Santità

di Assunta Scialdone, teologa

Poveretti si sposano!

22 Luglio 2021

Foto: magnola / Shutterstock.com

Quando io ero giovane era assurdo parlare di santità dei laici. Oggi, anche grazie al Concilio Vaticano II, abbiamo capito una cosa: nessuno è dispensato dal tendere alla santità. Questo vale anche per gli sposi.

Santa è quella persona che, essendosi aperta alla grazia di Cristo e seguendo docilmente l’azione del suo Spirito, si è lasciata conquistare dall’amore di Lui e vi ha corrisposto in maniera spontanea. Il tema della santità è centrale nel cristianesimo e dà senso a tutta la vita dell’uomo il cui destino è la visione di Dio. La relazione con Dio costituisce l’aspetto più profondo e più vero della natura di ogni uomo. Questa relazione si instaura a partire dal Battesimo, inizio della vita spirituale in Cristo. Questa vita spirituale o relazione con Dio va coltivata lungo tutta la vita attraverso scelte concrete che si fanno nel quotidiano. All’inizio, dunque, c’è il Battesimo che dona la vita spirituale e come meta abbiamo la santità. In mezzo c’è tutto il resto fatto di vita vissuta, incarnata e, a volte, sanguinante e incomprensibile. È a questa vita quotidiana che siamo chiamati a porre attenzione, a curarla, a viverla con meno superficialità e distrazione stando attenti ad alimentare non solo il corpo ma, soprattutto, la vita spirituale. Solo quando Dio, nella sua infinita perfezione e tenerezza, entrerà effettivamente nelle strutture spirituali dell’uomo, solo allora, le profondità dell’anima di questi verranno colmate favorendo l’integrità e la pienezza del suo essere. La santità è il dono primo e fondamentale che costituisce l’essere cristiano, il mistero della grazia che fa di una semplice creatura umana una creatura celeste, un figlio di Dio. In questo senso, in più passi del Nuovo Testamento, i cristiani sono designati con il nome di “santi”: «Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi» (Fil.1,1). I cristiani vengono designati con il titolo di santi perché chiamati ad esserlo in Cristo Gesù, ad imitarlo. 

Il dottore mistico Giovanni della Croce, nei suoi scritti, ci ha donato un metodo per aiutarci a raggiungere la santità e, quindi, l’unione con Dio. Egli spiegando l’essenza della persona, che è composta di corpo, spirito ed anima, così come ci è stata consegnata da san Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi 5,23, cerca di indicarci come porre equilibrio tra loro ed operare l’ascesi e l’unione con Dio. San Giovanni della Croce afferma che il corpo si apre al mondo esterno attraverso i cinque sensi, che sono vista, olfatto, tatto, udito e gusto. Questi sono come delle finestre che si aprono al mondo circostante ed incamerano conoscenze, esperienze sensibili che coinvolgono appieno la corporeità, sono come delle spugne che assorbono tutto incondizionatamente. Tutte le conoscenze e le esperienze che passano attraverso i sensi arrivano ad imprimersi nell’anima che è composta da intelligenza, volontà, sentimenti o memoria e personalità. Se attraverso le finestre dei sensi entra conoscenza positiva allora l’anima crescerà in Grazia, altrimenti sarà deturpata dal fango del peccato che porterà sconquasso nell’intimo dell’uomo producendo insoddisfazione, angoscia e tristezza. Il dottore mistico consiglia che le finestre dei sensi del corpo si aprano per incamerare il bene e si chiudano per evitare il male: per fare ciò, c’è bisogno di vigilare. Come vigiliamo sull’alimentazione quando abbiamo da tenere sotto controllo qualche patologia, allo stesso modo dobbiamo vigilare sulle finestre dei sensi per non far incancrenire l’anima. 

Sulla scia delle finestre si potrebbe aprire un’ampia riflessione sull’educazione dei figli e di come i genitori sono chiamati non solo a vigilare sulle proprie finestre, ma anche su quelle dei figli, così come i pastori e i presbiteri che sono chiamati ad essere custodi e guide delle anime e quindi a custodire le finestre dei fedeli a loro affidati. Infine abbiamo lo spirito che è la parte più intima dell’uomo nella quale, afferma Giovanni della Croce, risiede Dio, il suo soffio, la sede della grazia sacramentale che riceviamo. Vigilando sul corpo, tenendo pura l’anima, l’uomo entra nella parte più intima della propria “camera”, di se stesso e lì si lascia toccare da Dio. L’entrare nella “stanza del proprio spirito” richiama il passo del Vangelo di Matteo 6, 6 dove si legge: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». 

