Lasciando il sacerdozio, lo avrebbero seguito meno
La vicenda di don Alberto Ravagnani è complessa e non voglio giudicare la sua persona, ma una frase delle sue interviste mi ha turbato: la paura di “non essere più seguito” lo frenava dal lasciare il sacerdozio…
Personalmente non ho ancora scritto nulla su don Alberto Ravagnani anche se su Punto Famiglia abbiamo affrontato diverse volte questa situazione, qui, qui e qui. Non ero sicura che lo avrei fatto, sia perché credo che nelle pieghe di un’anima possa entrarci solo Dio, sia perché non conosco bene la sua vicenda, sia perché non vorrei alimentare la sua percezione di vittima.
Ha scelto di vivere tutto pubblicamente, ma pare che ricevere critiche, in questo momento, lo destabilizzi e non vorrei aggiungermi al coro.
D’altronde, il giornalismo non deve ferire, ma aiutare a far luce sulla verità. Quando si tratta della vita di una persona in carne è ossa, è molto difficile, dall’esterno, portare luce. Né, forse, entra tra i compiti del giornalismo: si tratta di un aspetto legato al discernimento.
Inoltre c’è chi dice – e ne capisco le motivazioni! – che non bisogna più parlare di questa vicenda. Ogni articolo gli fa pubblicità, “gli serve” per vendere il libro, per portare visitatori al suo profilo e questo non aiuta nessuno: né un giovane uomo confuso, né chi non resiste alla tentazione dei particolari morbosi.
C’è solo un aspetto che vorrei commentare, poi tacerò per sempre su questa vicenda. Lo commento da fedele, da credente, da cristiana cattolica, da innamorata dell’Eucaristia e dei sacramenti che la Chiesa ha ricevuto e dispensa da secoli.
Lo ammetto, anche io ho ascoltato alcune delle tante interviste che don Alberto ha rilasciato in questo tempo.
Una frase mi ha colpito molto: quando si chiedeva se lasciare o meno il sacerdozio, la sua paura più grande era che, in questo modo, non sarebbe stato più seguito come prima.
D’altronde, senza colletto sarebbe diventato uno dei tanti, in un mare sconfinato. Alla fine, però, per coerenza verso sé stesso, ha scelto di lasciare: non poteva restare prete solo per la paura di perdere seguito.
E va bene. È onesto riconoscerlo.
Ma quella frase dice qualcosa di tragico. Se la prima paura, di fronte a una svolta vocazionale enorme, è quella di perdere seguito… il problema è precedente.
Significa che sei già entrato, senza accorgertene, in un circolo vizioso, in cui ciò che fai, ciò che sei, ciò che senti… passa attraverso lo sguardo degli altri.
È come vivere davanti a un pubblico, invece che davanti a Dio.
E allora il mio turbamento nasce da questo: il suo primo pensiero – almeno stando alle sue parole- non è andato a Gesù.
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Non è andato al dono immenso dell’Eucaristia che ogni giorno aveva tra le mani e non avrebbe più consacrato.
Non è andato alle centinaia di ragazzi e ragazze che poteva confessare, assolvere, accompagnare.
È un po’ come se, da sposa, avessi un dubbio sul mio matrimonio e, invece di interrogare la mia coscienza, la mia fede, mio marito, la mia responsabilità, pensassi: “Non posso lasciare mio marito, altrimenti chi leggerebbe più i miei articoli sulla vita di coppia?”. E poi dicessi: “Beh, se è solo questo il motivo per restare, devo avere il coraggio di divorziare”. Sarei anche coerente lasciandolo, ma non potrei fuggire da una domanda: su cosa era fondato il mio matrimonio?
Non so cosa sia successo nel cuore di quest’uomo.
Non giudico.
Ma so cosa può succedere quando invece di dominare i social sono i social a dominare noi. L’ho visto sulla mia pelle, e sulla pelle di tanti. Quando cediamo alla logica dei numeri. Quando cerchiamo approvazione invece di verità. Quando mettiamo in vetrina anche ciò che abbiamo di più intimo. Quando non riusciamo più a distinguere la nostra vocazione dal nostro profilo… Fa male. Molto male.
È un vortice che ti assorbe, che ti spegne dentro, che ti stravolge le priorità.
E ci si accorge del danno troppo tardi. Quando sei già oltre la soglia di ciò che ti fa bene.
Ecco perché volevo dire qualcosa su questa storia, perché non riguarda don Alberto soltanto, riguarda ogni cristiano, ogni adulto, ogni genitore, ogni educatore.
Non è un giudizio su un volto specifico, è un monito per tutti: “Perché e per chi faccio ciò che faccio?”.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).












1 risposta su “Lasciando il sacerdozio, lo avrebbero seguito meno”
Caro Alberto,
ho letto con attenzione le tue ultime riflessioni e c’è un passaggio, in particolare, che mi ha colpito e che credo meriti una sosta, un silenzio più lungo di quello concesso da un video o da un post. Hai confessato che la tua paura più grande, nel valutare se lasciare o meno il sacerdozio, era quella di non essere più seguito come prima. La paura che, sfilando quel colletto, svanisse anche l’interesse del pubblico, rendendoti “uno dei tanti” in un mare sconfinato.
Alla fine hai scelto la coerenza e hai lasciato. Ma è proprio in questa motivazione, e nel modo in cui la stai comunicando, che emerge una fragilità che interroga profondamente il senso della vocazione e dell’identità.
Vedi, Alberto, l’impressione che resta è che in tutto questo processo sia mancata la dimensione più preziosa di ogni scelta d’amore: l’intimità. Quell’intimità con Cristo che dovrebbe precedere il discernimento e che dovrebbe custodire la scelta stessa nel momento in cui avviene. Molti, prima di te, hanno attraversato lo stesso deserto, spesso in condizioni molto più dure e in solitudini radicali, ma hanno saputo proteggere quel cambiamento, custodendolo nel segreto del cuore e di una vita che muta forma senza bisogno di testimoni.
Esporre continuamente sui media una storia così intima, dandola in pasto al giudizio e all’applauso del pubblico, mi appare come un’ulteriore deriva di quella vocazione che dici di voler onorare. La ricerca del “seguito” come parametro del proprio valore è una trappola moderna che mal si concilia con il mistero di una chiamata che, per definizione, nasce nel “segreto” dove solo il Padre vede.
Senza l’abito, temi di diventare uno dei tanti. Ma il rischio reale non è l’anonimato; il rischio è continuare a restare lontani da se stessi. Se ogni tua crisi, ogni tuo dubbio e ogni tua decisione devono essere mediati da una telecamera per essere “validati”, la tua libertà rimane prigioniera dello sguardo altrui.
Forse la vocazione non è andata perduta, forse non c’è mai stata nella sua forma più profonda, o forse è stata semplicemente soffocata dal rumore. Ma una cosa è certa: la dimensione più importante di ogni scelta è l’intimità. Senza di essa, continuerai a correre verso un esterno che non ti restituirà mai chi sei veramente.
Ti auguro di trovare finalmente quel silenzio dove non ci sono follower, ma solo tu. Perché è solo lì, dove nessuno guarda, che si diventa davvero liberi..