Famiglia e vocazione

Quid ad aeternitatem? Il marchese del Regno di Dio

di Chiara Chiessi

Questo era il pensiero costante di San Luigi Gonzaga. “A cosa mi giova questo per l’eternità?” Cresciuto a corte intorno alla metà del ‘500, tra lo sfavillio delle ricchezze e gli intrighi del potere, tra feste, cene suntuose e viaggi in tutta Europa, sotto le preziose vesti ricamate si celava un giovane cuore forte ed eroico nelle virtù. Lunghi anni dovette combattere per seguire la sua vocazione. Sostenuto intrepidamente dalla madre, la contessa Marta di Santena, mentre aveva tutto il mondo contro, mai il giovane santo si arrese alla voce di Dio, fino a che non ottenne dal padre il sospirato permesso per poter entrare nella Compagnia di Gesù.

Tante volte abbiamo un’idea sbagliata della vita dei santi, pensiamo che sia stata priva di difficoltà, che la famiglia li abbia sempre supportati in ogni loro decisione. Invece ciò non è affatto vero: un esempio tra tanti è dato proprio da San Luigi Gonzaga. Nato il 9 marzo 1568 dal marchese di Castiglione delle Stiviere, Ferrante Gonzaga, e da Marta di Santena, una contessa piemontese, è proprio il caso di dire che il destino del giovane Gonzaga fosse già segnato. Neanche aveva cinque anni e già indossava la divisa militare e si divertiva con archibugi e cannoni, poiché il padre ci teneva ad impartirgli una ferrea educazione militare, degna del patrimonio di sangue e violenza di cui ogni feudo era ricco.

Ma Luigi era diverso da tutti gli altri e la pia mamma Marta di Santena lo aveva intuito. Con grande delicatezza ella bilanciava all’educazione alle armi ed alla guerra quella della fede, ed in segreto pregava la Madonna che uno dei suoi figli si facesse religioso.

Quando Luigi aveva solo quattro anni, il padre lo portò sul campo di addestramento, dove ebbe un primo impatto con la vita del soldato. Così piccolo, iniziò ad assorbire questa vita e ad utilizzare le parole rozze che usano normalmente i reduci di guerra. Fu rimproverato dal suo precettore che spiegò a Luigi l’effetto che ha il linguaggio sul cuore. Da quel giorno il bambino non solo non usò più quel linguaggio, ma si sforzò anche di non ascoltarlo.

Nel frattempo il piccolo Luigi cresceva, ma con grande stupore del padre che nutriva molte aspettative su di lui, era sempre più disinteressato all’arte militare ed alla vita di corte, anzi ne era addirittura disgustato. A dieci anni, nella chiesa di Nostra Signora dell’Annunciazione a Firenze, consacrò cuore, mente, corpo a Gesù tramite l’Immacolata, promettendole che non avrebbe mai perso il giglio della castità. Da quel giorno la sua vita sarà sempre più orientata alla preghiera ed alla penitenza. L’anno successivo decise che sarebbe diventato religioso, tuttavia dovrà aspettare ancora vari anni prima che il suo proposito si potrà concretizzare.

A dodici anni ricevette la Prima Comunione da San Carlo Borromeo che curò tutta la sua formazione cattolica, rimanendo molto colpito dalla figura del ragazzo. Mentre la vita di corte scorreva lentamente, tra i piaceri mondani e le contraddizioni tipiche degli ambienti più corrotti. il piccolo Luigi appariva sempre più serio e raccolto, pregava tanti Rosari davanti al Crocifisso, meditava almeno un’ora al giorno, si svegliava a mezzanotte per inginocchiarsi sul pavimento freddo, digiunava a pane ed acqua.

Ferrante iniziò ad essere sempre più preoccupato di questo suo figlio che considerava un po’ “strano”. Arrivò a pensare che fosse addirittura malato. Nutriva molte aspettative perché vedeva in lui un carattere forte, determinato, uno spirito nobile, tutto quello che sarebbe servito ad un futuro erede del marchesato. Ma il giovane Luigi non era affatto interessato a tutto questo, come d’altra parte prima di lui accadde a Santa Chiara, anche lei ricca e nobile, che rinunciò ad un matrimonio terreno per seguire Cristo.

Con l’intento di “distrarre” il ragazzo, il padre lo mandò insieme al fratello Rodolfo nelle corti delle principali città del tempo, affinché potesse apprezzare la vita ed attaccarsi ai piaceri effimeri di questo mondo. Niente di più sbagliato: come conseguenza, il giovane si radicalizzò ancor di più nel suo proposito di lasciare il mondo e farsi religioso. Sentì molto forte l’attrattiva di entrare nella Compagnia di Gesù perché dedita ad educare i giovani alla fede e perché fondata da Sant’Ignazio di Loyola, che aveva deposto la sua spada per “combattere” spiritualmente per le anime.

