VITA NEL GREMBO

Giornata internazionale per chi ha perso un figlio in gravidanza o post-parto

di Federica Piccolo

Dopo la morte di un figlio in grembo, di solito si crea una spirale di silenzio: non si nomina il bambino neanche per sbaglio, “è stata solo una brutta esperienza” e va allontanata al più presto per non rischiare che la tristezza sia troppa; ma come si fa a dimenticare un bambino, attorno al quale tutto è girato per mesi? Ecco perché domani, 15 ottobre, si celebra il “Babyloss Awareness Day”, giornata dedicata ai genitori e alle famiglie che perdono un figlio durante la gravidanza o dopo la nascita. 

Milioni di persone si incontrano per commemorare i bambini volati via troppo presto, illuminando i monumenti di rosa/azzurro come gesto simbolico. L’appuntamento nasce per favorire la conoscenza e la consapevolezza della cittadinanza sul lutto perinatale, facendo luce sulle implicazioni nella vita dei genitori coinvolti, e per chiedere ai governi di azzerare le morti perinatali evitabili, migliorando l’assistenza alle In Italia le attività attorno al 15 ottobre sono coordinate dall’Associazione Ciao Lapo, fondata nel 2006 per occuparsi della salute della mamma e del bambino, assicurando attività di prevenzione sui fattori di rischio e di sensibilizzazione. 

Tra i suoi principali risultati segnaliamo, la partecipazione alla stesura delle Raccomandazioni italiane per l’assistenza alla morte in utero, documento che mira ad abbattere le diseguaglianze nella gestione clinica e psicologica della morte in utero, garantendo a tutti i genitori lo stesso standard di assistenza, in ogni ospedale italiano. 

In Italia viene definito “nato-morto” il feto partorito senza segni di vita dopo circa 25 settimane di gestazione e benché la prevalenza del fenomeno si attesti intorno a 3-4 su 1000, la natimortalità rappresenta ancora un tabù. Non se ne parla ai corsi di accompagnamento alla nascita, alle visite e nemmeno sui social media. Evitare di menzionare la possibilità non esclude che si verifichi e, quando accade, la carenza di informazione determina un impatto emotivo ancor più forte nelle coppie, con esiti talora devastanti sull’integrità psicofisica e sociale. 

A questo si aggiunga che la scienza ancora non è in grado di fornire informazioni sulle cause di morte in oltre il 50% dei nati morti tardivi. Questo equivale a non trovare una ragione: per un essere umano, la cosa peggiore che possa accadere, peggiore anche del lutto e di tutto ciò che a esso consegue. 

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È impossibile cercare di descrivere il turbine di emozioni che investe, in particolare, la madre, in seguito ad un evento simile, portare nel grembo un piccolo per mesi, preparare, sognare, e poi in un attimo perdere tutto, spesso senza saperne il perché e sentirsi in colpa comunque, sola, l’unica! 

Immediatamente il circolo familiare si chiude a testuggine, per proteggere quella madre ma anche per isolarla, nel suo dolore, nel bisogno di condivisione. La notizia corre silenziosa, non si chiede, per non scoprire lo strazio. Si piange, ma solamente di nascosto. Non si nomina il bambino, neanche per sbaglio, è stata solo una brutta esperienza e va allontanata al più presto per non rischiare che la tristezza sia troppa e non se ne riesca più a “guarire”. Ma come si fa a dimenticare un bambino, attorno al quale tutto è girato per mesi? Come si fa a non guardare tutte le sue cose, i momenti passati insieme e tutti i progetti rimasti? Come si fa a fare finta di niente? Oppure come si fa a farlo e tenerselo per sé? La negazione genera sofferenza, solitudine, fa sentire sbagliati. Ecco perché la divulgazione ed eventi come il Babyloss Awareness Day, un giorno in cui famiglie, operatori e istituzioni possono affrontare insieme la complessità del lutto perinatale e onorare il ricordo di questi bambini. È fondamentale fare luce sull’importanza di dare sostegno diretto alle famiglie, formare gli operatori sugli aspetti psicologici e psicosociali dell’assistenza al lutto in gravidanza e dopo la nascita. La sensibilità e i modi di fare personali, benché espressi in buona fede, non sono sufficienti a sostenere una madre, una famiglia colpita da lutto perinatale e si sottovaluta la necessità dell’elaborazione condivisa. Informarsi, capire cosa è successo e cosa è necessario per attraversarlo insieme, può fare tutta la differenza.

Qui si inserisce il lavoro di associazioni e volontari che operano nei punti nascita promuovendo la ricerca in campo medico e psicologico, buone pratiche di assistenza fin dal ricovero, dimissione e post, svolgendo corsi di formazione gratuita per gli operatori dell’area materno infantile. Perfino l’INPS, tra le tante tutele che riserva a maternità e paternità, prevede che, al verificarsi di: interruzione di gravidanza a 180 giorni dall’inizio della gestazione, decesso del bambino alla nascita o durante il congedo di maternità, la lavoratrice può astenersi dal lavoro per l’intero periodo di congedo di maternità; parimenti, il padre. Se perfino lo Stato riconosce un periodo congruo di riposo ed elaborazione per chi ha perso un figlio, perché ci si aspetta che dimentichiamo, da un giorno all’altro, i nostri bambini come il ricordo di una brutta esperienza?




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