Matrimoni children free: auguri e figli … purché restino a casa.

Sempre più coppie scelgono oggi di non invitare i bambini al ricevimento di nozze. Le ragioni sono diverse e spesso comprensibili: i costi elevati per ogni invitato, i limiti di posti delle location, il desiderio di una festa lunga e serale pensata per gli adulti, la preoccupazione per la sicurezza e il benessere dei più piccoli in ambienti e orari poco adatti a loro, la volontà di vivere con raccoglimento i momenti più intensi della celebrazione. Pesa nella scelta il tipo di festa che immaginano. 

Oggi ci si sposa più tardi, spesso dopo i trent’anni, e il ricevimento viene pensato come una lunga festa tra adulti che finisce a notte fonda, con musica alta, alcol e balli. Molti pensano che per un bambino piccolo sia faticoso stare otto o dieci ore seduto o in giro per una villa, magari con piscine, scale o laghetti. C’è anche il desiderio di proteggere momenti delicati come lo scambio delle promesse o i discorsi, dove un pianto o una corsa possono distrarre.

Quando però questa scelta viene fatta da sposi cristiani, può far sorgere qualche domanda. Il matrimonio cristiano non è solo un evento privato, ma un momento che nasce dentro una comunità e che, in qualche modo, racconta qualcosa anche agli altri: la bellezza della famiglia, l’apertura alla vita, la gioia della condivisione. Il Vangelo stesso è pieno di immagini di festa e di banchetto, e Gesù invita esplicitamente ad accogliere i bambini. 

In questa luce, escludere i più piccoli dal momento della festa potrebbe apparire un po’ dissonante rispetto ai valori che il sacramento esprime, soprattutto se a orientare la scelta sono soprattutto ragioni estetiche o legate allo stile dell’evento. Senza contare che spesso le celebrazioni sono un brusio di voci adulte che commentano ogni cosa. Non sarebbe più bello ascoltare il vociare dei bambini in fondo alla chiesa?

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C’è poi un aspetto educativo che merita attenzione. I bambini imparano soprattutto da ciò che vivono: partecipare a un matrimonio, vedere i propri familiari riuniti, gioire insieme per una nuova unione, è per loro un’esperienza concreta di che cosa significhi famiglia, legame e comunità. È un modo semplice e profondo per trasmettere, senza bisogno di spiegazioni, la meraviglia dell’amore che si dona e la bellezza di celebrarlo tutti insieme. Sentirsi parte della festa dice ai più piccoli che anche loro appartengono a quella storia.

Anche le esigenze economiche, che sono reali e vanno rispettate, potrebbero diventare un’occasione: una festa più sobria ma capace di accogliere tutti può essere una testimonianza preziosa, mostrando che la gioia non dipende dallo sfarzo ma dalla presenza delle persone care. E dove questo non è possibile, esistono soluzioni intermedie, come accogliere i bambini in chiesa e all’aperitivo, prevedere uno spazio con animatori per fare in modo che anche i più piccoli abbiano la loro festa.

Non si tratta di giudicare le scelte delle singole coppie, che hanno sempre motivazioni personali non sempre visibili dall’esterno. Piuttosto, può essere utile che gli sposi cristiani si chiedano che cosa desiderano che la loro festa racconti. Se la risposta include la comunità, la famiglia e la gioia condivisa, i bambini troveranno quasi naturalmente il loro posto.




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Lucrezia Scotellaro

Lucrezia Scotellaro è laureata in filosofia e dottore di ricerca in filosofia del
diritto e counselor filosofico. Si occupa da diversi anni di pratica filosofica
applicata in special modo ai contesti educativi. Svolge l’attività di counselor
genitoriale e di coppia. E’ responsabile di progetti sociali a livello regionale e
nazionale. Collabora con associazioni e think tank internazionali dedicati
all’empowerment personale e familiare. E’ sposata da 29 anni, ha tre figli e un nipote

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