Aveva ormai quindici anni Luigi e voleva chiedere il permesso al padre per poter entrare. Ma la madre, prevedendo la reazione negativa del marito, provò a parlare prima lei con il marchese, ma senza successo: questo ebbe uno scatto d’ira e disse di voler vedere subito il figlio. Quando il ragazzo arrivò davanti a lui, il padre era talmente adirato da non consentirgli di parlare.

All’epoca, nelle famiglie nobili, solamente il primo figlio ereditava il titolo e la fortuna della famiglia, mentre il secondo poteva diventare sacerdote o religioso. Il giovane Luigi avrebbe voluto abdicare in favore del fratello Rodolfo. Questo tipo di richiesta, oltre a dover essere autorizzata dal padre Ferrante, doveva essere presentata dagli avvocati dell’Imperatore, il quale doveva approvarla insieme alla corte imperiale. Il padre, già da anni malato, contava molto su Luigi per la gestione degli affari di famiglia e quando venne a sapere che il figlio voleva farsi religioso, fu per lui un duro colpo. In tutti i modi cercò di dissuaderlo: si appellò a prelati e cardinali per andare a parlare con il figlio e convincerlo che non aveva veramente la vocazione. Ma fu tutto inutile: erano costoro che andavano da Ferrante e dopo aver parlato con il ragazzo si rendevano conto di avere davanti un’anima speciale, perciò cercarono di convincere il padre a lasciarlo entrare tra i Gesuiti.

Dopo molto tempo di preghiera e penitenza, il padre diede a Luigi il permesso di abdicare in favore del fratello Rodolfo, preparando i documenti che servivano per redigere l’atto. Prima però di entrare tra i Gesuiti c’era un altro ostacolo: l’ultima decisione spettava all’Imperatore.

Dopo questa richiesta, Luigi continuò ad aspettare e pregare con tanto fervore per avere il consenso al più presto: trascorreva molto tempo nella stanza, davanti al Crocifisso, scriveva spesso al Padre superiore dei Gesuiti per avere la sua guida e preghiera. Il Padre generale lo confortò dicendogli che alla fine Dio avrebbe toccato il cuore dell’Imperatore e di Ferrante, consentendogli di vincere.

Quando arrivò il permesso da parte dell’Imperatore, Ferrante non era ancora contento della scelta del figlio. Sperava che potesse restare in famiglia e vivere con un cardinale suo parente. Ma quando apprese che questo non era possibile per chi voleva diventare gesuita, andò nuovamente su tutte le furie e cominciò a pentirsi della decisione: voleva che suo figlio vivesse in un appartamento privato con dei servitori e solo così lo avrebbe autorizzato, ma la regola dei gesuiti non lo permetteva ed il tipo di vita che voleva Luigi era una vita povera, come tutti, senza alcun privilegio.

Luigi era in disaccordo con quest’atteggiamento del padre, ma non poteva fare altro che pregare. Dopo altro tempo di preghiere, penitenze e digiuni, decise di prendere una posizione più ferma.

Andò dal padre e gli disse con fermezza e dolcezza insieme: Io sono in vostro potere, padre, e voi potete fare di me ciò che volete. Ma dovete sapere che il Signore mi chiama ad entrare nella Compagnia di Gesù, e voi state disobbedendo a Lui, opponendovi alla mia vocazione”. Il padre rimase colpito e dopo qualche giorno richiamò il figlio e gli disse: “Figlio mio, quale crudele ferita hai inflitto al mio cuore! Ti ho sempre amato e continuo ad amarti, perché tu meriti il mio amore ed avevo delle speranze su di te. Ed ora tu mi dici che Dio ti ha chiamato altrove, allora io non ti tratterrò oltre, e che Dio ti conceda la felicità!”. Il giovane pianse di gioia. Finalmente aveva avuto il beneplacito del padre.

Poco prima di morire, contagiato dalla peste, il giovanissimo Luigi (aveva solo 23 anni), scrisse questa lettera alla madre, con cui aveva un legame particolare per averlo sempre sostenuto nella sua vocazione:

“[…] Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovavo ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto». Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. O illustrissima signora, guàrdati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo. Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi è rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre”.

“Cerchiamo le cose di lassù”, ci ricorda San Luigi, ricordiamoci dell’eternità, seguiamo la strada che il Signore ci indica, anche se ci dovessero essere difficoltà. Con la fede e con la preghiera, Dio può cambiare il cuore di tutti, così come ha fatto con l’ostinato Ferrante.




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