I testimoni della Vita

A Dio Piergiorgio Liverani: tenace testimone del Vangelo della Vita

Pier Giorgio Liverani è nato al Cielo. Oggi i funerali a Roma. Classe 1929, giornalista professionista dal 1950, già direttore di Avvenire (poi suo inviato speciale e opinionista), già direttore di Sì alla Vita, collaboratore di diverse testate, e presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Roma. Sposo di Ada per 64 anni di matrimonio, padre di tre figli Paolo, Luca e Gianni, e nonno.  Per noi come redazione di Punto Famiglia che lo abbiamo conosciuto e apprezzato, è stato un testimone meraviglioso. Ci ha insegnato a comunicare sul tema della vita nascente, è stato un maestro impareggiabile. A lui e alla sua famiglia va tutto l’affetto, tutta la gratitudine della nostra realtà. Vogliamo ricordarlo così, con un editoriale da lui scritto per la nostra rivista nel 2008 sul caso di Eluana Englaro che mostra bene il pensiero e la profondità di questo coraggioso testimone della vita nascente. 

Non sappiamo, nel momento in cui scrivo, come si concluderà la storia – quella mediatica soprattutto – di Eluana Englaro, la ragazza cui si nega la personalità e si chiede la morte per una falsa “pietà”. Sappiamo, però, come potrebbe andare a finire: in Spagna, il governo regionale dell’Andalusia ha già avviato l’iter di una legge sui «diritti delle persone nel processo della morte», che prevede pene severe (fino a un milione di euro) per i medici che si ostinino a mantenere in vita un malato terminale inguaribile. L’assurdo «diritto alla morte», di cui parla il medico Veronesi, sarebbe così garantito da un analogo “dovere di morte”. E a Madrid il governo di Zapatero sta facendo altrettanto per una legge esplicita sul «suicidio assistito» anche dei malati non terminali. Sappiamo anche che Eluana non è una malata terminale. E anche la Corte di Appello di Milano sa che «chi versa in stato vegetativo permanente è, a tutti gli effetti, persona in senso pieno», che dev’essere «tutelata e rispettata nei suoi diritti fondamentali a partire da quello alla vita». 

Sappiamo, infine, d’accordo con la Corte di Cassazione, che «la metodica usata per alimentarla non costituisce oggettivamente una forma di accanimento terapeutico». Per far credere che, invece, di questo si tratti, qualcuno è ricorso all’antilingua e ha inventato la «terapia nutrizionale». E, per attestare la sua preferenza per la morte, si è scovata una frase occasionale di quand’era sedicenne. È che al laicismo radicale Eluana serve morta e al più presto per precludere ogni possibilità che esca da quello stato, perché tutto il suo castello ideologico crollerebbe. Anche la Chiesa dice che il rispetto della dignità di essere umano, che appartiene alla persona e non alle sue condizioni momentanee o permanenti, consiste nella giusta proporzione delle cure e dell’assistenza (Dichiarazione sull’eutanasia, Congregazione per la dottrina della fede, 1980). 

Eluana è un’handicappata, cui non si può negare a priori e in modo assoluto la consapevolezza di sé e la capacità di relazione né quella di riprendersi. Non è un oggetto ingombrante di cui liberarsi. Tanto meno una bandiera dell’ideologia radicale dell’utilitarismo e dell’individualismo. Media e politici farebbero il bene suo e di quanti si trovano in analoghe condizioni se battagliassero, invece, per strutture capaci di alleviarne le sofferenze, di scoprirne le possibili capacità relazionali, di dar vita non a sospetti testamenti biologici, ma a una cultura – una mentalità e una scienza – della «prossimità» e della «cura». Per cominciare, cioè, senza letali apriorismi, la strada che porti la società intera a sentirsi capace di dire e di realizzare – per usare due verbi inglesi di moda – l’I can e il conseguente e necessario I care: io posso e voglio prendermi cura dell’altro. 
Piergiorgio Liverani
Punto Famiglia, n. 5, anno 2008




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