Pace su Gerusalemme, la rivoluzione dei piccoli gesti
Foto Cardinale Pizzaballa: Di Francescamarialorenzini - Opera propria, CC BY 4.0
A tre anni dal 7 ottobre, la Terra Santa è ancora prigioniera di un trauma che nessuno sembra voler guarire ma in mezzo a questo dramma ci sono uomini che non possono permettersi il lusso di disperare. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, è uno di questi uomini.
Un video su YouTube lo mostra mentre esce di casa quando la città è ancora avvolta dal buio, attraversare le strade quasi deserte della Città Vecchia, percorrere quei vicoli di pietra che conducono al Santo Sepolcro, dove la morte e la risurrezione di Cristo continuano a interrogare la storia. Si ferma davanti a qualche bottega, una di quelle poche ancora aperte, scambia qualche parola con un commerciante che resiste alla tentazione di abbassare definitivamente la saracinesca, si informa sulla famiglia, su un figlio che non è tornato, sugli affari che non vanno. Sono incontri ordinari, di quelli che in tempo di pace non farebbero notizia, ma che in una città ferita diventano un modo per dirsi che si è ancora vivi e che non tutto è perduto.
È una Gerusalemme che conosce bene, quella che il patriarca attraversa ogni giorno, una città nella quale la fede non può essere separata dalla carne delle persone, dalle loro paure, dalle case abbandonate, dalle attività commerciali che non riescono più a sopravvivere. Le mura del Patriarcato latino, che da oltre 170 anni custodiscono la storia di questa comunità, hanno visto succedersi imperi, conflitti e dominazioni. Eppure, come ha raccontato Pizzaballa in una recente intervista a Repubblica, gli ultimi tre anni sono stati particolarmente intensi, persino per chi è abituato a vivere in una terra dove la pace è sempre stata un orizzonte difficile da raggiungere.
Il 7 ottobre 2023 ha segnato uno spartiacque, una ferita che non ha smesso di sanguinare e che, a tre anni di distanza, continua a condizionare la vita di israeliani e palestinesi. «Non siamo ancora usciti da quel giorno», ha osservato il cardinale, riconoscendo che entrambe le popolazioni sono intrappolate in un trauma profondo e irrisolto. «Siamo bloccati». Parole che non arrivano da un osservatore distante, da qualcuno che può permettersi di analizzare il conflitto attraverso le categorie della geopolitica, ma da un pastore che vive quotidianamente accanto a uomini e donne per i quali la guerra non è una notizia da seguire sullo schermo, bensì una realtà che entra nelle case, interrompe il lavoro, spezza le relazioni e compromette persino la possibilità di immaginare il futuro.
C’è un passaggio dell’intervista molto significativo. Pizzaballa denuncia la mancanza di empatia tra i due popoli, l’incapacità di riconoscere nell’altro una persona prima ancora che un avversario. È come se, dopo il 7 ottobre, lo sguardo si fosse definitivamente deformato, incapace di oltrepassare il confine della propria sofferenza per accorgersi di quella altrui. Il dolore, quando non trova qualcuno che lo accolga, può diventare una prigione; quando viene alimentato dalla paura e dalla rabbia, rischia di trasformarsi in una giustificazione permanente della violenza.
Non si tratta di mettere sullo stesso piano responsabilità, decisioni politiche e vicende storiche differenti, né di cancellare la specificità delle vittime e delle ingiustizie. Si tratta di riconoscere che nessuna pace sarà possibile finché l’altro continuerà a essere percepito soltanto come una minaccia. Il patriarca lo aveva già espresso, nel primo anno di guerra, raccontando quanto fosse diventato difficile persino per lui, che aveva dedicato gran parte della propria vita a costruire ponti tra israeliani e palestinesi, mantenere aperte relazioni umane che improvvisamente sembravano impossibili. Si era sentito impotente, quasi inutile, proprio perché il suo ministero era quello di unire e non di contrapporre. Eppure, aveva aggiunto, quando la sua gente lo cercava, quando aveva bisogno di vederlo e di ascoltare una parola, capiva che doveva esserci. È forse questa una delle responsabilità più difficili di un pastore: rimanere presente anche quando non possiede risposte e quando la sua stessa presenza sembra incapace di cambiare le cose.