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Questo essere toccati da Dio porta in sé un duplice movimento: l’entrare dentro la “camera” attraverso la preghiera e la meditazione e, subito dopo, l’uscirne per annunciare ciò che si è sperimentato, cioè Dio. Questo contatto con Dio nell’intimo del proprio spirito produce una purificazione dei limiti umani facendo progredire l’uomo verso la santità. Il peccato, le fragilità restano, ma vengono assunte e trasfigurate in Dio. Alla luce di quanto detto potremmo affermare che ci sono due tipi di purificazione: quella attiva che riguarda l’impegno della vigilanza operata dall’uomo e quella passiva che consiste nell’intervento di Dio che, con estrema dolcezza, rende la nostra vita un un’opera meravigliosa, nonostante noi. Discorso per pochi? Non ci riguarda tutti? Oggi possiamo parlare di santità offerta a tutti con maggiore consapevolezza e chiarezza grazie al Concilio Vaticano II che è stato giustamente qualificato come “concilio della santità”. Il suo apporto si manifestò in varie direzioni: ad esempio nell’osservazione dei dati dell’esperienza contemporanea che mostrava come tante manifestazioni concrete di santità cristiana non trovavano spazio negli schemi teologici e spirituali e nelle categorie liturgiche precedenti. Si tratta di un approfondimento e per questo non ci trovano d’accordo coloro che vedono nella celebrazione del Concilio l’inizio della decadenza della Chiesa Cattolica. Queste esperienze spirituali, per logica interna, hanno portato a rivedere la nozione di santità cristiana in modo da darle un fondamento ed una formulazione più biblica e teologica. Da qui, è breve il passo che porta a segnalare i diversi carismi e le diverse forme esistenziali di vita cristiana e umana come il laicato, la spiritualità coniugale, la vita sacerdotale e religiosa, l’ecumenismo, l’apertura al mondo, la sensibilità religiosa e sociale.

La teologia sul matrimonio e la famiglia esposta dai Padri del concilio, pur inserendosi nel solco della tradizione cristiana, si può considerare una delle grandi novità del Vaticano II. Giovanni Paolo II ha definito il Concilio Ecumenico Vaticano II come: «La grande grazia di cui la Chiesa ha beneficato nel secolo XX» (Novo Millennium Ineunte, 57). L’insegnamento conciliare sulla sacramentalità del matrimonio e della famiglia cristiana mostra, infatti, evidenti innovazioni rispetto alla dottrina tradizionale della Chiesa. Prova ne è non soltanto l’abbondante spazio dato al nostro tema nei documenti conciliari ma anche la ricchissima riflessione teologica che da essi è scaturita e continua attualmente a scaturire a livello di magistero, a livello di ricerca teologica ed in ambito più prettamente pastorale. Il Vaticano II recepisce ed integra le nozioni di sessualità e matrimonio emerse nel rinnovamento teologico della fine dell’800 e gli inizi del ‘900, così che i testi sono redatti, consapevolmente, in un’ottica personalista ed esistenziale. Cercherò di dare voce alla Lumen Gentium, documento centrale nell’economia di tutto il Concilio, perché anche se in essa non troviamo in maniera sistematica una trattazione dei temi del matrimonio e della famiglia, possiamo intravedere quelle che sono le fondamenta della riflessione sulla famiglia e la coppia cristiana. Il matrimonio e la famiglia vengono presentati nella prospettiva specifica del loro rapporto con la Chiesa e questa non è una novità di poco conto. In particolare, nel capitolo secondo, al n.11, (nel quale la Chiesa si presenta come il popolo di Dio), il sacramento del matrimonio, con quanto comporta nella vita coniugale e familiare, costituisce un’espressione del sacerdozio comune del popolo di Dio. Da rileggere con calma: il matrimonio è espressione del sacerdozio comune del popolo di Dio. Anche per questo il documento definisce la famiglia come Chiesa domestica. Il testo conciliare sottolinea come «i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa, si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale» (LG, 11). Poi, nel parlare dello specifico della missione degli sposi, aggiunge: «Accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali, per la grazia dello Spirito Santo, diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno» (LG,11). 

