Chi parla più della vita eterna?

16 Ottobre 2021

alba

Cosa ci attende dopo questa vita? È lecito assecondare tutte le nostre pulsioni, anche quelle più immature, senza pensare a quello che sarà dopo? Alla spiegazione che dovrà dare a Dio? Forse dovremmo ricordarci più spesso che viviamo su questa terra, ma solo per il momento. La nostra patria è un’altra.

Un pomeriggio come tanti altri. Squilla il telefono di casa e, dall’altra parte del ricevitore, riconosco la voce di una cara amica. Lei, titubante e tremante, mi dice che il marito, dopo più di vent’anni di matrimonio, ha deciso di abbandonare la famiglia ed unirsi ad un’altra donna. Piombo in uno stato di incredulità e tristezza profonda. Quest’amica mi confida la sua decisione di non voler avere un’altra relazione perché crede nel sacramento del matrimonio che è forte più della morte, ma, nello stesso tempo, si sente imbarazzata nel partecipare alla Santa Eucaristia. Le spiego che, mai come in questa situazione, deve partecipare alla Messa per ricercare una Comunione Profonda con Dio visto che esce da una comunione infranta. Mi confida che vuole ancora molto bene al marito, nonostante il suo tradimento e l’abbandono. Aggiunge: “L’ho voluto lasciare libero, se questa libertà lo rende felice. Se lo stare con un’altra donna lo rende sereno, con la morte nel cuore, lo sono anch’io”. 

All’udire quelle parole rimango molto colpita, intravedo in esse l’amore vero, quello che non imprigiona l’altro in una forma di possesso. Subito dopo, però, le dico che deve pregare fortemente per il marito perché si sta giocando l’eternità. Come può una persona essere felice dopo aver rinnegato il patto nuziale solo per ricercare l’adolescenza perduta? Aggiungo che può avere anche una parvenza di felicità superficiale negli anni vissuti su questa terra, ma poi, dopo questa vita, cosa l’attende? Spesso dimentichiamo che siamo chiamati a vivere su questa terra con lo sguardo rivolto alla vera Vita e che, per questo motivo, non possiamo limitarci a conformarci al mondo, alle passioni, alle scelte “adolescenziali” e alle mode momentanee rischiando di perdere l’eternità. Non è possibile prestare il fianco solo alle emozioni smarrendo la concretezza della vita: agli occhi della fede, infatti, è più concreta la vera vita che questa terrena. Anche l’autore della Lettera ai Romani ci esorta a tal riguardo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). A queste parole la sposa in questione resta colpita: non aveva mai pensato, prima d’ora, ad un simile scenario. Nessuno glielo aveva ricordato.

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Chi parla più della vita eterna? Quasi più nessuno, purtroppo. Siamo talmente risucchiati nel mondo che a stento ci ricordiamo che la nostra patria è altrove. Questo essere imprigionati nelle cose mondane rende la nostra coscienza, che è «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria» (CCC 1795), cieca e sorda. Dimentichiamo, così, l’esortazione riportata dall’evangelista Luca: «Bada che la luce che è in te non sia tenebra» (Lc 11,35). Di quale luce parla Luca? Di quella che abbiamo ricevuto quando Dio ha soffiato dentro di noi la Sua Vita Divina donandoci la sua immagine e somiglianza. Questa luce è, potremmo dire, conservata nella parte più intima dell’uomo che potrebbe essere chiamata cuore del cuore. La definizione cuore del cuore viene utilizzata per indicare la sede della Luce, Dio. La troviamo, come riverbero, anche nelle canzoni come quella di Massimo Ranieri Rose rosse nella quale si canta: «Nel cuore del mio cuore, non ho altro che te». Massimo Ranieri, nel cantare questo piccolo verso, in modo inconsapevole, sottolinea la presenza di quest’intima camera presente nell’uomo. Ecco, nel cuore del mio cuore non ho altro che la Luce, Dio, l’Amore come dono di sé. È proprio la presenza di questa luce che, quasi sicuramente, spinge molti cantautori a celebrare l’amore perché essa è l’unica sorgente di ispirazione. Gli uomini diventano «luce nel Signore» e «figli della luce» (Ef 5,8) se della luce prendono coscienza e se alla Luce donano la libertà di agire, senza soffocarla. Se pure, però, gli uomini soffocassero la Luce, questa agirebbe ugualmente in modo inaspettato con piccoli flash perché lo Spirito Santo soffia dove vuole e quando vuole, producendo Grazia e gioia.

