In questi giorni ho seguito su una piattaforma di streaming una serie che racconta l’amicizia tra tre donne molto diverse tra loro. Hanno caratteri, storie, sensibilità e modi di affrontare la vita che non potrebbero essere più distanti. Eppure sono legate da un affetto profondo, di quelli che resistono alle incomprensioni, alle stagioni difficili, persino alle differenze che, in altri rapporti, finirebbero per diventare un motivo di separazione. Ciascuna porta con sé i propri problemi, le proprie ferite, qualche volta anche le proprie contraddizioni, ma nell’altra trova una presenza che non risolve magicamente le cose, piuttosto la aiuta a guardarle da una prospettiva diversa, a non arrendersi, a rimettersi in cammino.
Mentre seguivo le loro vicende mi sono ritrovata a pensare che forse una delle cose più difficili, nella vita adulta, sia proprio avere degli amici. Non mancano le conoscenze, le occasioni per incontrarsi, le conversazioni che si protraggono davanti a un caffè o i messaggi che attraversano la giornata. Eppure l’amicizia, quella vera, non si lascia misurare dal numero delle confidenze, dalla frequenza delle telefonate o dalla quantità di tempo trascorso insieme. È qualcosa di assai più delicato e impegnativo. Richiede una disponibilità che non coincide con la semplice simpatia, una fedeltà che non si esaurisce nella presenza quando tutto va bene e, soprattutto, una libertà interiore che consenta di volere il bene dell’altro senza pretendere di possederlo.
È qui che le relazioni si complicano. A volte chiamiamo amicizia un rapporto nel quale cerchiamo soprattutto qualcuno disposto ad ascoltarci, possibilmente senza contraddirci, a confermare le nostre ragioni e a darci ragione quando siamo arrabbiati con il resto del mondo. L’amico diventa così il destinatario privilegiato del nostro malessere, una specie di stanza nella quale depositare tutto ciò che non riusciamo a sistemare altrove. Non c’è nulla di male nel confidare le proprie fatiche, anzi, poter raccontare a qualcuno ciò che ci pesa è una delle grandi consolazioni dell’amicizia. Il problema nasce quando il rapporto si esaurisce in questo, quando la confidenza diventa uno sfogatoio e l’ascolto si trasforma in una continua conferma delle nostre ragioni.
L’amicizia, invece, dovrebbe avere una funzione quasi maieutica: aiutarci a venire alla luce, a riconoscere ciò che in noi è ancora immaturo, a scoprire possibilità che da soli non avremmo saputo intravedere. San Francesco di Sales, nell’Introduzione alla vita devota, dedica pagine bellissime proprio a questo tema. Non considera ogni amicizia automaticamente buona per il solo fatto di essere intensa o affettuosa. Si domanda, piuttosto, che cosa le persone condividano e verso dove le conduca il loro legame. La vera amicizia, scrive, è quella nella quale ci si comunica reciprocamente ciò che è buono e vero, quella che incoraggia e sostiene nel cammino della virtù. Non basta volersi bene: occorre che quel bene produca frutto. Lui stesso ha vissuto un’amicizia importante con santa Giovanna Francesca de Chantal: un’amicizia spirituale nella quale la stima, la confidenza e la guida reciproca non mortificarono la libertà, ma contribuirono a far maturare una vocazione. Penso anche a san Francesco e santa Chiara d’Assisi: il loro rapporto, pur nella diversità delle vocazioni, fu segnato da una profonda comunione spirituale. Benedetto XVI, ricordando Chiara, definì la loro amicizia un potente incentivo a progredire nel cammino della perfezione.
La serie che ho seguito racconta tre donne che, pur così diverse, riescono a sostenersi e a crescere insieme. La finzione, naturalmente, può concedersi tempi e coincidenze che la vita reale non sempre regala. Ma forse ci consegna una domanda che vale la pena portare fuori dallo schermo: le persone che chiamiamo amiche ci aiutano davvero a diventare più libere, più vere, più capaci di amare? E noi, a nostra volta, siamo per loro una presenza che allarga l’orizzonte oppure soltanto un luogo nel quale tornare a raccontare, ancora una volta, tutto ciò che non va?
Mi piace pensare che l’amicizia sia una delle forme più concrete della Provvidenza nella vita quotidiana. Un amico non ci toglie la croce dalle spalle, ma può aiutarci a portarla con uno sguardo diverso. E, quando è necessario, può anche ricordarci che non siamo soltanto le nostre ferite, i nostri errori, le nostre delusioni. Incontrare qualcuno che ci vuole bene abbastanza da non lasciarci prigionieri di ciò che siamo stati, ma che continua a credere in ciò che possiamo diventare. Non uno sfogatoio, dunque, e neppure uno specchio nel quale cercare continuamente la conferma di noi stessi. Piuttosto, una compagnia che ci educa alla vita, che ci rende più capaci di verità e, qualche volta, persino più vicini a Dio e all’eternità.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!



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