Quando i figli diventano grandi. Maternità e nuovi spazi per portare frutto
cottonbro studio da Pexels
di Francesca Di Giorgio
Cosa accade, nella vita di una mamma, quando i figli crescono? Inizia il “secondo tempo” della maternità. La domanda “Di chi devo prendermi cura?”, può essere affiancata da altre “Cosa sono chiamata a vivere, adesso, perché la mia umanità si realizzi in pienezza? Che cosa mi è stato affidato perché possa diventare dono?”.
I talenti fioriscono in una sola stagione?
Possiamo partire da questo interrogativo per guardare ad una fase forse poco considerata della vita femminile. Quando, entrando nel matrimonio e aprendosi alla maternità, una donna deve conciliare la vita familiare con quella professionale, le scelte possono essere molto diverse.
Alcune donne continuano a lavorare, cercando faticosamente un equilibrio; altre, per scelta o perché le circostanze lo richiedono, lasciano sullo sfondo il lavoro, un progetto personale o alcuni talenti, dedicando le proprie energie alla famiglia.
Cosa accade, però, quando i figli crescono? Per ogni madre arriva quello che potremmo definire il “secondo tempo della maternità”, durante il quale l’accudimento dei figli, pur restando parte essenziale della vita, non assorbe più tutte le energie fisiche.
Diventano un ricordo le notti insonni, le coliche, i pianti, i capricci, i primi passi, le liti tra fratelli per lo stesso giocattolo, le manine appiccicose che lasciano impronte ovunque, il nome “mammaaaaaaa” urlato centinaia di volte al giorno.
Con le bambole e le macchinine chiuse in uno scatolone, la casa si riempie di un silenzio nuovo. Questo passaggio può diventare non semplicemente uno spazio vuoto da riempire, ma l’occasione per interrogarsi nuovamente sui talenti ricevuti e sul modo in cui metterli a servizio degli altri. Non una nuova vita al posto della precedente, non un tentativo di recuperare il tempo perduto, ma una nuova stagione della stessa vocazione al dono.
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Una donna può aver ricevuto capacità intellettuali, creative, educative, organizzative, sociali e, per anni, aver scelto di metterle in secondo piano, o essersi trovata nella condizione di farlo, perché la vita le chiedeva altro. Se una dote non ha trovato spazio di espressione a trent’anni, significa forse che non debba trovarlo neppure a quaranta, a cinquanta?
Un talento tenuto a lungo in ombra non è perduto: può essere rimasto custodito, in attesa di trovare il momento e la forma per germogliare. La domanda “Di chi devo prendermi cura?”, può essere affiancata da altre “Cosa sono chiamata a vivere, adesso, perché la mia umanità si realizzi in pienezza? Che cosa mi è stato affidato perché possa diventare dono?”.
Si tratta, allora, di lasciare spazio ad un desiderio che ritorna, ad una competenza messa da parte, ad una nuova disponibilità di tempo ed energie. Il primo passo è fare verità dentro sé stesse, trovando il coraggio di innaffiare quel seme che attende di produrre frutto, senza lasciarsi frenare dall’idea che mettere le proprie competenze a servizio degli altri significhi distogliere l’attenzione dalla propria famiglia.
Dentro e fuori le mura domestiche la donna vive la stessa fecondità, la stessa chiamata a dare la vita, a dare la sua vita, mettendola a servizio. Perché farlo? Perché un talento non riguarda mai soltanto chi lo possiede. Nel suo libro Al mio posto. Confidenze quasi serie di una MoglieMammaMedico, Elisabetta Buscarini ricorda le parole che il Servo di Dio Enzo Piccinini le rivolse mentre lei si interrogava su una scelta professionale: “Noi non siamo abituati a considerarci un bene per la comunità”. Il bene che fiorisce nella vita di una persona, invece, finisce inevitabilmente per riflettersi nella vita di molti altri.
Si tratta allora di imparare a guardare la propria esistenza non come uno specchio destinato a restituire sempre la stessa immagine, ma come un poliedro dalle molte facce, capace di mostrare, nelle diverse stagioni, forme nuove della stessa chiamata.












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