La scienza non si censura. Il caso della mostra sulla vita prenatale

Screenshot della locandina Just EUman - ProVita&Famiglia

Ha suscitato un acceso dibattito l’allestimento, presso il Parlamento Europeo, di una mostra dedicata allo sviluppo della vita umana nel grembo materno, dal concepimento fino alla nascita. Un percorso che intendeva mostrare, attraverso immagini e contenuti di carattere scientifico, le diverse fasi dello sviluppo embrionale e fetale: un processo complesso, progressivo e caratterizzato da profonde trasformazioni biologiche. In che modo la semplice verità di come ogni essere umano inizia a vivere può essere lesiva della sensibilità di qualcuno?

Pro Vita & Famiglia ha promosso la mostra “Just EUman – Come nasce un cittadino europeo”, inaugurata al Parlamento europeo di Strasburgo, con l’obiettivo di far conoscere l’inizio della vita umana e il suo sviluppo. La mostra è stata inaugurata dall’eurodeputato Paolo Inselvini.

La reazione non si è limitata a una discussione sul suo contenuto scientifico. Alcuni esponenti politici e gruppi appartenenti soprattutto all’area progressista l’hanno definita in termini fortemente critici, arrivando a parlare di un’iniziativa “vergognosa”. Ma perché una rappresentazione dello sviluppo prenatale dovrebbe suscitare una reazione tanto netta?

La questione, evidentemente, non riguarda soltanto ciò che la mostra fa vedere a livello biologico, ma anche ciò che quella rappresentazione può evocare sul piano culturale, etico e politico. Rappresentare concretamente le fasi della vita prenatale significa, infatti, entrare, inevitabilmente sul modo in cui una società considera la vita che si sviluppa prima della nascita. Significa interrogarsi sulla possibilità di costruire una maggiore consapevolezza della dimensione prenatale dell’esistenza, tema che può essere accolto in modo diverso a seconda delle convinzioni personali.

La mostra era promossa da Pro Vita & Famiglia, un’associazione che da anni interviene nel dibattito pubblico italiano su aborto, famiglia, educazione e maternità e che, proprio per le sue posizioni, è oggetto di forti contestazioni da parte dei suoi avversari politici e culturali. Nei confronti dell’associazione sono state spesso utilizzate definizioni molto dure, come “pro-life estremista”, “integralista”, “oscurantista” e non di rado stata accusata di avere posizioni lesive dei diritti delle donne. 

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Eppure, al di là delle posizioni che gli avversari politici possono avere verso Pro Vita & Famiglia, la mostra in questione si muove su un piano puramente scientifico: non si parla di aborto, non si giudica chi abortisce, non si parla di conseguenze psicologiche dell’aborto, né di dignità della vita. In che modo, dunque, la semplice verità di come ogni essere umano inizia a vivere può essere considerato lesiva della sensibilità di qualcuno? Perché chiedere la rimozione dei pannelli per partito preso, invece di confrontarsi sulle verità puramente scientifiche che essi mostrano?

A Galileo fu impedito di esprimere liberamente le proprie conclusioni, quando cercò di sostenere, sulla base delle osservazioni e delle conoscenze scientifiche del suo tempo, il movimento della Terra. Fu sottoposto a processo e costretto all’abiura. La questione non riguardava soltanto una teoria scientifica: quelle nuove conoscenze entravano in conflitto con una determinata visione del mondo e mettevano in discussione equilibri culturali e interpretazioni consolidate.

Il paragone con il dibattito odierno va naturalmente maneggiato con cautela, perché i contesti storici sono profondamente diversi. Ma una lezione rimane attuale: la conoscenza non dovrebbe essere censurata perché mette in discussione convinzioni, sensibilità o posizioni ideologiche.

La conoscenza scientifica dovrebbe rimanere accessibile sempre, non diventare oggetto di censura sulla base delle conclusioni che qualcuno potrebbe trarne.

Se una determinata realtà biologica ci mette davanti a interrogativi scomodi, la risposta non dovrebbe essere impedire di guardarla, ma discuterne con maggiore rigore. Infatti, è molto problematico trasformare la provenienza ideologica di un messaggio nel criterio con cui stabilire se le informazioni contenute in quel messaggio possano essere conosciute.

La stessa esigenza di coerenza vale ogni volta che invochiamo la scienza nel dibattito pubblico. La chiamiamo in causa quando parliamo di tutela dell’ambiente, cambiamenti climatici, inquinamento, biodiversità, salute pubblica, protezione degli animali o gestione dei rifiuti. Riteniamo giustamente che i dati scientifici debbano orientare la nostra comprensione della realtà anche quando sono scomodi, impopolari o impongono di modificare comportamenti consolidati. Perché dovrebbe essere diverso quando l’oggetto della conoscenza è la vita prenatale?

Proprio lì dove una realtà scientificamente documentata ci pone davanti a domande difficili, abbiamo forse ancora più bisogno di guardarla senza pregiudizi e di discuterne pubblicamente.

In ultima istanza, una democrazia matura non dovrebbe avere paura della conoscenza. Dovrebbe avere gli strumenti per confrontarsi apertamente con essa.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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1 risposta su “La scienza non si censura. Il caso della mostra sulla vita prenatale”

“La conoscenza non dovrebbe essere censurata perché mette in discussione convinzioni, sensibilità o posizioni ideologiche.
La conoscenza scientifica dovrebbe rimanere accessibile sempre, non diventare oggetto di censura sulla base delle conclusioni che qualcuno potrebbe trarne”: ragionamento ineccepibile, che condivido in pieno. Andrebbe applicato in primo luogo alla religione e a tutto ciò che le gira intorno: presunti testi sacri più volte rimaneggiati nei secoli, miti e dogmi imposti come fatti storici e verità indiscutibili, ma che in realtà non hanno alcun fondamento o dimostrazione di tipo storico e scientifico.

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