L’aborto è un male, un bene, o un “male minore”? I dubbi di un ginecologo

gravidanza

(Foto: Mopic - Shutterstock.com)

Alcuni giorni fa abbiamo pubblicato un articolo incentrato su una domanda decisiva: quando inizia la vita? A prescindere dall’esistenza di una legge che consente di abortire, ciascuno, infatti, è chiamato a prendere una posizione in coscienza. C’è chi, dopo un approfondimento accurato o per particolare sensibilità, riconosce che la vita è già pienamente custodita nell’esistenza di un embrione e, di conseguenza, sceglie di fare il possibile per difenderla fin dal concepimento. Non sempre, però, questo passaggio è automatico. Ecco due esempi.

Tempo fa, avevamo condiviso la dichiarazione di un comico: in un programma tv, Bill Maher aveva affermato che l’aborto elimina un essere umano; tuttavia, per lui basta “ammettere che lì avvenga un omicidio e conviverci”. Aggiungeva: “Rimprovero la sinistra quando dice ‘loro [i pro-life] odiano le donne’. Non odiano le donne… Pensano che sia un omicidio. E in un certo senso lo è. A me va bene così”.

La posizione del comico americano aveva scandalizzato molti: i pro-vita per il cinismo dimostrato, ma anche i pro-choice per essere uscito da uno schema politicamente corretto. Tra tutte le motivazioni che possono giustificare o rendere moralmente accettabile l’aborto, Maher ha scelto sicuramente una delle meno accreditate socialmente.

Tanti, proprio in virtù del fatto che esiste una legge, si ribellano a questa narrazione: l’aborto non può essere definito omicidio se è legale

C’è poi chi ammette che esistono problemi etici legati all’aborto, ma preferisce non affrontarli, portando avanti altri temi ad esso connessi, come quello dell’“autodeterminazione” e della “libertà di scelta sul proprio corpo”, facendo leva anche su una certa ineluttabilità dell’aborto: “Sempre c’è stato e sempre ci sarà, meglio semplicemente renderlo sicuro”.

È ciò che pensa, ad esempio, il dottore ginecologo Massimo Segato.

Questo medico inizia la sua carriera nei primi anni ‘80, poco dopo l’introduzione della legge che rende legale l’aborto in Italia, una legge per la quale egli afferma di essersi battuto fin da quando frequentava l’università. Il motivo che lo spinge a credere nella bontà del provvedimento legislativo? La sofferenza di pensare a delle donne in crisi che si recano di nascosto da persone incompetenti per abortire, rischiando la loro stessa vita. Gli aborti clandestini – e non la convinzione che l’embrione o il feto non siano ancora vite umane con la stessa nostra dignità – lo porta a piegarsi, da medico, all’aborto

Se una donna va ad abortire clandestinamente, sostiene, rischia la vita anche lei; se invece lui presta la propria professionalità, almeno salva la vita della madre. “Io sono un medico: – dice – faccio scelte pratiche, non filosofiche. Se posso scegliere di salvare una vita anziché perderne due, preferisco salvare quella vita”. Questo ragionamento, però, non basta a far tacere la coscienza personale del dottore, che molto presto si ritrova a odiare il suo “sporco lavoro” (è lui a usare queste parole).

“Di qua gli aborti, di là nascite. E in mezzo quella porta. Una porta di colore grigio, pesante e fredda come la sala operatoria che lasciavo dietro di me: i gambali ginecologici, le valve, gli aspiratori, le cannule. Freddo l’ambiente, freddi gli animi, freddo il sangue. Perché freddo è l’aborto. Triste, silenzioso e terribilmente freddo”, spiega nel suo libro, edito da Mondadori, L’ho fatto per le donne.

“Io capisco i miei colleghi obiettori – dice ancora Segato – e li rispetto. A nessuno piace procurare aborti. È facile parlare dall’esterno, senza entrare in sala operatoria, senza sapere cosa succede lì dentro. Mio padre è stato chiamato alle armi e ha dovuto uccidere delle vite. Non era contento di farlo, ma lo ha fatto per servire lo Stato. Io mi sento come lui, un soldato al servizio dello Stato, ma ogni volta che entro in sala operatoria devo otturarmi il naso”.

La formazione e l’informazione sono aspetti fondamentali per compiere scelte libere, anche – anzi, soprattutto – in ambito etico. Se non ho idea di cosa avvenga durante un aborto, se non possiedo neppure la minima conoscenza dell’embriologia e non conosco il processo che dà avvio a una vita umana, come potrò formarmi un’opinione solida sull’argomento? 

Eppure, a volte, anche avendo chiaro che nel grembo materno c’è già un’esistenza umana a tutti gli effetti può non essere automatico dire “sì” alla vita: occorre anche avere l’intenzione e la forza di vivere coerentemente con la verità che si è riconosciuta. Perché, come abbiamo visto, esiste anche un’altra opzione: ammettere che l’aborto toglie a tutti gli effetti la vita a qualcuno e accettarlo. Ma… a quale prezzo? 

Il dott. Segato si riferisce, nel suo libro, “un automa”, che mette da parte la propria coscienza per evitare che una donna vada a farsi del male da persone incompetenti. Questo, però, gli causa un grande dissidio interiore: vive nel dubbio, costante, di non aver fatto veramente del bene. Oggi, dopo aver praticato 4000 aborti, si domanda se sia stato davvero dalla parte giusta.

Leggi anche: Porti le ferite dell’aborto? “La Chiesa non ti volta le spalle” 




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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  1. Gentile Dottoressa, lei ha scritto una bellissima frase "Le famiglie non sono perfette. Non lo sono mai state e non…

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