Incinta per la seconda volta, l’azienda la fa sentire in colpa
Oggi il racconto di Teresa (nome di fantasia) che ha vissuto un’esperienza drammatica: nel suo ambiente di lavoro la seconda gravidanza è stata considerata un affronto all’azienda. Le hanno fatto pesare in vari modi la scelta di allargare la famiglia. Oggi lasciamo la parola a lei, ma raccoglieremo tutte le testimonianze che vorrete segnalarci, per iniziare, nel nostro piccolo, un’opera di sensibilizzazione su questo argomento così importante.
«Quando aspettavo il mio primo figlio, mi sentivo accolta e sostenuta. Tutti mi fecero gli auguri e, dopo la nascita, il mio datore di lavoro venne persino a trovarmi a casa per conoscere il bambino. Vivevo la maternità con serenità, senza la sensazione di dovermi giustificare. Con la seconda gravidanza, invece, tutto cambiò. Sembrava che stessi chiedendo troppo. Come se quella nuova maternità fosse un problema per l’azienda, una piccola realtà privata nella quale lavoravo da anni. Mi sentivo osservata, giudicata. Passando nei corridoi, il titolare mi diceva: “Che sia l’ultima volta!”. Come si fa a rivolgere queste parole a una giovane donna incinta? Poco alla volta iniziai a percepire che quella figlia non era vista come una gioia, ma come un peso. Mi fecero sentire in colpa per aver desiderato un secondo bambino, come se stessi mettendo in difficoltà l’azienda con una scelta personale e legittima.
Il clima peggiorò ulteriormente durante la gravidanza. Senza alcun confronto preventivo, fui trasferita in un altro reparto. Una mattina arrivai al lavoro e trovai il mio computer già spostato al piano inferiore. Nessuno mi aveva avvisata. Quello che veniva presentato come un semplice cambiamento organizzativo aveva tutto il sapore di un demansionamento. Al sesto mese di gravidanza, il responsabile del nuovo ufficio mi convocò per un colloquio. Voleva manifestarmi la sua delusione perché non gli avevo comunicato personalmente di essere incinta. Disse di averlo scoperto da solo. Poco importava che io avessi già informato il mio precedente superiore e che ormai la notizia fosse nota a tutti. Anche quella contestazione contribuì a rafforzare una sensazione che mi accompagnava da mesi: quella bambina era considerata un intralcio. Nel frattempo, una collega non perdeva occasione per aggredirmi verbalmente ogni volta che qualcosa non corrispondeva alle sue aspettative. Ogni giornata lavorativa diventava più pesante della precedente. Quando arrivò il momento della maternità ero esausta. Me ne andai convinta che non sarei mai più tornata in quel posto. Dopo la nascita della bambina le cose cambiarono. Il tempo attenuò la rabbia e la delusione. Inoltre, con due figli da mantenere, avevo bisogno di quel lavoro. Così decisi di rientrare. Ma non ho mai dimenticato ciò che ho vissuto. Quella che avrebbe dovuto essere una delle stagioni più belle della mia vita si trasformò in un incubo.»
Questa testimonianza apre una riflessione tanto scomoda quanto necessaria. Da anni si parla di denatalità, di sostegno alle famiglie, di bonus, incentivi e agevolazioni. Sono strumenti importanti, ma da soli non bastano. Nessuna misura economica sarà davvero efficace se non sarà accompagnata da un cambiamento culturale profondo.
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Troppo spesso, in Italia, nei luoghi di lavoro, la maternità continua a essere percepita come un problema organizzativo, un costo da sostenere o un ostacolo alla produttività. Eppure ogni bambino che nasce rappresenta una risorsa per l’intera società. Senza nuove generazioni non esiste futuro, non esiste crescita.
Già alla fine dell’Ottocento, Papa Leone XIII, nell’enciclica Rerum Novarum, metteva in guardia dai rischi di un sistema economico incapace di rispettare i tempi della famiglia e della maternità. Pur con categorie proprie del suo tempo, il nucleo della sua riflessione conserva una sorprendente attualità: una società che costringe una donna a scegliere tra il lavoro e l’accoglienza di una nuova vita è una società che ha smarrito qualcosa di essenziale.
È giusto che le donne possano studiare, lavorare e realizzarsi professionalmente. Ma se l’emancipazione significa impossibilità di vivere serenamente una gravidanza, di seguire i tempi del proprio corpo o di dedicarsi ai figli senza sentirsi penalizzate, allora il progresso si trasforma in schiavitù.
Una società davvero moderna non è quella che costringe le madri a adattarsi a ogni costo ai ritmi della produzione. È quella che riconosce il valore sociale della maternità e crea le condizioni perché nessuna donna debba sentirsi in colpa per aver messo al mondo un figlio.
Care lettrici e cari lettori, se anche voi avete vissuto esperienze simili, scriveteci. Vogliamo dare voce alle vostre storie perché possano diventare occasione di riflessione e strumento di cambiamento. Ogni testimonianza conta. Ogni racconto può aiutare a scardinare pregiudizi, a denunciare situazioni inaccettabili e a promuovere una cultura che riconosca nella maternità e nella paternità non un ostacolo, ma un bene per tutta la società. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per aver scelto di accogliere una nuova vita. Per questo vogliamo ascoltare le vostre esperienze e condividerle. Potete scriverci all'indirizzo: galatolo.cecilia@gmail.com.
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