A Gerusalemme, intanto, la vita continua a consumarsi in una quotidianità sospesa. La guerra, spiega Pizzaballa, non ha più l’intensità devastante di prima, ma questo non significa che le condizioni siano migliorate. A Gaza la ricostruzione non è cominciata, le necessità più elementari restano insoddisfatte e l’arrivo dell’inverno minaccia di rendere ancora più drammatica la vita di chi è costretto a vivere nelle tende. Quando i bombardamenti si attenuano, emergono domande che durante la fase più violenta del conflitto non era neppure possibile formulare: dove vivere, come curarsi, come mandare i bambini a scuola, come procurarsi il cibo, come ricominciare a lavorare. La fine dei combattimenti non coincide necessariamente con la fine della sofferenza. A volte, quando il rumore delle armi diminuisce, il dolore diventa persino più udibile.
E tuttavia, proprio a Gaza, la riapertura della scuola parrocchiale è stata una piccola festa. Pizzaballa ha raccontato che quel giorno molti piangevano, commossi dalla possibilità di ritrovare, almeno per qualche ora, una parvenza di normalità. Raccontando poi la solidarietà ricevuta dalla comunità cristiana di Terra Santa, il patriarca ha ricordato la donazione di un dollaro arrivata da una persona di un Paese africano, di cui non ricorda neppure il nome. Altri hanno offerto somme ben più consistenti, ma quel piccolo contributo lo ha particolarmente commosso perché quel dollaro, probabilmente frutto di qualche rinuncia, conteneva una dichiarazione di vicinanza che non aveva bisogno di molte parole: qualcuno, dall’altra parte del mondo, si era accorto della loro sofferenza e aveva deciso di non rimanere indifferente.
Mi domando quanto sia difficile, per un cristiano che vive in quella terra, continuare a parlare di fraternità quando la vita quotidiana sembra smentirla continuamente. Quanto costi perdonare, o anche soltanto non cedere all’odio, quando il proprio dolore non trova ascolto e le proprie attese vengono continuamente deluse. Il Vangelo non chiede di negare la realtà, di chiamare bene il male o di tacere davanti all’ingiustizia. Chiede, piuttosto, di non permettere al male di avere l’ultima parola sulla nostra umanità. Ed è una richiesta che, prima di essere rivolta a chi vive in Terra Santa, riguarda ciascuno di noi.
Mentre attendiamo che la politica trovi il coraggio di compiere la propria parte, c’è una domanda che riguarda anche la nostra vita. Che cosa facciamo noi, concretamente, perché il dolore di chi è lontano non diventi un rumore di fondo? Quanto spazio concediamo alla preghiera, all’informazione seria, alla solidarietà, alla possibilità di ascoltare anche le ragioni e le sofferenze di chi non appartiene al nostro mondo? Non possiamo risolvere il conflitto mediorientale dalle nostre case, ma possiamo rifiutarci di alimentare la disumanizzazione, di trasformare le vittime in argomenti da contrapporre e di considerare la pace una questione che riguarda soltanto chi vive dall’altra parte del Mediterraneo.
Nelle mattine gerosolimitane, quando le strade sono ancora silenziose e il cardinale si incammina verso il Santo Sepolcro, forse la preghiera più difficile che il presule rivolge a Dio è proprio quella di custodire il cuore dall’indurimento perché si può essere circondati dalla sofferenza e, a poco a poco, smettere di lasciarsene toccare. Si può assistere alla distruzione e arrivare a considerarla inevitabile. Si può persino continuare a parlare di pace senza credere più che sia possibile. E allora, mentre il cardinale raggiunge il luogo in cui i cristiani celebrano la vittoria della vita sulla morte, penso a quel commerciante che solleva la saracinesca, ai bambini che tornano a scuola, a quel dollaro arrivato da un Paese africano e a tutte le persone che, senza comparire nelle cronache, continuano a scegliere la vicinanza. La pace comincia anche da qui, da gesti che non hanno la pretesa di cambiare la storia, ma impediscono alla storia di cancellare l’umanità.
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