Solidarietà

Far famiglia

di Marco e Carmela Giordano

Marco e Carmela, quindici anni di matrimonio: quattro figli e 54 accoglienze nella loro famiglia. L’ultima, in corso, dura da tre anni. Un impegno che è diventato quasi una missione per questi giovani sposi che a tempo pieno si occupano di solidarietà familiare e di accoglienza come responsabili di un’associazione, Progetto Famiglia, che opera su scala nazione e internazionale. Ma come nasce questo desiderio? Come diventa una scommessa coniugale?

Avevo diciotto anni quando, con un gruppo di amici, condivisi per alcuni mesi un’esperienza di volontariato in un “brefotrofio”, cioè un istituto assistenziale, situato alla periferia della mia città, che accoglieva bambini piccoli, abbandonati o a rischio di abbandono. La prima volta ci andammo accompagnati da un catechista della nostra parrocchia. Poi, con alcuni, decidemmo di continuare. Visitavamo l’istituto una volta a settimana, per alcune ore, dedicandoci all’animazione di un numeroso gruppo di bambini, tutti maschietti, di età compresa tra i 4 e i 10 anni. L’istituto, ospitato in una struttura dignitosa ma non proprio nuova, ci fece fin da subito una strana impressione. Stanze enormi, soffitti alti, corridoi lunghissimi: aveva ben poco di una casa, sembrava piuttosto una scuola o qualcosa di simile. Solo che qui i bambini ci abitavano e, nonostante gli ambienti troppo ampi, cercavano di fare famiglia, un po’ tra loro, un po’ con le generose e anziane suore, più simili a tante brave nonnine che a delle mamme.

Cercavano, questi bambini, di “fare famiglia” anche con noi. Fin dal primo giorno, con nostra sorpresa, nonostante fossimo estranei, i bambini ci accolsero con grande esultanza, come se fossimo loro parenti. All’inizio questa situazione ci riempì di soddisfazione, i bambini desideravano trascorrere quel tempo con noi, addirittura facevano a gara per avere delle attenzioni speciali. Ci sentivamo al centro dei loro desideri, ci sentivamo utili, importanti. Solo che poi le 2-3 ore terminavano e veniva il momento di andare via. Alle loro resistenze rispondevamo promettendo che la settimana successiva saremmo ritornati. La maggior parte dei bambini desisteva subito, alcuni invece insistevano maggiormente. Un giorno, uno di loro mi disse «portami con te, a casa tua!». Si chiamava Matteo e aveva nove anni. Viveva lì da quando ne aveva cinque. I suoi genitori avevano entrambi problemi seri con la giustizia ed entravano e uscivano dal carcere. Non avendo parenti disponibili ad ospitarlo, Matteo era stato “collocato” nell’istituto. Con Matteo, fin dal primo giorno, si era creato un feeling speciale, attendeva il mio arrivo ed io cercavo sempre di dedicargli qualche attenzione speciale. Ma come portarlo a casa mia? Gli dissi che non era possibile, che, in fondo, anch’io ero un ragazzo. Non mi passò neanche per la testa di chiedere ai miei genitori se fosse possibile accoglierlo da noi. La cosa era semplicemente non fattibile. Le mie risposte, ovviamente, non soddisfacevano le sue domande. Dopo qualche tempo, come rassegnato di fronte a un fato immutabile, non me lo chiese più.

In quel periodo io ero molto impegnato tra studio, sport, amici. Quando poi arrivò Carmela, oggi mia moglie, il tempo divenne decisamente insufficiente e, pur continuando a voler fare volontariato, iniziai a saltare gli appuntamenti, prima di tanto in tanto, poi sempre più spesso. Un pomeriggio, dopo due mesi di completa assenza, mi recai all’istituto. Ci andai da solo, fuori orario, apposta per Matteo. Lui era a letto con l’influenza. Le suore mi permisero di salire nella camerata. Trascorsi con lui un paio d’ore. Aveva lo sguardo spento. Era contento della mia visita ma si tratteneva per non manifestarlo troppo apertamente. Traspariva un tratto di sfiducia, di intima amarezza mista a rassegnazione. Come per giustificare la mia prolungata assenza gli regalai una medaglia che avevo vinto in una gara. L’espediente sortì in parte l’effetto desiderato. Mi chiese della gara e del come l’avevo vinta. Parlammo di sport e di come, appena possibile, l’avrei portato a vedere qualche mia partita. Ci lasciammo infine con un arrivederci a breve. Fu l’ultima volta che andai all’istituto. Nelle settimane successive il turbinio degli impegni e degli altri interessi mi prese al punto che non riuscii a liberarmi. Quando, dopo alcuni mesi, avrei potuto finalmente tornare a far visita all’istituto, non me la sentii. Avevo tradito un’attesa. Quali scuse avrei potuto nuovamente accampare? Mi sembrò più opportuno (e sicuramente più facile) non andarci più. Da allora non ho più avuto notizie di Matteo. Quando, dopo vari anni, avrei voluto avere qualche notizia, ho scoperto che quell’istituto aveva poi chiuso i battenti e le suore e i bambini erano stati trasferiti altrove.

Questa “storia interrotta”, rimasta sopita sotto la coltre delle tante attività e aspettative che hanno affollato la mia giovinezza, è pian piano riemersa negli anni successivi, con tutto il suo carico di contraddizioni e di interrogativi. Che cosa volevo ottenere facendo volontariato in quell’istituto? Perché non ho saputo trovare il tempo e le attenzioni per custodire il mio rapporto con Matteo? Quanto la mia “scomparsa” ha trasformato in male, il bene che avevo cercato di dimostragli in quei mesi? Matteo avrà trovato una famiglia disponibile ad accoglierlo o sarà rimasto in istituto fino alla maggiore età? Come – oggi che Matteo è un uomo di circa trent’anni – riesce (o non riesce) a costruire legami stabili, significativi e di fiducia con le persone, con gli amici, con gli eventuali moglie e figli?

Alle domande personali se ne aggiungono altre di carattere sociale e generale: cosa ci facevano quei bambini in quel grande istituto assistenziale? Da allora sicuramente tanti passi sono stati fatti nella protezione dei bambini e nella tutela del loro diritto a crescere in famiglia. Oggi istituti come quello in cui feci volontariato non esistono più in virtù della legge 149/01 che in tutt’Italia ha decretato il superamento dell’istituzionalizzazione in favore dell’affidamento dei bambini a famiglie o a comunità educative di tipo familiare. Ma qual è l’effettiva capacità del sistema sociale di sostenere le famiglie in crisi, proteggendone i soggetti più deboli?

A questa domanda ho cercato di dare soprattutto una risposta personale o meglio coniugale. Con Carmela abbiamo scelto dopo tre anni di fidanzamento di andare a vivere in una casa famiglia. È stata un’esperienza fondamentale che ci ha preparati al matrimonio che abbiamo celebrato il 27 dicembre 1997. Dopo poco tempo, quando abbiamo scoperto di aspettare la nostra prima bambina, ci è stato affidato un bambino di pochi mesi. Da quella prima accoglienza sono trascorsi 15 anni, nella nostra famiglia sono arrivati altri tre figli naturali e 54 accoglienze: per lo più bambini, ma anche ragazzi, gestanti e mamme con figli. Volti e storie, spesso dolorose, che si sono intrecciate con le nostre, con le nascite dei nostri bambini, con la nostra vita ordinaria di famiglia. Un album che speriamo possa crescere e dare una risposta di senso anche a Matteo e alla sua storia.




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