Dignità, libertà, compassione, diritti: ci sono parole che sembrano innocue, parole che, pronunciate una accanto all’altra, sembrano comporre una frase alla quale è difficile opporsi. Chi potrebbe essere contrario alla dignità dell’uomo? Chi non vorrebbe che nessuno soffrisse? Chi potrebbe negare il valore della libertà? Eppure, qualche volta, è proprio dentro le parole più belle che si insidia una distorta e spiacevole visione della realtà.
Ho letto l’articolo di Walter Veltroni sulla «dignità di nascere e morire» pubblicato dal Corriere della Sera e ho ancora di più compreso che quando l’uomo perde l’aggancio con qualcosa che lo precede e lo supera, quando smette di considerare la vita come un bene che riceve e comincia a considerarla come qualcosa di cui può disporre, allora il confine tra ciò che è possibile e ciò che è giusto diventa terribilmente sottile.
Il ragionamento che Veltroni propone sembra apparentemente semplice e condivisibile: lo Stato deve avere fiducia nella capacità di scelta delle persone. Ma per l’ex sindaco di Roma questa libertà si traduce in più possibilità di scelta sulla procreazione, più possibilità di scelta davanti alla malattia e alla sofferenza, più possibilità di scelta davanti alla morte. Ma siamo sicuri che la vera libertà coincida sempre con l’aumento delle possibilità? Prendiamo un bambino che nasce attraverso la tecnica. Il desiderio di una donna di diventare madre è certamente un desiderio umano, profondo, spesso attraversato da sofferenza ma un figlio non è la risposta a un desiderio, per quanto legittimo e doloroso. Un figlio è una persona che arriva. Non è un diritto da ottenere, né un bene che la medicina deve necessariamente consegnare a chi lo domanda. Questa distinzione cambia tutto.
Quando diciamo che un adulto ha diritto a un figlio, quasi senza accorgercene spostiamo il baricentro della questione: dal bambino all’adulto. Dal dono alla pretesa. Dall’accoglienza alla disponibilità della vita. La tecnica, che dovrebbe essere uno strumento al servizio della persona, rischia di diventare il criterio attraverso cui stabilire ciò che una persona può avere.
Lo stesso rovesciamento si intravede quando parliamo del fine vita. Davanti a una persona che soffre, la prima domanda dovrebbe essere: come possiamo starle accanto? Come possiamo curare il dolore? Come possiamo impedire che si senta sola, abbandonata, diventata un peso per gli altri? Come possiamo restituirle la certezza che la sua vita conserva un valore anche quando non è più produttiva, autonoma, efficiente? La risposta non può essere soltanto: possiamo anche aiutarti a morire. Una società caro Veltroni si misura soprattutto davanti a chi è fragile. È facile proclamare la libertà quando davanti abbiamo una persona forte, autonoma, capace di scegliere. È molto più difficile stare accanto a chi non può più fare nulla, a chi dipende dagli altri per mangiare, lavarsi, respirare, vivere.
È lì che si comprende quale idea abbiamo dell’uomo. Se la dignità dipende dall’autonomia, allora la persona più fragile sarà inevitabilmente la persona meno protetta. Se invece la dignità appartiene all’uomo semplicemente perché è uomo, allora non diminuisce quando diminuiscono le sue possibilità. A me sembra che a forza di voler liberare l’uomo da ogni limite, rischiamo di lasciarlo solo proprio davanti ai suoi limiti più grandi: la nascita, la malattia, la sofferenza, la morte.
Non è un caso che proprio qui la fede cristiana custodisca una parola che oggi appare quasi scandalosa: mistero. La vita non è un problema da risolvere. Non è tutta nelle nostre mani. Non siamo noi ad aver deciso di esistere. Prima ancora di poter scegliere, siamo stati scelti dalla vita. Siamo stati accolti da qualcuno. Abbiamo ricevuto un nome, un volto, una storia. Questo non significa negare la libertà. Significa darle un confine umano.
Una libertà senza verità può trasformarsi facilmente nel potere del più forte. E il più forte, nel nostro tempo, non è necessariamente colui che ha più muscoli o più denaro. Può essere colui che ha più possibilità economiche, più accesso alla tecnica, più capacità di decidere. Mentre il più debole può essere il bambino che deve ancora nascere, il malato che non può parlare, l’anziano che dipende dagli altri. Prima ancora di nuove leggi bisognerebbe recuperare una domanda antica: da dove viene la vita e a chi appartiene? Perché se la risposta è che appartiene soltanto a noi, allora non esistono più limiti. Ma se la vita è un mistero che riceviamo, allora davanti a quel mistero possiamo ancora imparare la cosa più difficile e più umana: custodire, sempre.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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