Giornalismo

Appello ai giornalisti: a cosa serve punire Will Smith se siamo i primi a dare risalto alla violenza?

Scene di violenza durante il Tg: fino a che punto è giusto mandarle in onda in fasce orarie in cui bambini e adolescenti sono sicuramente svegli? Siamo subito pronti a puntare il dito sui social perché fanno da trampolino di lancio ad immagini shock, ma cosa dire dei network ufficiali? 

È diventato sempre più complicato proteggere i nostri figli dalle storture di questo mondo. Le immagini di violenza e di sopraffazione ormai ci giungono da ogni lato, difendersi è quasi impossibile. Siamo inseriti in un clima di odio che, senza volerlo (almeno mi auguro) alimenta la violenza, provoca rabbia e scatena gli impulsi. L’ho capito osservando la reazione delle mie figlie durante le immagini mandate dal telegiornale l’altra sera. 

Non è solo la cronaca di guerra con i cadaveri lungo le strade, le chiazze di sangue sul selciato che si distinguono benissimo nonostante l’immagine sia ombreggiata. E non è neppure solo il racconto straziante delle vite spezzate, dei profughi, della paura riflessa negli occhi dei bambini. No, non è solo questo. Nei giorni scorsi ad esempio, il Tg ha mandato un servizio sulle baby gang. Ragazzini appena adolescenti, travolti da una voglia irresistibile di violenza. Il video faceva vedere il pestaggio di un ragazzo da parte di cinque o sei suoi coetanei. Il bollino ombreggiato forse serviva a nascondere i volti, ma di certo non addolciva la scena di indicibile, inaudita violenza. Raffiche di calci e pugni sulla testa della vittima e allo stomaco si distinguevano in maniera netta e chiara. La reazione delle mie figlie? La più piccola si è coperta gli occhi con le mani, la grande è scattata su dalla sedia, ha preso il telecomando in un gesto di stizza, e ha spento il televisore. 

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Di fronte a tale reazione delle ragazze così turbate da quello che avevano appena visto né io né mio marito abbiamo saputo cosa dire. Tutto quello che abbiamo potuto fare è stato tacere. Ma come madre oltre che come giornalista mi sono domandata: fino a che punto è giusto mandare in onda scene del genere in fasce orarie in cui bambini e adolescenti sono sicuramente svegli? Siamo subito pronti a puntare il dito sui social perché fanno da trampolino di lancio ad immagini shock, ma cosa dire dei network ufficiali? Non ci hanno risparmiato nulla della pandemia. Abbiamo visto i corpi dei degenti in terapia intensiva intubati, pancia in giù, nudi. Anche qui quel classico bollino ombreggiato sembrava più una presa in giro che uno strumento di difesa da immagini troppo forti delle fasce sociali più fragili. 

Per non parlare della guerra in Ucraina. L’unico film sulla Seconda Guerra Mondiale che ho fatto vedere alle bambine è stato “Storia di una ladra di libri” e mi ritrovo, mio malgrado, a vederle esposte a immagini devastanti che non provengono da un passato lontano, ma da un presente impietoso e incredibile. Se io, che sono adulta, spesso faccia fatica a respirare e a mandare giù il racconto dettagliato dell’inferno, cosa proveranno loro? Quale sarà la ricaduta che questo modo di fare giornalismo avrà su bambini e adolescenti? 

Nel Stati Uniti sono stati condotti oltre 3000 studi per indagare gli effetti della violenza in Televisione sui minori. Esaminando più di tre decadi di ricerche si è arrivati alla conclusione che la violenza in televisione produce fondamentalmente tre tipi di effetti: aumento dell’aggressività attraverso un processo di apprendimento e imitazione; aumento dell’insensibilità alla violenza in genere (effetto desensibilizzante); aumento della paura di rimanere vittima di atti di violenza. Nessuno dei tre rappresenta una ricaduta positiva. 

La pandemia di COVID-19 ha causato un aumento dei disturbi d’ansia e depressione maggiore in tutto il mondo, soprattutto nelle donne e nei giovani. È quanto emerge da una metanalisi condotta da ricercatori australiani, pubblicata da The Lancet. Lo studio, condotto dai docenti dell’Università del Queensland, ha registrato 76 milioni di casi aggiuntivi di disturbi d’ansia e 53 milioni in più di casi di depressione maggiore. Complessivamente, i casi di depressione maggiore sono arrivati a 246 milioni dai 193 milioni previsti (+28%) e i disturbi di ansia hanno conosciuto un incremento del 26%, passando da una previsione di 298 milioni a 374 milioni. Siamo sicuri che la causa di tanto male sia riconducibile sono alla pandemia? Non abbiamo nulla da recriminare sul mondo attraverso il quale è stata raccontata? Nulla da discutere sul genere di informazione che stiamo facendo?

Lancio un appello ai media: non amplificate la violenza. A nulla serve ammonire Will Smith per il ceffone a Chris Rock durante la cerimonia degli Oscar, se poi noi come giornalisti siamo i primi a dare risalto alla violenza.




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Ida Giangrande

Ida Giangrande, 1979, è nata a Palestrina (RM) e attualmente vive a Napoli. Sposata e madre di due figlie, è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli, Federico II. Ha iniziato a scrivere per il giornale locale del paese in cui vive e attualmente collabora con la rivista Punto Famiglia. Appassionata di storia, letteratura e teatro, è specializzata in Studi Italianistici e Glottodidattici. Ha pubblicato il romanzo Sangue indiano (Edizioni Il Filo, 2010) e Ti ho visto nel buio (Editrice Punto famiglia, 2014).




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