“È stato il destino ad averci condotto ad intraprendere questo percorso di affido, ad averci scelto”

Mani

foto: @Di KonstantinChristian - Shutterstock.com

di Monica Vacca, Gioele Serfilippi, Giorgia Barone e Alessia Parisse

“L’affido familiare è una fonte di crescita sia per il minore accolto che per la famiglia affidataria. I nostri bambini hanno capito il valore delle cose, hanno visto con i loro occhi diverse forme di povertà”. La storia di Caterina e della sua splendida famiglia.

Nulla accade per caso, ogni evento della vita si verifica affinché ognuno di noi possa comprendere come poter affrontare la quotidianità e come poter svolgere quel compito che, alla nascita, ci è stato assegnato. Un compito che Caterina, in modo precoce, ha scoperto e individuato nell’affido familiare. La sua prima esperienza di accoglienza è stata quella di Martina, una ragazza all’apparenza pacata e taciturna, con un vissuto difficile e un gran caos interiore.  

«L’avvicinamento al mondo dell’affidamento familiare è nato in modo abbastanza casuale anche se, a dire il vero, penso che tutto questo fosse scritto nel nostro destino − è con queste parole che inizia il racconto di Caterina −. Ripenso a quando scrissi la mia tesi di laurea, scelsi di approfondire il tema dell’autismo ma la relatrice mi chiese di optare per quello delle case famiglia. Ero titubante, in quanto quello per me era un mondo sconosciuto, ma accettai. In quel periodo, ricordo, partecipai ad un convegno inerente quel tema organizzato dall’associazione “Papa Giovanni XIII”. Seguirono poi, negli anni, le prime esperienze di lavoro che mi permisero di avvicinarmi ancor di più all’affido. Tutti questi eventi, ecco, mi fanno pensare che è stato il destino ad averci condotto ad intraprendere questo percorso, ad averci scelto». 

Caterina e suo marito, successivamente, si son prestati all’attività di educatori presso la loro parrocchia di appartenenza. In questo contesto, hanno avuto modo di sviluppare e coltivare il senso dell’accoglienza cristiana. Fondamentale, in questo senso, è stata la loro partecipazione ad incontri periodici organizzati con i gruppi delle famiglie affidatarie: inizialmente la coppia partecipava a queste riunioni come meri ascoltatori, col passar del tempo ne sono diventati membri effettivi.  

«Quando ci sposammo, forte era in noi il desiderio di intraprendere un percorso d’affido. Tuttavia, eravamo consapevoli di dover distinguere l’entusiasmo dell’idea dalla concreta accoglienza di un bambino all’interno della nostra famiglia. Esperienza che, tuttavia, abbiamo intrapreso dopo la nascita del nostro secondo figlio».

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«Martina arrivò nella nostra famiglia a 17 anni. Viveva stabilmente in una comunità e non vi erano prospettive di rientro in famiglia − afferma Caterina −. Lei ha visto in questo affido un’opportunità di vita: quando la incontrammo per la prima volta, si presentò con una torta in segno di gratitudine. Era un modo per poter manifestare la sua felicità. La conoscenza con Martina − continua a raccontare  − è avvenuta in modo molto graduale, abbiamo iniziato con incontri settimanali.  Solo successivamente, dopo un po’ di tempo, si è stabilita a casa nostra. I bambini, seppur piccoli, erano felicissimi di quest’esperienza. L’accoglienza da parte loro è stata immediata». 

«L’affido familiare è una fonte di crescita sia per il minore accolto che per la famiglia affidataria. Anche i nostri bambini − aggiunge fiera − hanno imparato tantissimo da quest’esperienza: hanno capito il valore delle cose, hanno visto con i loro occhi diverse forme di povertà, hanno sperimentato l’accoglienza di una persona straniera e hanno capito che non è diversa da noi, infine hanno conosciuto la distruttività causata dalle droghe allorquando hanno convissuto con figli di tossicodipendenti». 

«Tutto ciò, ovviamente − ci tiene a precisare Caterina −, non significa che non ci siano state delle difficoltà, anzi. Martina era una ragazza che aveva vissuto in contesti molto difficili e questo aveva determinato il suo lato caratteriale: una ragazza molto pacata che, però, non faceva trapelare nessun tipo di emozione, non riusciva ad esternare i suoi sentimenti, sia positivi che negativi. Era impassibile anche ai nostri richiami. Il supporto dell’assistente sociale si è rivelato fondamentale per noi, in otto anni non è mai mancata ad un incontro. È importante, durante questi percorsi, rivolgersi a persone competenti, così come importante è far avere al bambino o al ragazzo un supporto psicologico».

Martina attualmente ha 36 anni. Quando ne aveva 25, in un momento di grande difficoltà, decise di lasciare la famiglia affidataria con la speranza di rendersi indipendente. Tuttavia, non riuscì nel suo intento e fece ritorno nella sua famiglia di origine. 

«Nonostante tutti questi anni passati con noi, i suoi lati caratteriali non sono cambiati poi così tanto: resta una ragazza introversa ma, indipendentemente da questo, abbiamo mantenuto un rapporto ottimo, ci sentiamo spesso per accertarci che vada tutto bene». 

Con un sguardo dolce, e un po’ di commozione, Caterina aggiunge: «Durante l’affidamento di Martina, abbiamo fatto il possibile per assicurare lei tutto ciò di cui aveva bisogno. Tornassi indietro, rifarei tutto nello stesso modo…eravamo giovani e inesperti, ma ci siamo impegnati al massimo».

Ad oggi, Caterina e suo marito si sono trasferiti in una casa molto più grande. Hanno deciso di continuare questo percorso e, da pochi anni, hanno accolto due ragazze speciali con un affido sine die.  Ella ha concluso il suo racconto affermando che: «L’affido apre la mente e il cuore a vissuti differenti. I nostri problemi quotidiani, razionalizzando la realtà di altre situazioni, non sono nulla».Se questa testimonianza ha smosso il tuo interesse verso l’Affiancamento Familiare e vuoi saperne di più o se desideri dare la tua disponibilità per donare un pomeriggio a settimana ad un ragazzo, chiamaci al numero verde 800.66.15.92 oppure clicca qui.




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