20 Marzo 2026

Il copione della “morte compassionevole”: la Scozia dice NO

Non vi sembra che ci sia un copione che ritorna, quasi identico, nei passaggi più delicati della vita umana? Cambiano i contesti, cambiano le parole d’ordine, ma la struttura narrativa resta sorprendentemente la stessa. È quanto emerge con chiarezza anche dopo il recente voto del Parlamento scozzese, che ha respinto – per grazia di Dio –  la proposta di legalizzare il suicidio assistito. I sostenitori dell’eutanasia battevano su un principio: senza una legge, i malati terminali sarebbero “costretti” ad andare all’estero per morire. Una formula che mi suona familiare. È la stessa utilizzata per anni nel dibattito sull’aborto: senza legalizzazione, le donne sarebbero state “costrette” a ricorrere a pratiche clandestine. Molti commentano i miei articoli sulla vita nascente con questo tipo di osservazione.

Quello che è certo è che in entrambi i casi, la pressione emotiva si fonda su una rappresentazione drammatica e reale della sofferenza. Ma proprio qui si annida il nodo più profondo che vale la pena chiarire. La sofferenza esiste, ed è ingiusto negarla o minimizzarla, tuttavia, trasformarla in leva per giustificare la morte come soluzione significa compiere un salto culturale importante perché non si pensa più ad alleviare il dolore, ma ad eliminare chi soffre. È di questo che si tratta. Presentare la legalizzazione come atto di “compassione”, quando in realtà segna un cambiamento radicale nel modo in cui la società guarda alla fragilità e alla risoluzione di problemi tutt’altro che marginali.

Il no del parlamento scozzese ha il merito di far emergere le conseguenze di lungo periodo di questa impostazione culturale. Non si tratta solo di approvare una legge, ma di diffondere una mentalità che, una volta introdotta, tenderà ad allargarsi. L’esperienza di altri Paesi lo dimostra: dai malati terminali si passa ai cronici, poi ai depressi, poi a chi non può permettersi cure adeguate. Il criterio non è più la gravità oggettiva della condizione, ma la percezione soggettiva della qualità della vita come nell’aborto oggi vale soprattutto la percezione emotiva della donna (non è il momento, non mi sento pronta, non potrei fare da madre ad un figlio disabile…). Non si tratta di giudicare qualcuno bensì di rispondere onestamente ad una domanda: che valore ha una vita? È degna solo se autonoma, efficiente, libera dal dolore? Oppure mantiene un valore intrinseco, anche nella dipendenza, nella malattia, nella vulnerabilità, nel suo essere piccolo e indifeso?

Un secondo elemento merita di essere sottolineato di quello che è accaduto in Scozia: la Chiesa ha fatto la sua parte, si è espressa con chiarezza, entrando nel merito del dibattito e schierandosi dalla parte dei più deboli. Non è scontato. Nella Nota firmata da John Keenan, presidente della Conferenza Episcopale di Scozia, si legge: “Molte organizzazioni di ispirazione religiosa, tra cui gli hospice e le case di cura cattoliche, portano avanti valori fondamentalmente incompatibili con l’introduzione del suicidio assistito. La Conferenza Episcopale sostiene che nessuna organizzazione dovrebbe essere obbligata dallo Stato a partecipare alla cessazione volontaria della vita quando ciò violerebbe i suoi principi etici o religiosi”. Difendendo l’obiezione di coscienza dei medici e le strutture sanitarie che rifiutano pratiche eutanasiche la Chiesa scozzese ricorda che proprio nei momenti di maggiore fragilità emerge la responsabilità collettiva: quella di non lasciare solo chi soffre. Sì, la Chiesa entra anche in queste dinamiche. Smettiamola di pensare che deve occuparsi solo della vita interiore o della liturgia. La Chiesa ama l’uomo nella sua integralità e pienezza. Deve intervenire e dire la propria anche nel dibattito pubblico, politico e sociale, perché è la voce degli ultimi.

Il voto scozzese non chiude il dibattito, ma possiamo senz’altro dire che rappresenta un segnale importante e spero che anche in altri Paesi, come l’Italia, possa costituire un monito importante per contrastare quella mentalità che offre la morte come risposta alla sofferenza smettendo di prendersi cura dei suoi membri più fragili.



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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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