L’esecuzione nascosta al mondo

guanti

L’esperienza di un medico obiettore

In sala posizionano l’ecografo per capire dov’è il concepito. Io, obiettore di coscienza, esco. Le porte dietro di me si chiudono. L’esecuzione inizia e io non posso far nulla. Oggi tutto si spegne: ci era stato donato un figlio, ma lo abbiamo strappato dalle viscere della madre per farne spazzatura.

Dopo molti mesi arriva finalmente l’assegnazione alla Ginecologia e quindi il momento in cui ho potuto esprimere concretamente la mia obiezione di coscienza. Aspettavo questo istante da mesi, immaginavo di poter incontrare queste donne e aprire il loro cuore, poterle guardare con compassione, far loro comprendere che l’IVG (Interruzione volontaria di gravidanza) non è un intervento come gli altri, perché non cura nulla ma distrugge due vite. Tuttavia è bastato il primo giorno di lavoro per comprendere che non sarebbe stato così e per capire che essere medico obiettore di coscienza vuol dire assistere a un’esecuzione a mani legate. 

“Oggi ci sono 3 IVG, facciamole presto!”. La caposala tuona in sala operatoria, mi si gela il sangue. Le pazienti arrivano insieme alla ginecologa. “Ecco la regina delle IVG”. La riconosco, il giorno della laurea eravamo sedute vicino. Conosco le sue lotte femministe per garantire quello che oggi viene con forza definito “diritto all’aborto”. Prego più che mai, invoco la Vergine Maria con tutte le forze possibili. “Lo sai, una volta una paziente si alzò dal letto di sala operatoria prima di venire addormentata, perché aveva cambiato idea” dice lei quasi ridendo. Prego con tutte le mie forze, prego e soffro.

Le pazienti sono in sala, mi avvicino per l’accesso venoso e cerco un contatto. “Signora, non dimenticate che potete cambiare idea fino alla fine, anche quando siete in sala operatoria”. “Eh io lo so, è una cosa brutta, ma non ho i soldi per mantenerlo”. La signora è al quinto aborto e ha tre figli a casa che la aspettano. “Signora esistono tante associazioni che possono aiutarvi, vi posso dare il numero”. “Lo so, ma il padre non c’è, non può crescere senza padre, poi soffre”.

“Signora, la prego”. Poi ho capito. È tardi. Chi si è preoccupato di parlarle prima che salisse in sala operatoria? Chi si è preoccupato di farle capire che esistono alternative all’aborto? Chi l’ha accompagnata verso una procreazione responsabile, facendole comprendere che ogni vita è dono e richiede l’accoglienza responsabile dei genitori?

In sala posizionano l’ecografo per poter vedere dov’è il concepito. Poiché sono obiettrice, il collega entra in sala al mio posto. Le porte si chiudono, l’esecuzione inizia. Le gambe si paralizzano. La giornata trascorre con il digiuno. Oggi tutto si spegne, non voglio mangiare, non voglio gioire. Oggi è una giornata di lutto. Ci era stato donato un figlio, ma lo abbiamo strappato dalle viscere della madre per farne spazzatura. Ci era stato dato per una missione grande: amare ed essere amato.




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