A Pistoia, durante una seduta del Consiglio comunale la capogruppo della Lega, Cinzia Cerdini, ha ringraziato il vescovo di Pistoia e la Misericordia per la realizzazione di un cimitero destinato ai bambini mai nati. A quel punto è intervenuta Lavinia Ferrari, consigliera comunale di Alleanza Verdi e Sinistra, che ha posto una domanda destinata a suscitare molte reazioni: «Mi chiedo chi siano questi bambini mai nati. Se non sono nati non sono mai stati vivi». Non è mia intenzione puntare il dito contro Lavinia Ferrari. E non credo che la questione si risolva chiedendo le sue dimissioni, né trasformando una frase in una guerra tra schieramenti. Mi interessa piuttosto ciò che quella frase, proprio nella sua semplicità, porta allo scoperto. Chi è vivo? E da quando cominciamo a considerare qualcuno degno di essere pianto?
Faccio una difficoltà enorme mi capirete anche a fare una distinzione tra chi quel figlio morto prima che venisse alla luce era voluto o meno, stendendo una coperta sull’ipocrisia regnante per esempio del sindaco che pur difendendo la consigliera Ferrari, si è affrettato a dare solidarietà alle famiglie che hanno perso un figlio ma contemporaneamente ha richiamato il diritto delle donne che scelgono di interrompere una gravidanza. Ma a che gioco giochiamo? Questa è proprio la logica che la storia ci ha insegnato a temere. Nei campi di concentramento nazisti i corpi delle vittime venivano bruciati anche per cancellare le tracce dei crimini. Non bastava uccidere: occorreva, per quanto possibile, far sparire il corpo, il nome, la traccia, la memoria. Quelle persone dovevano diventare numeri, cenere, nessuno.
Non sto dicendo che esista una continuità tra ciò che è stato detto a Pistoia e la barbarie nazista. Sarebbe una forzatura storica e intellettuale imperdonabile. Sto dicendo un’altra cosa, molto più semplice e molto più inquietante: ogni volta che una società comincia a pensare che di una vita si possa cancellare la traccia perché quella vita non corrisponde ai criteri stabiliti dai più forti, deve stare molto attenta. La memoria dei morti è una delle prime forme di civiltà. Abbiamo costruito cimiteri per millenni proprio perché sappiamo che l’uomo non è soltanto ciò che produce, ciò che registra all’anagrafe, ciò che riesce a fare, ciò che rimane visibile agli altri. Anche quando un corpo non può più parlare, lavorare, scegliere o persino essere conosciuto, continuiamo a chiamarlo per nome perché sappiamo che quella persona è stata.
E allora un cimitero per i bambini morti prima della nascita non dovrebbe scandalizzare nessuno. L’idea che una madre o anche uno sconosciuto possa avere un luogo dove portare un fiore a suo figlio o ad un bambino abortito non è un’oscenità. È, semmai, una forma elementare di pietà. A volte penso che abbiamo paura dei morti perché ci ricordano che la vita non è sotto il nostro controllo. La cultura di oggi può scegliere nel caso di un bambino non voluto tutte le definizioni che vuole: «materiale biologico», «prodotto del concepimento», «gravidanza interrotta», «evento ostetrico». Le parole tecniche possono essere necessarie in ospedale e nelle leggi ma la madre che torna a casa o alla sua vita senza suo figlio non vive un evento ostetrico. Vive un lutto, che ne sia consapevole o meno.
Non c’è bisogno di condividere una fede cristiana per comprendere questo e nemmeno di condividere una particolare posizione sull’aborto. Basta riconoscere una cosa molto semplice: la dignità di una persona non può dipendere dalla durata della sua permanenza sulla terra. Un bambino può vivere nove mesi nel grembo di sua madre, nove settimane, nove giorni. Può vivere un’ora tra le braccia dei suoi genitori. Può non respirare mai autonomamente. Eppure può lasciare dietro di sé un amore che durerà tutta la vita. La domanda da rivolgere a noi stessi non è: «Chi sono questi bambini mai nati?». È un’altra. Che cosa siamo diventati noi, se davanti ad una vita affermiamo che essa non è mai esistita solo per difendere la nostra idea di libertà?
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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2 risposte su “Se non sono nati e non sono esistiti, allora chi sono?”
Grazie per il coraggio di porre la domanda .. le domande in modo giusto tra tanti giornalisti che ipocritamente e tra mille interessi biechi piccoli e grandi continuano a porle in modo da generare battaglie dí schieramento e quindi pareri pro guerra anziché pace
L’unico modo per la psiche umana di accettare l’aborto di Stato è affermare che nell’utero materno non c’è un essere umano ma uno zigote unicellulare, poi un embrione e poi un feto. Non lo si chiama mai bambino. Sarebbe insopportabile per la coscienza, che anche i laicisti hanno, uccidere un …bambino. Io che ho perso un fratellino di circa 5 mesi di gravidanza e la mamma diceva che era un “bel bambino” cosa dovrei dire ?