9 Ottobre 2026

Mamma a 59 anni, papà a 70. Ma esiste un confine?

 

La nascita di Francesca Pia è una buona notizia. Una bambina che viene al mondo, che cresce, che prende peso, che oggi sta bene, porta con sé una gioia che non ha bisogno di altre spiegazioni. E non credo che si possa partire da un editoriale sulla procreazione medicalmente assistita dimenticando proprio questo: un figlio non è mai una statistica e una nascita non può diventare il bersaglio delle nostre obiezioni. Ma proprio perché c’è una bambina, e non soltanto il desiderio di due adulti, questa storia pone alcuni quesiti che dovremmo onestamente porci.

Francesca Pia è nata da una madre di 59 anni e da un padre di 70. Non conosciamo i dettagli del percorso che ha portato alla sua nascita e sarebbe scorretto inventarli. Sappiamo però che il concepimento è avvenuto attraverso un percorso di procreazione assistita e che la nascita è stata definita dal medico che ha seguito la coppia un evento «estremamente raro». La notizia, dunque, non è semplicemente quella di una maternità tardiva: è il risultato di una medicina che oggi può spingersi molto lontano nel tentativo di realizzare il desiderio di diventare genitori. E qui comincia la questione.

La legge italiana non considera la procreazione medicalmente assistita come uno strumento destinato semplicemente a soddisfare qualunque desiderio riproduttivo. La legge 40 parla di coppie «in età potenzialmente fertile» e colloca la PMA nell’ambito della cura della sterilità e dell’infertilità; soprattutto, afferma che la disciplina deve assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito. Non mi sembra una distinzione da poco. Un conto è dire che una coppia desidera profondamente un figlio e che la medicina può aiutarla quando esiste un problema di infertilità. Un altro è trasformare progressivamente la medicina riproduttiva nella possibilità di superare quasi ogni limite biologico posto dall’età.

Dunque fino a dove è ragionevole spingersi per realizzare il desiderio di avere un figlio? Se una donna di 59 anni non può accedere alla PMA a carico del Servizio sanitario perché la sua età è considerata incompatibile con quei criteri, che cosa accade quando quella stessa possibilità diventa acquistabile privatamente? La Campania, per esempio, ha previsto negli anni un limite di accesso alla PMA finanziata dal sistema pubblico che arriva al compimento del 46° anno. Ciò che il denaro può comprare non dovrebbe forse essere sottoposto agli stessi interrogativi etici ai quali è sottoposto ciò che lo Stato decide di finanziare? Altrimenti rischiamo di costruire una medicina riproduttiva a due velocità: una regolata dai limiti quando paga la collettività e una molto più elastica quando paga il singolo.

C’è un’altra questione per me importante: una madre di 59 anni avrà 69 anni quando la bambina ne avrà dieci, 79 quando ne avrà venti. Un padre di 70 anni ne avrà 80 quando sua figlia sarà adolescente. Sono circostanze che non rendono quei genitori meno degni d’amore, ma che introducono una questione concreta sulla quale sarebbe ipocrita non interrogarsi: quale arco di vita possiamo ragionevolmente mettere a disposizione di un figlio quando decidiamo di generarlo? La natura pone dei limiti che la medicina può talvolta spostare. Ma non tutto ciò che tecnicamente possiamo fare diventa, per questo solo fatto, qualcosa che necessariamente dobbiamo fare.

È questa, forse, la domanda che ci manca. Abbiamo passato anni a discutere del diritto ad avere un figlio. Ma dovremmo tornare a parlare anche della responsabilità di generare un figlio. Sono due cose diverse. Il desiderio può essere profondissimo, sincero, persino struggente. Ma un desiderio, per quanto grande, non diventa automaticamente un diritto illimitato quando dall’altra parte c’è una persona che non ha potuto partecipare alla decisione. Allora non dobbiamo avere paura di dire che esistono dei limiti. Non perché la vita sia meno preziosa oltre quei limiti, ma esattamente per il contrario: perché la vita è troppo preziosa per essere consegnata senza domande alla logica del “se possiamo farlo, allora possiamo farlo”. Francesca Pia merita tutta la nostra gioia. Merita di crescere amata, custodita, accompagnata. E forse proprio per rispetto verso di lei, e verso tutti i bambini che nasceranno domani, possiamo permetterci di porre una domanda che non ha nulla di crudele: non soltanto quanto lontano può arrivare la medicina per esaudire il desiderio di un figlio, ma quanto lontano è giusto che arrivi. Non tutto ciò che possiamo comprare dovrebbe diventare, per questo solo motivo, possibile. E soprattutto non tutto ciò che è possibile dovrebbe essere automaticamente considerato un diritto.



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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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