13 Ottobre 2026
La morte in diretta streaming e la civiltà e la giustizia fanno un passo indietro
Che cosa pensiamo di insegnare a una società quando, per punire un uomo che ha ucciso, decidiamo di ucciderlo a nostra volta in diretta? Negli Stati Uniti si torna a discutere di pena di morte dopo l’annuncio del Pentagono di voler trasmettere in diretta streaming l’esecuzione per fucilazione di Nidal Hasan, l’ex maggiore dell’esercito condannato per la strage di Fort Hood del 2009, quando tredici persone persero la vita e altre trentadue furono ferite. Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa, l’esecuzione è prevista per il 3 dicembre, se non interverranno ricorsi.
Senza dubbio nessuno può chiedere alle famiglie delle vittime di dimenticare. Nessuno può pretendere che una madre, un padre, un figlio trovino facilmente le parole per parlare di perdono davanti a una violenza che ha spezzato per sempre la loro vita. E nessuno può negare allo Stato il dovere di punire chi si è macchiato di delitti gravissimi e di proteggere i cittadini da chi rappresenta un pericolo ma proprio perché la giustizia è una cosa seria, non possiamo accontentarci di chiamare giusta qualsiasi risposta venga data al male. La sofferenza delle vittime merita rispetto, non può essere utilizzata per giustificare ogni forma di punizione, come se il dolore autorizzasse automaticamente a infliggere altro dolore.
È qui che si misura la differenza tra una società che cerca giustizia e una società che vuole soltanto dimostrare di essere più forte del colpevole. La pena di morte pretende di chiudere una storia cancellando il protagonista del delitto. Ma quale bene aggiunge alla comunità, se la sicurezza può essere garantita anche attraverso la detenzione? Che cosa restituisce a chi ha perso una persona amata? E quale principio afferma quando lo Stato, dopo aver stabilito che un uomo non aveva il diritto di togliere la vita ad altri, si attribuisce il potere di toglierla a lui?
C’è chi sostiene che la pena capitale serva da deterrente, che la paura della morte possa impedire ad altri di commettere delitti ma la paura non è un progetto educativo e la morte non è una lezione di responsabilità. Non basta infliggere una punizione terribile perché qualcuno comprenda il male commesso, né possiamo dare per scontato che l’esibizione della forza produca una società più sicura. La giustizia deve certamente porre un limite, ma un limite non coincide con la soppressione di chi lo ha oltrepassato. Punire per incutere paura significa affidarsi all’idea che gli uomini diventino migliori quando temono una violenza ancora più grande. È una concezione della persona povera, oltre che pericolosa, perché rinuncia a interrogarsi sulle ragioni del male, sulla responsabilità individuale, sulla prevenzione e sulla possibilità, per quanto difficile, di un cambiamento.
La questione diventa ancora più delicata quando si decide di trasmettere un’esecuzione. Non siamo più soltanto davanti a una pena che elimina definitivamente un condannato, ma al rischio di trasformare la morte in una rappresentazione. Quale messaggio arriva a chi guarda? Che la vita umana è inviolabile, oppure che può essere soppressa legittimamente quando a deciderlo è chi detiene il potere? Che la violenza è un male da contrastare, oppure che esiste una violenza accettabile, purché sia esercitata da un’autorità e accompagnata da una sentenza?
Papa Leone XIV è intervenuto il 10 ottobre, in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, ribadendo che la pena capitale è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona. Ha ricordato che il bene comune e le esigenze della giustizia possono essere tutelati senza ricorrere alle esecuzioni, grazie a sistemi di detenzione capaci di proteggere i cittadini senza sottrarre completamente ai colpevoli la possibilità di redimersi. Anche il cardinale Pietro Parolin ha contestato la scelta di trasformare la morte in uno spettacolo, osservando che esistono altre modalità di punizione, per quanto grave sia il delitto commesso.
La dignità umana non è un premio assegnato a chi si comporta bene, una medaglia che si può perdere dopo aver commesso un crimine. Se fosse così, non sarebbe più un fondamento, ma una concessione revocabile. La persona che ha ucciso resta responsabile di ciò che ha fatto, deve risponderne e può essere privata della libertà per impedire che faccia ancora del male ma non per questo cessa di essere una persona. È una posizione scomoda, lo so. Soprattutto quando il delitto è atroce e la tentazione di rispondere con una punizione definitiva sembra l’unica forma possibile di giustizia ma riconoscere la dignità di un assassino non significa dimenticare le persone che ha ucciso. Significa rifiutare che il valore della vita dipenda dalla condotta di chi la possiede e che il potere di decidere chi meriti di vivere possa diventare una prerogativa dello Stato. La giustizia che rinuncia all’umanità può anche incutere paura ma non per questo rende gli uomini migliori. Anzi.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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