19 Ottobre 2026
Il Papa torna alla finestra. La forza di un padre che non lascia sola la sua famiglia
Dall’annuncio della malattia al ritorno in Piazza San Pietro, quattro giorni al Gemelli e una domenica che ci ha restituito il sorriso. Non possiamo leggere la cronaca di questi giorni senza lo sguardo della fede. Domenica scorsa, quando Papa Leone XIV ha annunciato all’Angelus che avrebbe dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico per un nodulo al polmone, il mondo è rimasto con il fiato sospeso. Non c’era bisogno di aggiungere molte parole per capire che, da quel momento, qualcosa sarebbe cambiato nelle nostre giornate. Abbiamo continuato a fare ciò che dovevamo fare, naturalmente, ma con un pensiero in più: come starà il Papa? Cosa accadrà nei prossimi giorni? È sorprendente scoprire quanto una persona che non abbiamo mai incontrato personalmente possa entrare nella nostra vita, diventare parte delle nostre preoccupazioni quotidiane e suscitare un affetto tanto concreto da farci sentire famiglia.
Dopo due giorni, quando Leone XIV è entrato al Policlinico Gemelli per affrontare l’intervento, ci siamo ritrovati in tanti con la corona del Rosario tra le mani per affidare alla Madonna quell’uomo che sentiamo chiamato a guidare la Chiesa in un tempo così difficile, per chiedere che la mano dei medici fosse sicura e che il Signore gli concedesse la forza necessaria. È una delle cose più belle che accadono quando la fede smette di essere soltanto un’abitudine e diventa una relazione: ci scopriamo capaci di portare nel cuore qualcuno che ha bisogno di noi, anche se il nostro aiuto consiste semplicemente nel pregare.
Il 13 ottobre, giorno dell’intervento, è arrivata la notizia che l’operazione si era conclusa senza complicazioni. L’esame istologico ha confermato la presenza di un adenocarcinoma polmonare con la conseguente rimozione del lobo inferiore del polmone destro. Una notizia seria, preoccupante eppure, nei giorni successivi, abbiamo cominciato a ricevere segnali capaci di rincuorarci. Il Papa ha ripreso ad alimentarsi, si è alzato e soprattutto ha celebrato la Messa nella cappella allestita al decimo piano del Gemelli. Vederlo celebrare l’Eucaristia in qualche foto apparso sui social è stato molto commovente: ci ha detto che la vita non è nelle nostre mani e che proprio per questo non dobbiamo mai smettere di affidarla a Dio.
Non solo. Durante il ricovero, Leone XIV ha telefonato al presidente russo Vladimir Putin per chiedere una tregua umanitaria a Oleshky, in Ucraina, città esposta alla guerra. Mentre il suo corpo affrontava un intervento importante e il mondo si interrogava sulle sue condizioni, il suo sguardo restava rivolto anche a chi vive sotto le bombe, a chi rischia la vita, a chi attende che qualcuno si decida finalmente a fermare la violenza. Non è un dettaglio secondario. È il segno di una responsabilità che non si spegne davanti alla malattia, di un ministero che non si esaurisce negli appuntamenti di un’agenda e che continua a ricordare al mondo le sofferenze di chi non ha voce.
Certo, il Papa è un uomo di 71 anni e ha appena affrontato una prova fisica importante. Non dobbiamo confondere la forza d’animo con l’invulnerabilità, né pretendere da lui che si comporti come se nulla fosse accaduto. Ma proprio qui si manifesta qualcosa di importante: la capacità di attraversare la fragilità senza lasciarsi interamente definire da essa. La fede non rende immuni dalla paura, non elimina il dolore e non ci sottrae alla necessità di curarci; ci aiuta, piuttosto, a stare nella sofferenza con lo sguardo del discepolo.
Sabato 17 ottobre, con una decisione che ha anticipato i tempi inizialmente previsti per la degenza, i medici hanno autorizzato le dimissioni. Gli esami del sangue, il controllo radiologico del torace e la valutazione clinica avevano consentito di considerarlo idoneo a lasciare l’ospedale. Leone XIV è uscito dal Gemelli a piedi, ha salutato i presenti, si è intrattenuto con alcune persone e ha ringraziato chi si era preso cura di lui. Non è ancora il ritorno alla normalità, perché la convalescenza richiede prudenza e gradualità, ma era certamente un momento di sollievo per quanti avevano seguito con apprensione quei giorni.
E così siamo arrivati a domenica 18 ottobre. Alle dodici, puntuale, il Papa è ricomparso alla finestra del Palazzo Apostolico per l’Angelus. Quella finestra che la domenica precedente ci aveva consegnato la notizia della malattia è tornata a essere il luogo di un incontro atteso. Lo abbiamo visto sorridente, sereno, con la voce ferma, seppure un poco più lenta del solito. E abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Ha ringraziato tutti coloro che avevano pregato per lui, ha riconosciuto di aver sentito davvero il sostegno ricevuto e ha espresso la propria gratitudine ai medici, agli infermieri e a tutto il personale del Gemelli. Poi ha spiegato che l’esperienza della malattia lo aveva avvicinato in modo particolare a quanti vivono l’infermità e che avrebbe ripreso gradualmente le proprie attività.
Non è stata una dimostrazione di forza, né ha cercato di nascondere la fatica. È tornato per ringraziare e per rassicurare, per dirci che c’era, che aveva sentito la nostra vicinanza e che avrebbe continuato il suo servizio, rispettando i tempi necessari alla ripresa. In quel sorriso composto, in quella serenità che non negava quanto era accaduto, abbiamo riconosciuto qualcosa di familiare. Il volto di un padre che sa di essere atteso e che desidera rassicurare i suoi figli. «Cantiamo qui l’alleluia, mentre siamo ancora preoccupati, per poterlo cantare un giorno senza timore» (Discorso 256) scrive sant’Agostino. La speranza cristiana non nasce dall’illusione che tutto andrà sempre bene, ma dalla certezza che non siamo soli e che la nostra vita, anche quando attraversa la prova, resta custodita da Dio. Grazie papa Leone per averlo ricordato a ciascuno di noi.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



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