Il sindaco di Genova, Silvia Salis (uso di proposito sindaco! Prima che qualcuno lo chieda) presentando il suo libro racconta la fecondazione assistita che ha portato alla nascita di suo figlio Eugenio e si vanta di essere ricorsa alla tecnica. Ora la sua esperienza merita rispetto senza dubbio, perché dietro ogni storia di infertilità ci sono domande che non sempre trovano risposta, mesi che sembrano interminabili, speranze che si riaccendono e poi rischiano di spegnersi. E non sarò certo io a giudicare la sofferenza di una coppia che desidera un figlio e non riesce ad averlo. Mi colpisce, piuttosto, il modo in cui una vicenda così intima finisce per diventare una dichiarazione pubblica, quasi un manifesto di modernità, un segno da esibire per raccontare chi siamo e quale società vorremmo costruire.
Oggi, infatti, sembra che non basti più raccontare la gioia di essere diventati genitori: occorre spiegare attraverso quale tecnica si è arrivati a esserlo, quale scelta culturale accompagna la nascita, quale battaglia civile quel bambino dovrebbe rappresentare. La maternità, che per secoli è stata custodita anche nella sua dimensione misteriosa e irriducibile ai nostri calcoli, entra così nel linguaggio delle conquiste personali, dei diritti rivendicati, delle rivoluzioni sociali. E la fecondazione assistita, da esperienza complessa che interroga la medicina, la coscienza e il senso stesso della generazione umana, rischia di diventare una medaglia da appuntarsi sul petto.
Silvia Salis dice e poi scrive nel libro che per molto tempo aveva immaginato la maternità come qualcosa che sarebbe arrivato naturalmente, quando si fosse presentato il momento giusto. È un pensiero diffuso, soprattutto tra le donne che investono molto nella propria professione e cercano di tenere insieme ambizioni, responsabilità e vita privata. Il tempo, però, non è un’agenda che possiamo riscrivere a piacimento, e il corpo non sempre obbedisce ai nostri progetti. Su questo non c’è molto da discutere. La medicina può offrire possibilità preziose e la ricerca può aiutare tante coppie a superare difficoltà che un tempo sembravano insormontabili. Ma proprio perché siamo davanti a una realtà tanto delicata, dovremmo avere il coraggio di porci qualche domanda in più.
La prima domanda riguarda il desiderio. Desiderare un figlio è una delle esperienze più profonde dell’esistenza umana, ma il figlio desiderato non coincide con un figlio dovuto. La differenza è sottile, eppure decisiva. Nel primo caso, ci si apre all’incontro con un’altra persona, con la sua irriducibile alterità, con una vita che non ci appartiene e che tuttavia ci viene affidata. Nel secondo, si rischia di trasformare la nascita in un risultato da ottenere, un traguardo che la tecnica dovrebbe garantire, una casella ancora vuota nel progetto di realizzazione individuale. Naturalmente nessuna coppia affronta necessariamente la fecondazione assistita con questa mentalità. Sarebbe ingiusto attribuire a tutti le stesse intenzioni. Ma è proprio la cultura che accompagna certe narrazioni pubbliche a meritare un esame critico: quando il desiderio diventa il criterio ultimo, chi stabilisce il limite? E soprattutto, siamo ancora capaci di riconoscere che il figlio è una persona e non la risposta che attendiamo alla nostra mancanza?
La stessa Salis definisce la fecondazione assistita una tecnologia straordinaria, precisando che non è mai soltanto una questione tecnica. È vero. E proprio per questo non possiamo fermarci alla commozione per il lieto fine. La medicina non è moralmente neutrale per il solo fatto di essere medicina, così come non ogni possibilità tecnica coincide automaticamente con un bene umano. Occorre chiedersi che cosa accade agli embrioni, quale destino venga riservato a quelli che non saranno trasferiti, che cosa significhi intervenire nelle prime fasi della vita umana e quale responsabilità assumiamo quando la generazione viene affidata, almeno in parte, a procedure di laboratorio.
Sono domande scomode, lo so. Non entrano facilmente nei racconti patinati delle attese, delle telefonate dei medici e della felicità finalmente raggiunta. Eppure fanno parte della questione. Perché la vita non comincia quando la coppia riceve la telefonata che aspettava, né quando il test conferma una gravidanza, né quando finalmente un bambino viene accolto tra le braccia dei genitori. Se riconosciamo che ogni essere umano possiede una dignità che non dipende dalle sue capacità, dalla sua salute o dalla sua desiderabilità, dobbiamo avere il coraggio di estendere questo sguardo anche all’embrione, proprio quando è più piccolo, invisibile e incapace di difendersi.
Non si tratta di contrapporre il dolore di chi non riesce a concepire ai diritti del nascituro, come se dovessimo scegliere chi merita più compassione. Si tratta, al contrario, di non abbandonare nessuno. La coppia infertile ha bisogno di ascolto, di accompagnamento, di cure serie e di una società che non banalizzi la sua sofferenza. Ma anche la vita nascente ha bisogno di essere riconosciuta e protetta. La compassione per gli adulti non dovrebbe mai renderci ciechi davanti ai più piccoli. Eugenio non è un’idea, non è una rivendicazione, non è la prova che una determinata visione della società abbia vinto. È un bambino. E proprio per questo merita di essere sottratto, almeno idealmente, al peso delle aspettative che gli adulti rischiano di depositare sulle sue spalle. La sua storia familiare è preziosa anzitutto perché è la sua, non perché debba confermare una tesi sul progresso o sulla libertà. Il punto, dunque, non è negare la gioia di una nascita, né pretendere che chi racconta il proprio percorso ripercorra ogni questione bioetica. Sarebbe assurdo chiedere a una madre di giustificarsi per la felicità che prova stringendo suo figlio.
Il punto è un altro: quando una società comincia a celebrare una tecnica senza interrogarsi sul significato umano di ciò che quella tecnica rende possibile, rischia di confondere il progresso con la semplice espansione delle possibilità. E non tutto ciò che possiamo fare ci dice, da solo, che cosa sia giusto fare. La vera rivoluzione, oggi, sarebbe proprio questa: smettere di chiedere ai bambini di dimostrare la grandezza dei nostri desideri e tornare a riconoscere, nella loro esistenza, una vita che non ci appartiene, ma che ci è affidata.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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