I figli della Luce si santificano con «l’obbedienza alla verità» (1Pt 1,22). Così che vivono «rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna. Perché «ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria come un fiore di campo. L’erba inaridisce, i fiori cadono, ma la parola del Signore rimane in eterno. E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato». (1Pt 1,23-25). Siamo, dunque, stati rigenerati per la vita eterna se restiamo fedeli alla Parola ricevuta. Se ricerchiamo, nel nostro quotidiano, esclusivamente la gloria di Dio. Se, come afferma Etty Hillesum: «Le poche cose grandi che contano devono essere tenute d’occhio, il resto si può tranquillamente lasciar cadere (…) Dobbiamo riscoprirle ogni volta in noi stessi per poterci rinnovare alla loro sorgente». Si tratta di un invito a essere rigenerati dalla luce presente in noi, tenendo a bada gli istinti legati alla corporeità, per far brillare ciò che ci rende veramente completi e sereni. Da quando abbiamo ricevuto la Luce nel cuore del cuore è come se tutta la nostra persona fosse diventata un contenitore dello splendore di Dio. Come se fossimo un vaso d’argilla, parafrasando san Paolo, che all’esterno si presenta nero, sporco di peccati e limiti legati alla condizione umana, ma dentro possiede un tesoro inestimabile e luminosissimo, capace di illuminare tutto il proprio micro-mondo, cioè le persone che vivono vicino a noi. «E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2Cor 4, 6-7).

Chi annuncia più questa verità? Come cambierebbe la vita delle persone se solo la conoscessero? Sarebbe possibile irradiare con maggiore forza questa Luce ricevuta se l’uomo riuscisse a spogliarsi di sé, cioè delle sue convinzioni, della superbia, dell’orgoglio. Se solo riuscissimo a realizzare le parole del canto Prendi la mia vita che così recita: «Prendi la mia vita, prendila Signor e la Tua fiamma bruci nel mio cuor. Tutto l’esser mio vibri per Te, sii mio Signore e divino Re. (…) Se la notte nera vela gli occhi miei, sii la mia stella, splendi innanzi a me». Solo se ogni uomo si ponesse davanti alla Luce nudo, questa lo renderebbe come un vetro trasparente e solido attraverso il quale passi solo essa per illuminare tutti come una stella che tracci il cammino. La Luce, illuminando, rende chiara una cosa: che siamo stati fatti per amare e creare fraternità con tutti. Non separazioni e odio. Siamo stati fatti per l’eternità.

Oggi tutto ciò non è più così chiaro. Spesso, la vita eterna è legata al termine escatologia che viene tradotto con “dottrina delle ultime realtà”, la fine del mondo, morte, risurrezione, giudizio, paradiso e inferno. Insomma una cosa troppo lontana dall’oggi, che non ci riguarda nell’immediato. Ciò sembra abilitarci a seguire le emozioni nel tempo presente per poi, in un futuro lontano, preoccuparci della vita eterna. In campo teologico, inizialmente, si riferiva alla dottrina tradizionale delle ultime realtà, con particolare riferimento a ciò che riguardava l’uomo dopo la morte. Con l’avvento della svolta antropologica manifestatasi a metà del XX secolo ed il contributo del personalismo e dell’esistenzialismo, la parola escatologia è passata ad esprimere il rapporto tra l’opzione fondamentale della libertà umana attuata nella vita terrena e la sua definitiva manifestazione (escatologia intesa in senso classico come evento post mortem) nella morte. Cioè alla fine dei miei giorni avrò il premio o la condanna per le mie azioni. Il Concilio Ecumenico Vaticano II, in modo particolare nella costituzione Gaudium et spes, indica la dimensione storica e cosmologica del nostro compimento ultimo promesso da Dio anche nella sua concreta rilevanza esistenziale. In Gaudium et spes, al numero 18, si legge, infatti: «Il germe dell’eternità che (l’uomo) porta in sé (la Luce), irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene. Inoltre la fede cristiana insegna che la morte corporale, dalla quale l’uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, sarà vinta un giorno, quando l’onnipotenza e la misericordia del Salvatore restituiranno all’uomo la salvezza perduta per sua colpa. Dio infatti ha chiamato e chiama l’uomo ad aderire a lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l’ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, liberando l’uomo dalla morte mediante la sua morte. Pertanto la fede, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura; e al tempo stesso dà la possibilità di una comunione nel Cristo con i propri cari già strappati dalla morte, dandoci la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio». Il Concilio Vaticano II concretizza, dunque, un decisivo cambiamento di orizzonte. Da un’escatologia legata ai “novissimi” che poco valorizzava la storia, incentrata solo sulla sorte del singolo uomo trascurando la sua dimensione comunitaria e cosmica, si passa ad un’escatologia in cui è privilegiata la dimensione del compimento del progetto di Dio. Così facendo vengono reintegrate nell’orizzonte della persona e delle sue relazioni le dimensioni individuali, sociali e cosmiche del compimento. Le realtà ultime non vengono più collocate in altri mondi da attendere, ma scaturiscono dal rapporto relazionale e definitivo dell’uomo con Dio in Cristo. 

