Alluvione

La mia terra devastata dall’alluvione: “Come fai, Dio, a sopportare tutto questo dolore?”

Scrivere questo articolo, oggi, mi costa molto. Ma ci è stato chiesto di rendere sempre ragione della speranza che è in noi (1Pt, 3,15) e se non lo facciamo nei momenti più difficili, forse la nostra fede non è ancora così robusta da porre le sue radici in Cielo, invece che nel mondo e nelle circostanze.

Sono marchigiana e abito nella provincia di Ancona, vicino alle terre più colpite dall’alluvione degli scorsi giorni. A dieci minuti da casa è caduto un albero gigantesco per la strada.

Parte della mia famiglia abita proprio in uno dei paesi iscritti nella mappa del disastro, alcuni di loro sono rimasti chiusi in casa, senza corrente, e fuori dal mondo, perché le strade erano inagibili. Ma stiamo tutti bene, senza aver subito danni particolari. Mia sorella, quel 15 di settembre, è rientrata a casa appena prima che iniziasse l’apocalisse. Non sappiamo cosa sarebbe successo se avesse tardato un po’. E molti, purtroppo, non hanno avuto il tempo di mettersi in salvo. 

Ho visto la mia amata Senigallia cambiare colore. Negozi in cui sono entrata poche settimane fa che hanno perso tutto, che devono ricominciare daccapo. Dovevamo andarci lo scorso sabato, per salutare l’estate. E invece sabato Senigallia era sul telegiornale, ricoperta di fango. Ho avuto paura, lo ammetto, provo dolore per le vittime e sono ancora incredula. E poi… ho il cuore lacerato per quella mamma che si è vista strappare dalle braccia il figlioletto da un’onda di fango e detriti. 

Ho avuto lo stomaco chiuso insieme a lei, in questi giorni. Ho pianto, mettendomi nei suoi panni. E mi sono domandata “perché?”, come penso abbiamo fatto tutti. Come ha fatto Marta, quando aspettava Gesù, che tardava invece di venire a salvare suo fratello Lazzaro. “Signore, se tu fossi stato qui…”, sono le parole di Marta (Gv 11,1-46). Sono le parole di tutti. Sono anche le mie.

Ho davanti agli occhi quella scena, quella povera mamma, e non so trovare spiegazioni, parole. Non ho la minima idea di come la consolerei, se l’avessi davanti a me. Lei rivuole solo suo figlio. Cosa potremmo mai fare, noi?

L’unica risposta che mi viene in questo momento è la preghiera: offrire per lei e per le altre famiglie colpite dalla catastrofe, l’Eucaristia che ricevo. Chiedere per loro l’amore di un Dio più grande della morte. Perché la nostra speranza non è di questo mondo. Se continuiamo a credere, in mezzo a tanto dolore, è perché Dio ci ha promesso una vita senza fine. 

Noi speriamo in un Dio che inghiottisce la morte, che ci accoglie nel suo regno, tra le sue braccia, quando scivoliamo via dalle braccia materne che ci hanno accolto e accudito qui sulla terra. Non è mia compaesana, quella donna. Ma la strada dove ha trovato l’inferno io l’ho percorsa, non molto tempo fa. Andavo dal dentista, a togliermi il dente del giudizio. Una strada qualunque. Quella mamma si trovava in una strada come tante, in un giorno come tanti. Poteva esserci chiunque, al suo posto. Potevo esserci io. 

Nessuno ci aveva avvertito del pericolo, è successo tutto nel giro di pochi minuti, all’improvviso. Quando l’ho saputo, ho cercato risposte, ho urlato a Dio. Di fronte al male è inevitabile. Ma poi mi sono ricordata che Lazzaro è risorto. Che Gesù è risorto. E che Maria, restando ai piedi della Croce, accompagnando il figlio fino al sepolcro, lo ha poi ritrovato di nuovo vivo.

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Poco prima di pranzo, quest’oggi, ho domandato a Dio come possa tollerare che dei suoi figli soffrano così tanto. La risposta che mi è balenata in mente è stata che Dio può tollerare il male solo perché ne vede anche la fine. Lui già vede il momento in cui quella donna riabbraccerà suo figlio. Perché nella nostra fede noi siamo certi che sarà così, qui o nel regno che verrà. Perché l’amore non muore. I corpi muoiono, non la nostra anima. Siamo destinati ad una comunione senza fine. 

Le tribolazioni avranno una fine. Dio vede già quel momento, mentre noi siamo ancora nelle doglie del parto. Separati dai cari defunti per mezzo della carne e offuscati nel cuore e nello spirito a causa del peccato, non scorgiamo il Paradiso, che pure ci attende, Dio sta già preparando il banchetto di nozze per noi. Non vediamo quel giorno, ma Dio sì. Vede già il momento in cui tutte le nostre lacrime saranno spazzate via. Ed è l’unico motivo per cui Lui, che puro Amore, può sopportare i nostri singhiozzi. Arriverà il giorno in cui tutto questo sarà solo un ricordo e avremo in noi una gioia tale che non gli domanderemo più nulla (Gv 16, 23-24). Nel frattempo, continuiamo a pregare, a portare le croci insieme alle nostre sorelle e ai nostri fratelli, finché Egli venga. 




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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