I figli sono di chi li ama. Alla Biennale di Milano la voce di Federazione Progetto Famiglia
L’evento a Palazzo Lombardia, l’annuncio dei 52 milioni del Ministro Eugenia Roccella e la testimonianza di Giovanna Abbagnara. Presenti, con il loro carisma, tutte le più grandi realtà dell’accoglienza, inclusa la nostra.
Milano si è fatta capitale de “L’arte di accogliere”. La prima Biennale dell’Accoglienza, tenutasi il 3 e 4 novembre a Palazzo Lombardia, ha riunito per la prima volta tutte le più grandi realtà italiane e internazionali che si occupano di minori e famiglia. Un appuntamento promosso dal Forum delle Associazioni Familiari che non è stato solo un convegno, ma un vero patto generativo per il futuro dell’affido e dell’adozione nel nostro Paese.
Tra le notizie più impattanti, l’annuncio del Ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella: uno stanziamento di 52 milioni di euro per sostenere le famiglie nei percorsi di adozione, anche retroattivamente dal 2022. Una “svolta”, come l’hanno definita in molti, che dà ossigeno a chi sceglie l’accoglienza.
E tra le voci chiamate a definire questa svolta, non poteva mancare quella della Federazione Progetto Famiglia, opera sociale del Movimento Fraternità di Emmaus (di cui Punto Famiglia è parte integrante).
A portare la specificità e il carisma della nostra realtà è stata la presidente Giovanna Abbagnara, con un intervento che ha scosso e commosso la platea, partendo da una domanda fondamentale: “I figli di chi sono, a chi appartengono?”
La risposta della Dott.ssa Abbagnara non è stata teorica, ma esistenziale. Ha iniziato da una storia personale, del 1947, a Napoli. “Una coppia di amanti milanesi scese a Napoli per dare alla luce il loro figlio illegittimo”, ha raccontato. Destinato all’orfanotrofio, quel neonato fu salvato da una vicina di casa che, non avendo figli dopo 15 anni di matrimonio, disse alla madre biologica: “Dallo a me”.
La cultura dell’accoglienza, secondo Giovanna Abbagnara, nasce anche nel DNA e può trasmettersi. È questo DNA che, incontrando la formazione di don Silvio Longobardi, fondatore della Fraternità di Emmaus, ha generato un “protagonismo coniugale e familiare” che vede la famiglia “di per sé aperta all’accoglienza”. Un’apertura che si è declinata nel carisma specifico della Federazione: le Oasi, case famiglia con famiglie residenti.
“Siamo nani che si sono messi come sposi sulle spalle dei giganti”, ha detto la Abbagnara, citando l’inaugurazione della prima casa da parte di don Oreste Benzi nel 1998. Ha poi smontato la retorica comune che vorrebbe vedere le famiglie residenti come eroi. “Non sono eroi, ma sposi che vengono formati alla gratuità, che scelgono di lasciare la loro casa e si trasferiscono con i loro figli nelle nostre case” per accogliere bambini piccolissimi, spesso dai 0 ai 3 anni.
Un modello che Federazione Progetto Famiglia ha contribuito a definire, partecipando alla stesura del regolamento regionale in Campania, e che si fonda su tre pilastri. Anzitutto la gradualità: “Dio conta fino ad uno. Anche l’accoglienza conta fino ad uno, perché ogni bambino ha bisogno di un progetto preciso, unico, individuale”. Ma anche la certezza che l’accoglienza si fa insieme. “Ci salviamo insieme”, ha sottolineato, evidenziando l’importanza dell’equilibrio con il lavoro degli sposi e con i loro figli biologici. Tutto questo si realizza in una rete: “Queste famiglie non sono sole”, ma sostenute dalle altre famiglie del movimento. Non “santi della porta accanto”, ma “famiglie dalle porte socchiuse”, sempre pronte ad aprirsi alla necessità.
Per dare concretezza a queste parole, la presidente ha condiviso la storia di Chiara. Arrivata a 40 giorni dal Policlinico di Napoli, partorita in anonimato, con una diagnosi di anencefalia. “Non vi legate troppo a questa bambina perché morirà presto”, dissero i medici.
“Chiara è una bambina che non parla, che non si nutre da sola, che non può camminare”, ha spiegato la Abbagnara. “Ma la famiglia affidataria dice sempre che Chiara è il motore della loro famiglia. È colei che permette agli altri di fare della loro vita un dono”.
L’accoglienza doveva essere un accompagnamento alla fine. Ma Chiara, a settembre scorso, ha compiuto 22 anni. Al compimento del diciottesimo anno, la famiglia affidataria ha chiesto e ottenuto l’adozione. “Chiara è a tutti gli effetti nostra figlia”.
L’intervento si è chiuso tornando alla domanda iniziale, fornendo la risposta che è il cuore del carisma portato a Milano: “E allora, i figli di chi sono? I figli sono di coloro che li amano. Perché quando un figlio si sente amato è capace anche di generare a sua volta una cultura dell’accoglienza intorno a sé”.
È questa la cultura che, con la forza dei fatti e il coraggio delle famiglie, Progetto Famiglia ha portato al tavolo della Biennale, per costruire insieme a tutte le altre grandi realtà un futuro in cui nessun bambino sia più solo.

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