Donne che abortiscono pur non volendo: ci interessa anche la loro libertà?

“Sono a tempo determinato. Perderò il lavoro?”, “E se io il padre ci lasciamo? Le cose tra noi non vanno…”, “Sono troppo giovane, cosa diranno i miei?”. Sono solo alcune delle decine di domande che possono affollare la mente di una donna che affronta una gravidanza non prevista.  Qualcuno afferma: “Chi non vuole abortire non lo faccia, ma lasci in pace chi vuole abortire”. Spesso, a parlare così sono gli stessi che lamentano la presenza dei Volontari per la Vita nei consultori o negli spazi pubblici in generale. È chiaro che una buona fetta dell’opinione pubblica ignora che quel “chi non vuole non lo faccia” è un’utopia per molte.

Stiamo trattando, negli ultimi giorni, il tema della mancata libertà di scelta per molte donne che si sentono costrette ad abortire. Perché tanti possono essere i fattori che portano la donna a percepire desolazione e a sentirsi come intrappolata in un vicolo cieco. In questo tunnel, l’aborto appare come l’unica strada.

L’espressione “chi non vuole abortire, non lo faccia” sembra, a prima vista, una difesa semplice della libertà individuale. In realtà, rischia di semplificare in modo eccessivo una condizione molto più complessa: quella delle donne che arrivano all’interruzione di gravidanza non in un contesto di autodeterminazione, ma dentro pressioni esterne, fragilità economiche o dinamiche relazionali coercitive.

Quando si parla di libertà di scelta, si tende spesso a immaginare un soggetto isolato, autonomo, capace di decidere senza interferenze. Ma nella vita reale le decisioni avvengono dentro reti di relazioni, vincoli materiali e paura per il futuro. Una donna può trovarsi a scegliere l’aborto non perché lo desideri, ma perché non intravede alternative praticabili: un partner violento o manipolatorio che rifiuta il sostegno, una famiglia che impone un ultimatum, una condizione economica tale da rendere impossibile immaginare un futuro dignitoso per sé e per il bambino, oppure l’assenza totale di una rete di supporto.

In questi casi, ridurre tutto a un semplice “basta non farlo” significa ignorare il peso concreto delle circostanze. Significa essere ingenui, superficiali e non vedere che l’autonomia può essere compressa, indebolita o addirittura svuotata quando mancano alternative reali.

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I commenti che riceviamo costantemente ai nostri articoli ci portano a fare una considerazione: la discussione pubblica sull’aborto non può limitarsi a una contrapposizione astratta tra “libertà di abortire” e “libertà di non abortire”. Esiste, in mezzo, una realtà molto variegata, fatta di ferite, sogni infranti, dolori nascosti, timori di vario tipo.

Ignorare questa dimensione porta a una forma di semplificazione pericolosa: si finisce per attribuire ogni decisione esclusivamente alla volontà individuale, senza vedere i condizionamenti. Vederci coma monadi capaci di pensare e risolvere tutto senza l’intervento di nessuno manda in frantumi concetti tanto importanti come la solidarietà, la prossimità, l’essere comunità.

Nessuno di noi è un’isola, neppure – anzi, a maggior ragione! – le donne incinte, che spesso sono confuse e provate. Non tutte, ma alcune di loro in un momento di cambiamento importante come l’inizio di una gravidanza, percepiscono più il peso che la gioia, soprattutto per i fattori esterni: “Sono a tempo determinato. Perderò il lavoro?”, “E se io il padre ci lasciamo? Le cose tra noi non vanno…”, “Sono troppo giovane, cosa diranno i miei?”.

È il peso dell’incertezza a diventare insopportabile. I Volontari per la Vita, tanto ingiustamente attaccati, restituiscono alla donna la possibilità di scegliere davvero, perché aiutano a vedere soluzioni concrete per le loro difficoltà e paure. Accogliere il contributo che offrono è un passo di civiltà. Se non vogliamo accettare il loro operato per amore alla vita, accettiamolo almeno in nome del principio di libertà che troppo spesso sta solo sulle nostre labbra.

Per contattare la Segreteria Nazionale del Movimento Per la Vita Italiano: +39 06 68301121




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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