle persone e, soprattutto, che le scelte concrete devono essere giudicate dopo un attento discernimento che sappia distinguere situazioni a volte molto diverse fra loro. È importante distinguere, tanto nella catechesi quanto nella pratica del confessionale, fra le problematiche insorgenti in un contesto autenticamente coniugale e quelle proprie di altri contesti segnati dalla promiscuità, dallo sfruttamento, dalla banalizzazione della sessualità o anche dalla coercizione, come nel caso delle politiche demografiche attuate forzando, di fatto, la libertà delle coppie. È chiaro che il ricorso alla contraccezione ha risonanze morali diverse se si configura come uno strumento tecnicamente efficace per fare sesso “sicuro” in un contesto di libertinaggio o se si configura come un tempo o una fase, magari sofferta, dell’itinerario cristiano di una coppia che si sforza di vivere con impegno la sua vocazione all’amore e di crescere in essa. A questo proposito i Vescovi italiani, presentando Humanae vitae ai fedeli nel 1968, scrivevano che il ricorso al metodo contraccettivo da parte di due coniugi non sempre deriva “da un rifiuto egoistico della fecondità, bensì dalla difficoltà in cui si trovano, di conciliare le esigenze della paternità responsabile con quelle del loro amore reciproco”. “In tal caso – continuavano – il loro comportamento, pur non essendo conforme alla norma cristiana, non è certo valutabile nella sua gravità come quando provenisse unicamente da motivi viziati dall’egoismo e dall’edonismo” (Consiglio permanente Cei, Notificazione circa Humanae vitae, 10-9-1968, B II). Sarebbe, insomma, inopportuno e non conforme alla genuina dottrina di Humanae vitae mettere sullo stesso piano la vita intima di una coppia sposata, pur con tutte le sue debolezze e limiti, e quella di uomini e donne mossi soltanto dall’egoismo e dall’edonismo noncuranti dei valori altissimi di cui la sessualità umana è portatrice. Questa equiparazione di situazioni eterogenee si può trovare – in forma paradossale – in testi antichi dei Padri della Chiesa, ma non corrisponde più alla nostra sensibilità e non è propria del Magistero attuale. Le situazioni concrete – si sa – sono diversissime sia dal punto di vista personale e ambientale, sia dal punto vista strettamente biologico, e il discernimento in questo campo è affidato, in ultima istanza, alla coerenza della coscienza cristianamente formata degli sposi che, fedeli ai valori del matrimonio e in dialogo fiducioso con i loro Pastori, dovranno formulare valutazioni e fare scelte, con la libertà e la trasparenza dei figli, davanti al Padre (cfr. Gaudium et spes, 50).

Humanae vitae, nel suo nucleo antropologico, non solo non è superata, ma con il passare del tempo ha dimostrato di aver visto lontano riaffermando il valore dell’amore coniugale e il legame fra il dono della vita e questo amore. Una autorevole e matura interpretazione del nucleo generatore di Humanae vitae si trova ancora una volta in Amoris laetitia quando ci ricorda che “il matrimonio è in primo luogo un’intima comunità di vita e di amore coniugale che costituisce un bene per gli stessi sposi, e la sessualità è ordinata all’amore coniugale dell’uomo e della donna (…) Ciò nonostante, questa unione è ordinata alla generazione. Il bambino che nasce non viene ad aggiungersi dall’esterno al reciproco amore degli sposi; sboccia al cuore stesso del loro mutuo dono, di cui è frutto e compimento. Non giunge come alla fine di un processo, ma invece è presente dall’inizio del loro amore come una caratteristica essenziale che non può venire negata senza mutilare lo stesso amore” (Amoris laetitia 80). L’amore coniugale, infatti, “non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre” (Amoris laetitia 165).

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