La Commemorazione dei defunti il 2 novembre è un’opportunità. Non sprechiamola sperando che passi in fretta per voltare pagina finalmente domani. Fermiamoci a riflettere, senza paura. Partiamo innanzitutto dalla parola “defunti” che è molto più significativa che “morti”. Nella sua origine latina, questa parola racconta qualcosa di sorprendente. Defunctus è il participio passato del verbo defungi, che significa compiere, assolvere un incarico, portare a termine un compito. L’espressione defunctus vita indicava, letteralmente, colui che aveva compiuto il tempo della vita. Non semplicemente qualcuno che non c’è più, dunque, ma qualcuno che ha portato a termine il proprio passaggio sulla terra.
Questa origine etimologica è molto importante perché restituisce alla morte una prospettiva che la nostra cultura sembra aver smarrito. Siamo abituati a considerarla un’interruzione, un’improvvisa sottrazione, una parentesi che non vorremmo mai aprire nel racconto della nostra esistenza. La teniamo fuori dai discorsi, la nascondiamo ai bambini, la allontaniamo dai nostri pensieri, come se non nominarla potesse renderla meno reale. Abbiamo imparato a parlare di tutto, ma sulla morte preferiamo spesso sorvolare, quasi fosse un pensiero sconveniente, capace di disturbare la nostra quotidiana illusione di essere padroni del tempo. E così finiamo per vivere come se la vita fosse una disponibilità illimitata, una successione di giorni che ci appartengono e sui quali non grava alcuna scadenza.
Eppure, se c’è una certezza che accompagna ogni essere umano è proprio quella di non essere qui per sempre. La questione, allora, non è soltanto quando arriverà la fine, ma che cosa avremo fatto del tempo che ci è stato consegnato. Quale compito avremo assolto? Quale amore avremo saputo riconoscere e custodire? A chi avremo dato la possibilità di sentirsi meno solo? Quale bene, magari piccolo e nascosto agli occhi degli altri, avremo lasciato dietro di noi?
La fede non offre una risposta astratta a queste domande. La consegna alla storia di un uomo che, sulla croce, pronuncia una frase destinata a cambiare per sempre il significato della morte: «Tutto è compiuto» (Gv 19,30). Sono le ultime parole di Gesù prima di consegnare lo spirito al Padre. Gesù ha portato a termine la missione per la quale era venuto nel mondo. Ha amato fino alla fine, ha annunciato il Regno, ha incontrato gli uomini nella loro povertà, ha perdonato, guarito, accolto, si è lasciato tradire e rifiutare, senza sottrarsi all’amore. Sulla croce offre anche la propria vita. Il suo «tutto è compiuto» non è la constatazione di un’esistenza che si spegne, ma il sigillo di una fedeltà che non ha trattenuto nulla per sé.
Compiere la vita non significa aver realizzato tutti i propri progetti, aver raggiunto ogni traguardo o aver avuto una storia senza fallimenti. Non significa neppure aver esaurito ogni possibilità, perché spesso la morte arriva quando ci sembrerebbe di avere ancora tanto da fare, persone da amare, parole da dire, riconciliazioni da cercare. Significa piuttosto aver attraversato il tempo ricevuto cercando di rispondere alla chiamata di Dio, con i talenti e i limiti che ci appartengono, con le occasioni che abbiamo saputo riconoscere e quelle che magari abbiamo lasciato passare, con la nostra capacità di amare, nonostante le contraddizioni e le fragilità.
Mi piace pensare che, al termine della nostra esistenza, ciascuno di noi possa pronunciare, almeno nel segreto dell’incontro con Dio, quelle stesse parole: tutto è compiuto. Non perché abbiamo fatto tutto ciò che avremmo voluto, ma perché abbiamo provato a essere e a fare ciò per cui siamo stati chiamati. Perché non abbiamo sprecato deliberatamente la vita rincorrendo soltanto ciò che passa, perché abbiamo riconosciuto qualcuno da amare, una responsabilità da assumere, una ferita da fasciare, una verità da testimoniare, perché, pur inciampando, abbiamo cercato di non smarrire la direzione. E allora sì, possiamo consegnarci a Dio, non con la presunzione di chi presenta un bilancio impeccabile, ma con la fiducia di chi sa che la propria storia, anche incompleta agli occhi del mondo, può essere finalmente accolta e portata a compimento dalla misericordia cioè dall’amore di Dio.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!



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