Speciale Giornata per la Vita

Non siamo un gruppo di reduci

Giovanni Paolo II

di don Silvio Longobardi

La Giornata per la Vita, che celebreremo il 7 febbraio, è un appuntamento ecclesiale, nato nel 1979, all’indomani dell’approvazione della Legge che dichiarava lecito l’aborto e permetteva la soppressione della vita nascente nelle strutture pubbliche. Un atto di civiltà, secondo alcuni. Una barbarie, secondo noi. Dal punto di vista giuridico la Legge è la più plateale sconfessione di tutti i criteri che hanno sostenuto e illuminato la storia del Diritto del Novecento.

La Giornata per la Vita è un’occasione concreta per chiamare a raccolta quello che Giovanni Paolo II chiamava il “popolo della vita”. Non siamo un gruppo di reduci, come qualcuno crede, è vero che non abbiamo spazio sui media né ci è dato di partecipare ai salotti della tv, quelli in cui si discute di tutto. E tuttavia, il popolo della vita esiste davvero, è una comunità vivace e intraprendente che custodisce con fedeltà e passione l’impegno di amare e custodire la vita nascente.

Celebrare la Giornata per la Vita vuol dire prendere le distanze da una cultura che, contro ogni razionalità, chiude gli occhi sulla realtà e permette di sopprimere la vita di un bambino. Una cultura che ha trovato la sua espressione giuridica nella Legge 194. Una legge che molti difendono come un totem intoccabile e pochi contrastano con decisione. Una legge iniqua e ipocrita che affida alle mamme (ovviamente il testo legislativo non usa mai la parola mamma, anche se il titolo parla di “Tutela della maternità”) il diritto di decidere la vita del proprio bambino.

Da quasi quarant’anni la Giornata per la Vita accende i riflettori sulla realtà drammatica e nascosta dell’aborto. È la giornata della memoria e della riflessione, della preghiera e dell’azione. Ma anche una giornata con la quale i pro life rivendicano il diritto di cronaca.

Il disagio è vasto, coinvolge migliaia di persone. I numeri parlano di 110mila aborti ogni anno, ma si tratta solo di quelli che avvengono nelle strutture pubbliche. In un Paese in cui i problemi sociali sono molto spesso oggetto di dibattito, è strano che si taccia solo di questo tema. Perché non parlare di questi bambini e delle loro mamme? Perché tacere su questa piaga che spesso nasce da motivi socio-economici? I media sono fatti per indagare la realtà, per leggere gli eventi, talvolta per far emergere fatti e situazioni che altri vogliono tenere sotto silenzio. Perché nessuno vuole esplorare questa realtà? Non ci sarà mica qualche interesse occulto da difendere?

Un giorno Gesù si trovava nella sinagoga, c’era un uomo con la mano paralizzata, egli sapeva che in giorno di sabato non era possibile fare alcun lavoro, ma per smascherare l’ipocrisia e ricordare che il sabato non incatena l’uomo ma lo libera, chiese alla persona malata di mettersi nel mezzo, davanti a tutti, e poi chiese a tutti: “È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?” (Mc 3,4). La domanda era volutamente provocatoria. In quel caso, infatti, non si trattava di vita o di morte. Il Maestro voleva dire che non preoccuparci dei fratelli significa abbandonarli al loro destino; non rispondere al loro grido significa considerarli già morti. La domanda di Gesù domanda risuona anche oggi, anche per noi. Nel caso dell’aborto questo è ancora più grave in quanto possiamo sopprimere o salvare una vita umana.




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