È nel capitolo quarto, dedicato ai laici, ai nn. 34-35, che la vita coniugale e familiare è vista come partecipazione della funzione sacerdotale e profetica di Cristo in quanto sacrificio spirituale e testimonianza di fede e di carità. «I laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti per produrre sempre più copiosi i frutti dello Spirito. Tutte, infatti, le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo, i quali nella celebrazione dell’Eucaristia sono piissimamente offerti al Padre insieme con l’oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso» (LG, 34). Il numero 35 sottolinea la testimonianza e la vocazione della famiglia cristiana che appare grande all’interno di se stessa. Essa, la famiglia, è come un’eccellente scuola di apostolato dei laici, dove la religione cristiana permea tutto il tenore di vita. Là i coniugi hanno la propria vocazione, per essere l’uno all’altro e ai figli testimoni della fede e dell’amore di Cristo. «La famiglia cristiana proclama ad alta voce le virtù presenti del Regno di Dio e la speranza della vita beata. Così col suo esempio e con la sua testimonianza accusa il mondo di peccato e illumina quelli che cercano la verità» (LG, 35). Infine nel capitolo quinto, dedicato all’universale vocazione alla santità nella Chiesa, viene indicata la modalità specifica della santità dei coniugi e genitori cristiani. Il capitolo si apre col riferimento alla santità professata nel credo che viene considerata dono e frutto di Cristo e dello Spirito Santo. La Chiesa, icona della Trinità, nelle più antiche professioni di fede, come nel simbolo Apostolico, è chiamata communio sanctorum cioè colei che manifesta l’azione dello Spirito Santo nel popolo di Dio pellegrino nel tempo. L’espressione ha vari livelli di significato: communio sancti in quanto raggiunti e trasformati dall’unico Spirito, communio sanctorum (nel senso del genitivo plurale neutro) attraverso la partecipazione ai beni della salvezza, communio sanctorum (nel senso del genitivo plurale personale) in quanto i battezzati esprimono nella loro vita e nelle relazioni reciproche la meravigliosa varietà dei suoi doni, orientati all’utilità comune. 

Secondo il primo livello di significato, la formula communio sanctorum rimanda all’azione dello Spirito Santo, che vivifica e santifica la Chiesa (communio Sancti Spiritus), facendone la comunione dei santi: essa dice così, da una parte, la ricchezza carismatica del popolo di Dio, dall’altra la profonda unità nel tempo e nello spazio operata in esso dal Consolatore. Come è sceso sul Verbo incarnato, così lo Spirito Santo scende sui singoli battezzati, arricchendo ciascuno dei doni o carismi in cui si esprime l’unica vocazione alla santità nella varietà delle vocazioni particolari. Il secondo livello di significato dell’espressione communio sanctorum indica la comunione delle realtà sante, la comunione cioè ai mezzi e ai doni della salvezza data da Dio in Cristo, che costituiscono l’economia dei sacramenti (comminio sanctorum sacramentorum). Questa economia sacramentale è tutta relativa alla Parola di Dio, di cui il sacramento non ne è che la massima attuazione: fra Parola e Sacramenti il rapporto è così stretto, che i Padri definivano la Parola della rivelazione “sacramento udibile” e il Sacramento “parola visibile”. Ad agire, tanto nella Parola di Dio quanto nei Sacramenti, è in realtà l’unico Spirito, che raggiunge i cuori e li trasforma. Giungiamo così al terzo livello di significato dell’espressione communio sanctorum, quello che riguarda gli uomini e le donne raggiunti e trasformati dallo Spirito: nel linguaggio del Nuovo Testamento essi sono i santi. La Chiesa, suscitata e vivificata dallo Spirito, è perciò detta la comunione dei santi, di coloro, cioè, che fanno parte del popolo, adunato dallo Spirito Santo nell’unità del Padre e del Figlio. La “communio sanctorum” è anzitutto la comunione dei discepoli del Signore, nella varietà dei carismi e dei ministeri in essi suscitata dallo Spirito e nella loro convergenza in vista della crescita comune (Cf, Fedeltà e rinnovamento: Il Concilio Vaticano II 40 anni dopo).

