2 Marzo 2026

Accompagnare il desiderio del “per sempre”

Un amore non è amore per la vita / Se non ha affrontato la più ripida salita”: Sal Da Vinci scala la vetta del Festival di Sanremo con un testo sull’amore. Qual è la novità? Da decenni la manifestazione canora più famosa in Italia, e non solo, esalta i sentimenti. Eppure questa volta il testo sembra una nota stonata nella nostra cultura. Viviamo immersi nella frammentarietà. Le notizie scorrono veloci e si cancellano a vicenda. Le tragedie del mondo – guerre, violenze, ingiustizie – ci attraversano lo schermo in queste ore e, a forza di ripetersi, rischiano di non attraversare più il cuore. Ci difendiamo diventando un po’ cinici, un po’ spettatori. Anche nei sentimenti impariamo a trattenere il fiato: non investire troppo, non promettere troppo, non credere troppo.

Eppure, quando qualcuno canta “Saremo io e te / Per sempre”, qualcosa in noi si scuote. È come se il cuore dicesse: ecco, è questo che voglio. Non un’emozione intensa ma breve. Non un amore a tempo determinato. Voglio una casa, non una tenda e un amore che attraversa la salita e proprio per questo può promettere perché ha guardato in faccia la fatica. Il secondo desiderio che la canzone intercetta è ancora più profondo: il bisogno di trascendenza. “Con la mano sul petto / Io te lo prometto / Davanti a Dio”. L’amore umano, per reggere, ha bisogno di uno sguardo più grande. Il “per sempre” tra due persone fragili può durare solo se custodito da un Eterno.

Qui il pensiero corre a Giovanni Paolo II, che nella sua opera teatrale Bottega dell’orefice scriveva dell’amore come di una realtà che deve essere “provata” e purificata, come l’oro nel crogiuolo. Wojtyła parlava di fedeltà in tempi durissimi: aveva perso i genitori, vissuto l’orrore della guerra, conosciuto la clandestinità del seminario sotto il regime nazista. Eppure proprio nel buio rifletteva sulla grandezza dell’amore umano come via verso Dio.

Non sono tempi così lontani dai nostri. Cambiano le forme della violenza, ma resta l’esperienza della precarietà. Cambiano le ideologie, ma resta la paura del futuro. Cambia la scena, non il cuore. Giovanni Paolo II insisteva sui “bisogni più profondi del cuore dell’uomo”: essere amato in modo totale, definitivo, gratuito. Un amore che non ritiri la promessa quando la storia si fa difficile. Un amore che non si limiti a condividere il piacere, ma sappia attraversare la salita. La canzone inizia con “È cominciato tutto quanto dal principio” e termina con “Accussì / Sarrà pe sempe sì”: tra principio ed eternità c’è una storia concreta fatta di sogni, difficoltà, litigi, riconciliazioni. È la storia reale di ogni coppia, ma anche la metafora di una umanità che desidera tornare a credere che la vita non sia un episodio senza trama.

Il successo di questa canzone sta tutto qui: nel ricordarci che non siamo nati per accontentarci del provvisorio, che, nonostante il cinismo che ci protegge, continuiamo a desiderare un “sì” che duri, che ci sostenga nella lotta e nel cammino, che ci preceda e ci segua. E mentre ascoltavo quelle parole, mi sono sorpresa a pensare che, sotto la scorza delle nostre paure, siamo ancora capaci di credere al per sempre. Bene allora perchése lo fa una canzone noi invece spesso come comunità ecclesiale facciamo fatica a proporre questo orizzonte?

Accompagnare i fidanzati non può ridursi a organizzare un corso prematrimoniale ben fatto. Se il cuore dei giovani desidera il “per sempre”, la Chiesa è chiamata a custodire e educare questo desiderio, non a smorzarlo con prudenza eccessiva o con percorsi burocratici. Occorre un accompagnamento che sia esperienza di comunità, testimonianza concreta di coppie che hanno attraversato la salita e possono dire: sì, è possibile. Non si tratta di offrire ricette perfette, ma di far sentire che il matrimonio non è un’impresa privata tra due individui, ma una vocazione sostenuta da un popolo. Che quel “Davanti a Dio” non è formula rituale, ma appartenenza a una storia più grande.

La domanda è se noi sapremo riconoscerla, accompagnarla, custodirla perché quando qualcuno canta il “per sempre”, il cuore lo riconosce ma poi ha bisogno di una casa dove imparare a viverlo.



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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