“A te” di Jovanotti. Spunti per parlare di amore con i giovani

Jovanotti live at "Lorenzo in the Palasport" in Bolzano, Italy, on 11 January 2016. Foto di Daniele Dalledonne

“A te che io ti ho visto piangere nella mia mano, fragile che potevo ucciderti, stringendoti un po’. E poi ti ho visto con la forza di un aeroplano prendere in mano la tua vita e trascinarla in salvo”. In una canzone di Jovanotti troviamo la bellezza di custodire la vulnerabilità, l custodia della vita dell’altro, la gioia di un amore che, dopo tanta disillusione, riapre alla speranza.

Oggi, per la rubrica “Semi di Teologia del corpo”, una canzone che non ha bisogno di presentazioni. La conosciamo tutti. Mi riferisco a “A te”, di Jovanotti. Non riporteremo il testo per intero: prenderemo in esame solo alcuni passaggi della canzone, soffermandoci, di volta in volta, sulle parole, sulle immagini e sui significati che possono richiamare la concezione cristiana dell’amore. 

  1. “Quando ti guardo dopo un giorno pieno di parole, senza che tu mi dica niente, tutto si fa chiaro”.

Se due persone si amano e si appartengono nel cuore, non sono le parole a svelare tutto: non che siano superflue, ma, a volte, la sola presenza dell’altro ci scalda, riempie la stanza, la vita. La sola vicinanza dell’altro è un dono e, in quella relazione, capiamo meglio anche noi stessi. 

Inoltre, solo quando posso stare in silenzio senza imbarazzo c’è vera intimità. Questo non significa che dialogare non sia importante o che non sia necessario dirsi parole cariche di significato (“Ti amo”, “Scusa”, “Raccontami la tua giornata”). Il senso della canzone è un altro: la sola presenza dell’amato ci colma di gioia, gratitudine, tranquillità. C’è poi un’altra sfumatura che possiamo cogliere da queste parole: chi ci ama davvero, capisce di noi anche ciò che non verbalizziamo. 

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  1. “A te che mi hai trovato all’angolo coi pugni chiusi, con le mie spalle contro il muro, pronto a difendermi. Con gli occhi bassi stavo in fila con i disillusi. Tu mi hai raccolto come un gatto e mi hai portato con te”

L’amore vero aiuta a rompere con la tristezza. Non perché i problemi scompaiano, ma perché, vissuti insieme a qualcuno che ci ama, diventano più leggeri e acquistano un significato diverso.

Il primo amore che può aiutarci a uscire dalla «fila dei disillusi» è quello di Dio: un amore che ci permette di riconoscere tutto il nostro potenziale e di guardare oltre le nostre fragilità. Mostrandoci la sua vittoria sul male, Dio ci apre alla speranza e ci dà la forza di offrire il meglio di noi stessi, anche nelle situazioni più difficili. La vocazione cristiana al matrimonio chiama gli sposi proprio a vivere questo tipo di amore nella loro relazione: un amore che alleggerisce, che custodisce, un amore “generativo”, anche di speranza. 

  1. A te che io ti ho visto piangere nella mia mano, fragile che potevo ucciderti, stringendoti un po’. E poi ti ho visto con la forza di un aeroplano prendere in mano la tua vita e trascinarla in salvo.

In questa strofa emerge il tema della vulnerabilità. L’amore è quel contesto che ti consente di essere fragile, perché proprio nel limite vieni accolto e custodito. L’amore è tenerezza, è protezione. Proprio quando si è più vulnerabili, però, l’altro può approfittare e dominare e questo è esattamente il contrario dell’amore.

Quando due persone si mettono a nudo l’una davanti all’altra, metaforicamente e anche letteralmente, stanno consegnando tutto di sé, si stanno consegnando ciascuno nella propria vulnerabilità. Il testo ci commuove, perché ci mette davanti ad una vulnerabilità custodita. E quel sostegno, quell’accoglienza, diventa un punto di forza. È proprio nell’essere amati, senza condizioni, che troviamo la forza di un aeroplano e possiamo ricominciare il nostro volo.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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