Parità dei sessi e educazione dello sguardo

24 Settembre 2026

Foto di Hanna Pad

In risposta alle polemiche attuali, sulla misura di una gonna e le reazioni che ne scaturiscono, è impossibile restare indifferenti. Spogliando la questione da facili ideologismi, moralismi o polemiche di parte, emerge una provocazione che merita di essere accolta e approfondita: parlare di rispetto, di dignità della persona e di parità tra uomo e donna significa andare oltre la forma e toccare il cuore dell’essere umano. Più che sulle regole dell’abbigliamento o sulle uscite dei soliti protagonisti del dibattito pubblico, l’attenzione va spostata su ciò che germoglia nell’intimo di ciascuno: sulla capacità di educare lo sguardo, frenare i desideri impulsivi e custodire l’altro.

Cara Giovanna, ho “bevuto” con piacere il tuo caffè sospeso… E, a dirla tutta, una questione come quella della lunghezza di una gonna non poteva che essere esaminata davanti ad un buon caffè, in buona compagnia.

Banalità, intemperanza linguistica, ideologia, moralismo becero o anacronistico… beh, non saprei come definire questa faccenda. Fatto sta che, stamani, al ridondare dei messaggi sulla questione ho ceduto alla tentazione di andare a vedere cosa davvero era stato detto. Confesso: non lo sapevo.

E siccome, poi, eternamente prete, non posso fare a meno di sforzarmi di vedere un di più, un oltre, in ogni cosa e in ogni fatto, anche in questo non ho potuto fare a meno di coglierci una positiva provocazione. Fuor di dubbio, infatti, anche questo, ci dà possibilità di dire, di scrivere, di riflettere, su temi che seppur improbabili segnano il viver nostro.

Anni fa, ricordo, lessi, sotto una simpatica vignetta sulle minigonne all’ambone, una frase che suonava più o meno così: «la moda non è la madre del buon gusto ma la suocera, perché la tiranneggia». Il rimando, chiaro nella vignetta, era al fatto che ragazze con un dress-code poco opportuno ardissero al luogo liturgico della proclamazione della Parola di Dio…

Fermo restando che nutro una certa simpatia per le suocere – ne conosco tante, devo dire, sante – e mettendo da parte le facili approssimazioni concettuali con le quali etichettiamo le persone, ti condivido che questa storia ha dell’interessante. Ma tanto!

Si parla spesso di parità maschio-femmina (cosa che, lungi da me, nulla a che fare con l’uguaglianza: siamo diversi e solo un cieco può non ammetterlo…) eppure non si accetta la possibilità che tale parità possa avere radici che nascano nel profondo.

Con facilità richiamiamo al concetto di dignità dell’essere umano: una verità molto confusa se pensiamo che alcuni se ne appropriano per chiedere la morte.

Comunque, se ancora oggi siamo qui ad interrogarci su un problema di gonna, allora non vogliamo accettare il fatto che l’essere umano e il suo agire si qualificano a partire da quanto germoglia dalla pienezza del proprio cuore.

Qui – e in nessun altro luogo in cui la coscienza può essere messa a giudizio – non mi permetto di giudicare: quindi, non lo farò con i Vannacci, i Tajani o altri improbabili protagonisti.

Certo è che, se non impariamo (e il punto sta qui!) a saper gestire lo sguardo, metter un freno ai desideri e accettare che l’altro ha un valore talmente alto che può essere violato anche da un semplice occhio inopportunamente incuriosito, mai e poi mai arriveremo ad avere la parità.

Si badi che lo sguardo inopportuno non necessariamente (e solamente) è di natura maschile: il peccato originale è bisex; bisex le conseguenze e, di conseguenza, bisex deve essere la mortificazione. 

So che alcuni, adesso, con facilità tuoneranno con l’immancabile “l’occhio è fatto per vedere”, a cui segue il lampeggio del “mentre la palpebra è fatta per velare”. 

Qui il centro: quando la palpebra “chiude”, non sta negando. Assolutamente! Sta preservando, custodendo, salvaguardando il più prezioso dei tesori che ognuno (si spera) con fatica costruisce dentro di sé: la Vita Divina. Evita, pensa un po’, che ci carichiamo di pesi che possono essere carichi di tanfo: tutto quanto passa attraverso lo sguardo e l’udito, si deposita nel nostro animo e poi, sedimentando, germoglia nella mente. Se è aria fresca, allora una brezza rallegrerà animo e mente; se è spazzatura, inevitabile sarà lo sgradevole olezzo.

So per certo che la questione “moda” non è da sottovalutare: la Vergine a Fatima, alla piccola Giacinta (oggi santa), poco prima di morire, disse: «Verranno mode che offenderanno molto Mio Figlio». E sono anche convinto che la moda sia «una formidabile arma rivoluzionaria»: penso al ’68, che mi permette di chiarire che per moda non intendiamo solo di un modo di vestire, ma anche di pensare e di agire.

Certo non voglio arrivare al punto di parlare di felix culpa; ma se una situazione del genere permette a me e a mille altri come me, di riflettere sul valore della mortificazione dello sguardo e fa benedire per tutte le volte in cui, magari con fatica, si cerca di correggersi evitando che lo sguardo vaghi senza controllo, allora, ancora una volta, si conferma quella sapienza popolare che ci fa riconoscere che le frittate (anche politiche) possono tornare utili.




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Enzo Vitale

Enzo Vitale è sacerdote e religioso dei Servi del Cuore Immacolato di Maria. Dottorando in Teologia Morale presso la Pontificia Università della Santa Croce, svolge attività di ricerca e divulgazione su temi di bioetica, teologia morale e vita cristiana. Ospite frequente della trasmissione Cristianità (RAI Italia), ha già pubblicato: Dammi dei figli, se no io ne muoio (Gen 30,1). Dal desiderio di maternità alla maternità surrogata (Tau Editrice, 2022) e L’assistente sessuale per le persone disabili. Analisi dei profili bioetici (Armando Editore, 2021).

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