Ex coniugi, non ex genitori. Dare voce ai bambini nei processi di separazione
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Di Valeria Spampinato, avvocato
La Riforma Cartabia e la più recente giurisprudenza chiedono di ripensare il rapporto tra separazione dei coniugi e responsabilità genitoriale. Al centro deve esserci il superiore interesse del bambino, con soluzioni concretamente adeguate alla sua storia e ai suoi bisogni. Dare effettivamente voce ai figli significa garantire loro un ascolto libero, competente e distinto dalle pretese dei genitori.
L’art. 9 della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo statuisce che “ogni bambino ha il diritto di vivere con entrambi i genitori, a meno che le autorità competenti non decidano, previa revisione giudiziaria, che la separazione è necessaria per il “superiore interesse del bambino” (ad esempio in caso di abuso o grave abbandono). Ed è bene sottolineare che la Convenzione di New York non parla genericamente di “minori”, categoria giuridica che rischia di essere anonima sul piano concreto, perché quando parliamo dei diritti dei “fanciulli” occorre avere ben chiaro che stiamo maneggiando vite pregiate e delicate come bicchieri di cristallo e che ogni decisione che incide sui loro diritti fondamentali a essere amati e protetti prima di diventare adulti, richiama tutti alla responsabilità di decidere come custodirli dal male.
Attraverso gli artt. 337-ter e ss. del Codice Civile, come novellati dalla Riforma Cartabia, è stato ormai recepito anche nel nostro ordinamento il principio della “bigenitorialità”, che ha dato avvio ad un processo di elaborazione giurisprudenziale approdato nell’ordinanza n. 1486/2025, con la quale la nostra Suprema Corte di Cassazione ha definitivamente superato il principio della “maternal preference”, stabilendo che “i giudici devono valutare caso per caso quale sia la soluzione migliore per il minore, senza alcun automatismo di collocamento presso la madre”.
Da qui si è aperta la strada a una sempre maggiore attenzione dei giudici per superare il modello tradizionale, spesso problematico, dell’affido condiviso, cercando soluzioni sempre più conformi e adattabili al concreto contesto familiare anche attraverso il cosiddetto “affido paritetico”.
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Mi piace pensare, però, che questa evoluzione giurisprudenziale possa favorire un vero e proprio cambio culturale, affinché i genitori comprendano che il primo vero atto di amore di un genitore è la presa di coscienza che i bambini non appartengono a nessuno e che prendersi cura di un bambino significa aprirsi alla disponibilità di sacrificare le proprie pretese per la loro felicità.
Da una statistica curata dalla Dott.ssa Graziella Trovato (psicologa e coordinatrice genitoriale) su un campione di figli ormai adulti – ai quali è stato chiesto quali comportamenti da parte dei loro genitori avrebbero preferito vedere nel corso della loro separazione – il 93% degli intervistati ha affermato di avere sofferto la privazione della presenza quotidiana di un genitore con il quale, neppure in età adulta, è riuscito a costruire un legame significativo, con scompensi affettivi ed emotivi di cui ha pagato inconsapevolmente le conseguenze anche da adulto.
Siamo costretti a prendere atto, impotenti, degli effetti dell’applicazione di un Diritto di famiglia che ha contribuito a sconvolgere gli assetti naturali della genitorialità e che, di fatto, ha annientato nella pratica dei tribunali il “superiore interesse del bambino”.
Partecipando ad un convegno organizzato dall’ONDIF, con la collaborazione dell’AIMeF, in tema di “Nuove frontiere del Diritto di Famiglia”, mi ha notevolmente sorpreso l’appello lanciato dai Giudici della prima sezione civile del Tribunale di Catania (Dott.ssa Marletta e Dott.ssa Gennaro) le quali, rivolgendosi a una platea costituita da avvocati familiaristi, hanno ammesso la loro incapacità, sulla base dei soli ricorsi per separazione che ricevono, di assumere le migliori decisioni per i bambini in linea con lo spirito della Riforma, in quanto la storia e la vita dei protagonisti della vicenda familiare in esame vengono spesso banalizzate dagli stessi avvocati attraverso formule sterili e un linguaggio tecnico che, pur valendo in generale per tutti, nulla dice della quotidianità dell’intera famiglia coinvolta.
A detta dei giudici, gli avvocati, limitandosi a garantire ai rispettivi coniugi assistiti una “difesa tecnica” al solo scopo di raggiungere il traguardo del riconoscimento delle proprie pretese a discapito dell’altro, fanno fatica ad adeguarsi alle nuove normative, opponendo resistenza all’utilizzo dei nuovi strumenti forniti dall’ordinamento per stemperare la conflittualità degli ex coniugi, dimenticando che l’essere ex coniugi non significa anche diventare ex genitori.
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La riforma Cartabia, invece, nel suo impianto complessivo, evidentemente ancora poco recepito dagli avvocati, vuole rappresentare un vero e proprio cambio culturale anche per l’avvocatura proprio a partire dal pieno rispetto della storia familiare oggetto del giudizio, e di tutti i componenti del nucleo familiare.
Questa Riforma mira non solo a supportare gli ex coniugi in un percorso di ricostituzione di un assetto familiare quanto più rispettoso dei diritti dei bambini – mantenendo rapporti significativi con entrambi i genitori – ma riconosce come anche l’affectio maritalis (che quasi sempre viene a mancare solo per uno dei coniugi) non può cessare del tutto per la sola cessazione della convivenza.
È fondamentale che gli ex coniugi, anche se non hanno imparato a dialogare in costanza di matrimonio/convivenza, imparino a dialogare per amore dei figli attraverso percorsi di mediazione familiare e sostegno genitoriale, supportati da professionisti qualificati inseriti in appositi elenchi tenuti dai Tribunali.
La ratio della Riforma è accompagnare, sul nascere, situazioni di possibile contrasto e di conflittualità, spesso esasperate dal ripiegamento su se stessi degli ex coniugi, ma possiamo dire che lo scopo principale della Riforma, in linea con la Convenzione di New York, non sempre adeguatamente attuata, è principalmente aiutare gli ex coniugi verso una maggiore consapevolezza della loro responsabilità genitoriale, staccandoli dall’idea che il bene dei figli sia solo nelle loro mani.
La richiesta, che talvolta diventa pretesa, dell’affido con collocamento prevalente, infatti, non può più prescindere dalla garanzia di dare voce al dolore dei figli. E questo ascolto non deve restare una lontana possibilità che i genitori ostacolano con ogni mezzo processuale, perché con umiltà devono accettare che non sono in grado di ascoltare i loro figli, i quali hanno un diritto proprio e distinto da quello dei genitori di essere ascoltati da un curatore speciale dell’ascolto adeguatamente formato per aiutare i bambini ad aprire serenamente il loro cuore.
I bambini potranno essere accompagnati anche in una graduale consapevolezza che i genitori non sono perfetti, e possono anche loro sbagliare, ma che questo non cancella l’amore per loro e comprendere che a loro non è richiesto un giudizio sui genitori (la pretesa più crudele che i genitori rivolgono spesso ai figli) ma che possono esprimere liberamente tutte le loro emozioni senza il ricatto morale della scelta di essere collocati con un genitore piuttosto che con un altro.
Forse se tutti – genitori e operatori di giustizia – seguiremo questa nuova strada, potremo avere nel prossimo futuro una generazione di figli che non perderanno la fiducia nel fatto di essere e restare per sempre amati da entrambi i genitori.
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