Dopo le affermazioni generali riguardanti la santità, seguono, nel n. 41, le applicazioni ai vari stati di vita. Questo numero, che è il più nuovo e più ricco del capitolo, non riprende affermazioni dottrinali di principio, ma tenta di avviare un lavoro che dovrà impegnare un po’ tutti nel post-concilio. Noi. Esso fa, cioè, da precursore nella ricerca per decifrare le nuove spiritualità, come espressione della possibile auspicata santità nei vari generi di vita o nelle varie situazioni e condizioni di esistenza. In questi generi di vita, oltre alle persone consacrate, troviamo anche lo stato laicale al cui interno emergono le icone dei santi coniugi e genitori, delle sante vedove e nubili e dei santi operai (cioè tutti quelli che operano nel mondo del lavoro e delle professioni). La novità di questo numero si trova proprio nell’aprire la santità anche a coloro che vivono nel mondo in maniera ordinaria, che cercano di rendere il loro vivere e le loro occupazioni straordinarie. È una grande novità perché nei primi tempi della Chiesa, i santi per eccellenza erano stati i martiri, quasi icastica riproduzione di Cristo crocifisso. Con il cessare delle persecuzioni, poi, era emerso il monachesimo e con esso la grande schiera degli “spirituali” (i religiosi) che intendono continuare l’imitazione di Cristo disegnata dai martiri con una testimonianza particolarmente intensa dei “consigli evangelici”, povertà, castità e obbedienza. Ora, alla fine di una rivoluzione quasi copernicana, il n. 42 si conclude con un’affermazione che definire importante è solo eufemismo: ciascuno si santifichi nel suo stato di vita

Le grandi difficoltà incontrate dai padri conciliari sono tipiche di un travaglio epocale testimoniato e vissuto, tra l’altro, anche dal mondo laico il quale, già prima aveva esibito testimonianze di pensatori che parlavano di vocazione al matrimonio e vedevano l’unione sponsale come via e mezzo per la santificazione di entrambi i coniugi. Si guardi a quanto esemplarmente Giuseppe Lazzati, laico del XX secolo, scriveva, prima del concilio, a proposito dei laici, della loro vocazione alla santità e di come questa fosse considerata: «Io ricordo, adesso non la sento più come la sentivo una volta, che l’importante è che all’ultimo momento si salvi l’anima. Era questa la preoccupazione: arrivare all’ultimo momento a salvare l’anima di chi aveva speso la vita senza mai preoccuparsi affatto della salvezza cristiana. So che quando io ero giovane questa era la mia preoccupazione, ed era assurdo parlare di santità dei laici: si arrivava al punto di dubitare che si ritenesse veramente una via cristiana, nel senso pieno della parola, quella del matrimonio. Poveretti si sposano! Questa era la situazione». Dunque parlare di vocazione dei laici e di tutti gli uomini era un fatto non ordinario che tuttavia cominciava a rendersi evidente ad alcune sensibilità più attente. «La vocazione – continuava il professor Lazzati – che Cristo dà a tutti i cristiani e a tutti gli uomini è la vocazione alla santità! Nella Chiesa di Dio non c’è nessuno che possa ritenersi dispensato dal tendere alla santità. Ed è certo un modo errato quello di coloro i quali credono che l’essere laici, come noi siamo, significhi in fondo essere dispensati dal tendere alla santità; essere cioè dei cristiani i quali possono tenere una via di mezzo tra l’appartenere a Cristo e l’appartenere al mondo. Essere di quelli per i quali non valga la parola di Cristo stesso che non si può contemporaneamente servire a due padroni: a Cristo e al mondo. Niente di più falso, niente di più falso! Quelle parole valgono non solo per il sacerdozio, nella Chiesa, e per quelli i quali nella Chiesa di Dio, seguendo un particolare impulso dello Spirito, si pongono in uno stato di perfezione. Quelle parole valgono per tutti i cristiani, per tutti quelli che vogliono essere, non di nome solo, ma di fatto, seguaci di Cristo. Non si può servire a due padroni! Uno solo è il padrone nostro, è il Signore nostro, è il nostro re. Quello deve avere il dominio pieno, completo, incontrastato su tutto il nostro essere: sul nostro corpo e sullo spirito, sulla volontà e sulla intelligenza, su tutto il nostro essere, Cristo Signore!» (A. Oberti, Lazzati, tappe e tracce di una vita, Ave, Roma 2000). Il Concilio opera definitivamente questa rivoluzione che da luce nuova anche a quanto realizzato nei due millenni precedenti. Per questo oggi si stanno rileggendo gli scritti di autori come Giovanni della croce. Come spesso capita con i profeti, infatti, le loro parole dicono molto più di ciò che si è capito. E poi, l’ultimo aspetto: chi dirà queste cose ai piccoli? Agli sposi? Ai figli? Chi tradurrà queste profonde verità in linguaggio da cucina? Un prossimo contributo sarà dedicato a ciò. 




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