21 Ottobre 2026

Sull’altare la morte incontra la Vita

È il 17 ottobre, siamo a Guayaquil, in Ecuador e padre Patricio Alfredo Sánchez Molinari, sacerdote redentorista, sta celebrando Messa. Era arrivato il momento della preghiera dei fedeli. L’omelia era finita da poco, e le sue parole erano ancora lì, nell’aria della chiesa, affidate all’ascolto di quanti erano presenti e di quanti seguivano la celebrazione in diretta. Padre Patricio aveva parlato di una certezza che tutti conosciamo e che, tuttavia, cerchiamo continuamente di tenere a distanza: «Cari fratelli e sorelle, un giorno, tutti noi che siamo qui moriremo». Un annuncio a prepararsi, a vigilare, a tenersi pronti per l’incontro definitivo con il Signore quando sorella morte avrebbe bussato alla vita di ciascuno e chiesto conto a ciascuno della propria esistenza.

Un testamento spirituale se lo leggiamo con gli occhi della fede. Di lì a pochissimi minuti infatti il grande crocifisso alle sue spalle gli è piombato sul capo e lo ha ucciso. Lo ha raggiunto mentre era sull’altare, nel cuore stesso del ministero a cui aveva consacrato la vita. Il sacerdote che parla della morte viene improvvisamente sottratto ai suoi fedeli proprio mentre sta celebrando il sacramento nel quale la Chiesa annuncia che la morte non ha l’ultima parola.

«Pensiamo sempre di avere molto tempo, ma la vita terrena passa in un istante» sono ancora le sue parole dell’omelia. Quante volte lo abbiamo sentito dire? Quante volte, magari durante una predica, abbiamo annuito per poi tornare alle nostre occupazioni, convinti che ci sarebbe stato un momento più opportuno per cambiare, per chiedere scusa, per fare visita a una persona sola, per rimettere Dio al centro delle nostre giornate? Sappiamo che la vita finisce, ma ci comportiamo come se la notizia riguardasse sempre qualcun altro, qualcuno che vive lontano da noi, in un’età diversa, dentro una storia che non ci appartiene.

La morte ci disturba anche per questo: rompe il calendario che ci siamo costruiti, scompagina gli appuntamenti, rende ridicola la nostra pretesa di avere tutto sotto controllo. Ancora di più una morte in chiesa, nel luogo in cui chiediamo di essere liberati dai problemi, dalle malattie. Quasi che stando lì ci sentiamo invulnerabili. Ci scandalizza questa morte. Da cristiani è difficile accettare che un sacerdote buono e bravo come padre Patricio sia morto proprio per mezzo di una croce. Eppure questo scandalo che in molti hanno giudicato con ironia e goffaggine intellettiva in realtà è un monito feroce, che mette in crisi la nostra fede rifugio, la nostra preghiera come comfort zone e ci mette nel cuore una sana inquietudine sulla nostra vita e sulla capacità di stare nell’oggi con totalità.

Siamo bravi a rimandare, confessiamolo. Noi rimandiamo. Rimandiamo una telefonata, una riconciliazione, una parola buona che ci costa fatica, un gesto di tenerezza che ci sembra superfluo. Ci diciamo che domani avremo più tempo, che la settimana prossima saremo meno stanchi, che prima bisogna sistemare tante altre cose. Intanto, però, i giorni passano e le persone che amiamo non sono una presenza garantita per sempre.

Padre Patricio aveva indicato proprio questo rischio, invitando i fedeli a guardare con sincerità il modo in cui impiegano il tempo ricevuto in dono. «Dedichiamo ore e ore a cose che non restano, mentre trascuriamo quello che conta davvero: il tempo per la nostra anima, il tempo con chi amiamo, il tempo per Dio». Basta guardarsi intorno per capire quanto sia facile smarrire questa misura. Siamo sempre raggiungibili, continuamente sollecitati da messaggi, notizie, immagini, urgenze che si susseguono senza concederci il tempo di capire se siano davvero importanti. Possiamo trascorrere un’intera serata accanto a una persona senza esserci davvero, con gli occhi sul telefono e il pensiero altrove. Possiamo conoscere ciò che accade dall’altra parte del mondo e non accorgerci della tristezza di chi ci siede accanto. Possiamo perfino riempire le nostre giornate di cose buone, di impegni, di attività, e non trovare più lo spazio per domandarci se stiamo diventando le persone che vorremmo essere.

A Guayaquil, il 17 ottobre, la voce di padre Patricio si è spenta durante la Messa. Il silenzio che è seguito avrà avuto il peso di una domanda e anche una profonda tristezza. Ma il Vangelo, proprio mentre ci ricorda che non siamo eterni su questa terra, ci invita a non vivere da condannati alla fine, bensì da uomini e donne ai quali è stato affidato un dono. Un dono da non sciupare, un dono da riconsegnare più bello. Un dono è ogni giorno che ci è donato per prepararci a quell’ultimo istante dove potremmo finalmente guardare faccia a faccia Colui che riempirà di vita la nostra eternità.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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