Ultimamente ragioniamo di un’escatologia dell’oggi che collega il passato, il presente ed il futuro storico nella speranza del compimento del Regno. Quel Regno di Dio che Teresa di Lisieux diceva essere presente già nel cuore dell’uomo. Per questo motivo il coniuge della mia cara amica rischia l’inferno. Rischia di non guardare alle cose che veramente contano, lasciandosi abbagliare dalle sirene dell’istinto e del godimento immediato. L’escatologia, dunque, è la speranza cristiana nel Regno di Dio centrata in un futuro che compie definitivamente l’attuale storia in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria, universale e cosmica. Non va configurata come fuga mundi, essa va piuttosto vista come quella tensione che raccorda il presente con la meta futura tanto che, in virtù di tale meta, tutto il presente si orienta e si struttura per il suo raggiungimento pieno. Scelgo oggi tenendo presente il futuro ultimo. L’escatologia, inoltre, si identifica nella persona di Gesù Cristo crocifisso e risorto, il cui ritorno parusiaco riconsegnerà la storia alla vita di comunione trinitaria. Una storia che tutti dobbiamo cercare di vivere stando alla presenza della Luce ricevuta. Va, però, ricordato che, la coscienza, lo scrigno più segreto che guida le scelte umane, non è la norma suprema, ma la norma prossima. Non è propriamente la parola stessa di Dio, ma la sua eco in noi. Perciò non è infallibile. Può sbagliare nell’identificare i valori e ancor più nel discernere i singoli atti. Non basta, dunque, dire: “Io seguo la mia coscienza”. Non possiamo affermare a cuor leggero che distruggere una comunione sponsale sia la scelta ottimale perché “la mia coscienza me la indica come felicità”. Prima di tutto bisogna cercare la Verità nella Luce ricevuta. Per conoscere la verità sul bene da compiere, occorrono un cuore retto e un giudizio prudente. Vi è coinvolta la personalità intera: intelligenza, volontà, sentimento, esperienza, sapienza e fede. 

Nella persona del Cristo le realtà finali si inseriscono nel cuore della storia per arrivare ad identificarsi nella relazione personale con Lui ritrovando la piena comunione con il Dio Trino. Per tale motivo possiamo dire che, come ha scritto il vescovo O. F. Piazza: «Dio è l’ultima realtà della creatura. Egli è cielo per quanti lo raggiungono, l’inferno per quanti lo perdono, il giudizio per quanti sono esaminati, il purgatorio per quanti sono purificati. Egli è colui per cui il finito muore e mediante il quale risorge per Lui ed in Lui. E lo è nel modo in cui si rivolge al mondo, cioè nel suo figlio Gesù Cristo, che è la manifestazione di Dio e quindi il compimento delle ultime realtà. In questa relazione escatologica con Dio, tutto trova pienezza e gioia: in Lui, il compimento già radicato nella storia attraverso e nel Figlio, si dischiude alla definitività e, così, diviene accessibile a tutti».




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Assunta Scialdone

Assunta Scialdone, sposa e madre, docente presso l’ISSR santi Apostoli Pietro e Paolo - area casertana - in Capua e di I.R.C nella scuola secondaria di Primo Grado. Dottore in Sacra Teologia in vita cristiana indirizzo spiritualità. Ha conseguito il Master in Scienze del Matrimonio e della Famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II della Pontificia Università Lateranense. Da anni impegnata nella pastorale familiare diocesana, serve lo Sposo servendo gli sposi.

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